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Accidenti, questo mi manca… la crisi della fashion victim!

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outfit di strada  rubrica uscita su Libertà il 15 febbraio 2016
appuntamento ogni lunedì

Una delle godurie per la fashion victim  è fiondarsi
fuori casa per cercare qualcosa di nuovo pur sapendo di avere tutto. E’
profondamente convinta che là fuori, in quel tripudio di merci, troverà
qualcosa che non ha. Alla prima le viene in mente quella pashmina con quella
sfumatura… Le manca, era quella che cercava da mesi ed era come se giocasse
con lei a nascondino. Perfino un fermacapelli, un anello “finto equo-solidale”
può bastare alla bisogna: non interrompere il ritmo dell’accumulo di oggetti.
Il collezionismo per la fashion victim è un binario che non si interrompe.
Guai. Chi non aggiunge cose è perduto.
Quella pashmina – vista giorni
prima – le è rimasta impressa. Ma eccola: le si para davanti facendo capolino
in una vetrina vestita a saldi, se non è un segno questo! E’ il must have
di quel momento. Non si può dire no. E con nonchalance  acquista pur sapendo
di stare per commettere un ennesimo cedimento che la farà sentire in colpa.
“In fondo sono solo venti euro, che differenza può fare”? E’ il pensiero
consolatorio. Una volta uscita e ritrovata la strada delle vetrine, il
senso di vuoto la riconquista irrimediabilmente. E si instilla un altro
cruccio: perché non ho un cappotto senza le maniche? Possibile che tra
le tante cose di quel forziere di armadio (gonfio come il deposito dei
dollari di Paperone) quel pòpò di abiti non ci sia una cappotto smanicato?
Non è cosa. Bisogna correre ai ripari. E si ripromette di provvedere. Riempire
quel vuoto diventa necessità. Il vizio della fashion victim oltre a ricercare
le griffe è quello di fantasticare su di sé e immaginarsi sempre migliore
nell’aspetto, pensa di acquisire sicurezza solo se riesce a impadronirsi
di un capo che ancora non possiede. Solo così si sentirà completa. Mente
a se stessa, lo sa, ma prosegue nel cammino e si mette alla ricerca del
cappotto smanicato. Stranamente le riviste sono piene dell’oggetto del
desiderio, ma le vetrine no. Ne adocchia casualmente uno. Non la convince
tanto: è color ottanio, è peloso, doppiopetto. Sa che non le starà bene,
ma prova. Non senza un minimo tentativo di resistenza. Con un inventario
veloce cerca di convincersi che non ne ha bisogno e che in fondo è un’assurdità
un cappotto senza le maniche. Come si porta? E poi quel colore non le sta
bene. Lascia un pezzetto di cuore in quella vetrina e se ne va. Fa poca
strada e torna sui suoi passi. Va bene, bando agli indugi: vado, lo provo,
non mi entrerà e così è finita. E’ cosciente che acquistarlo sarebbe un
gesto scemo, ma si accorge che già parla di acquisto e non più di sola
visione. La prova non dà i risultati sperati. Il cappotto smanicato è stretto,
a malincuore abbandona l’idea. Ma più in là, su un altro stand del negozio
le fa l’occhiolino un gilet peloso, “ecologico – le spiega la commessa
– è in vendita al 50 per cento e lo può portare anche più avanti con un
maglioncino”. Cosa non si fa per vendere e cosa non si fa per comprare.
La nostra fashion victim ha un moto d’orgoglio e resiste. “No, non fa per
me” dice senza tanta convinzione. La commessa insiste e le offre di provarlo.
Non si rifiuta una prova. “Sta bene anche sulla giacca che porta…” le
dice e sfodera, da attrice navigata, occhi da cerbiatta che trasudano spontanaea
innocenza. Così la commessa mette a segno anche questo colpo. Un gilet
peloso, ecologico, o meglio sintentico in meno in esposizione e uno in
più nel forziere della fashion victim . Ha accalappiato il secondo must
have del suo elenco ideale e, per di più, sente di aver fatto una buona
azione. Il gilet a pelo lungo è sintentico ripara dal freddo e copre anche
la coscienza. Ma quanti barili di petrolio siano stati necessari per produrre
in serie questi oggetti del desiderio nessuno lo sa. La nostra amica, non
si sofferma si questo, si sente buona, profondamente buona: gli animali
sono salvi. Che importa se hanno respirato pure loro i fumi prodotti dall’uso
del petrolio per confezionare il capo sintetico, la fashion victim è in
pace, è stato un comportamento politically correct. E pensare che prima
di uscire di casa, di fronte al poderoso armadio, si era sentita soddisfatta
del giacimento messo da parte in questi anni. Un vero giacimento. In realtà
una montagna di stracci. Ogni mattina un rito: passare in rassegna e farsi
ispirare, in quel caleidoscopio di colori e trovare il cromatismo coerente
per presentarsi al mondo con la giusta armonia nel vestiario da indossare.
Ora il giacimento ha un ospite in più: un gilet peloso che appena uscito
dal negozio aveva già perduto tutto lo smalto sfoderato per conquistarla.
E brava f.v.

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