Urbanistica, il futuro sono gli alberi. C’è la consapevolezza che tale scelta comporterà cura, finanziamenti, lavoro e addetti? Se deve essere una scelta per il futuro tanti elementi vanno messi nel conto e non trascurati. Altrimenti si fa presto a dire alberi…
Prosegue il dialogo a distanza che il Blog – Il Taccuino ha avviato con un ospite. Questa è la seconda puntata. Anche per questo appuntamento la “conversazione” a distanza si svolgerà con Stefano Pareti. Il tema sta a cuore a entrambi e riguarda l’urbanistica, la città, gli spazi che la compongono e, soprattutto, il benessere di chi la vive e la abita. Aspetto che, a giudizio del Blog, in questi ultimi decenni ha ceduto il passo ad altre interpretazioni.
L’argomento diventa attuale tanto più oggi che alla ripresa dei lavori comunali si arriverà alla discussione sul nuovo Piano Urbanistico Generale . Se ne è parlato a lungo in questi ultimi anni anche attraverso un percorso partecipativo con i cittadini partito con diversi incontri alla Cappella Ducale di Palazzo Farnese in cui vari ospiti avevano sottolineato la necessità di dare voce e valore al tema del paesaggio.

Fumo di Piacenza – acrilico su tela 40×40 cm len-ti’22
Ma non solo. In piazza Cavalli si erano svolte sessioni in cui gruppi di cittadini hanno esternato la loro idea di città nuova mettendo a fuoco le necessità impellenti e non più procrastinabili per uno spazio urbano contemporaneo, vivibile, eco-sotenibile.
Nella fase finale che si aprirà a breve e che porterà all’approvazione del PUG si potrà verificare se le idee raccolte dalla città troveranno spazio nelle norme del nuovo piano.
E’ un tempo in cui il primo elemento di cui si parla tanto è la necessità di “tingere di verde le città”. Sì tutti ne sentiamo il bisogno, gli alberi e il verde in questa torrida calura potrebbero diventare “condizionatori naturali”. Ma intorno a noi non ci sono. Quella di avere il più alberi possibili è una scoperta tardiva se si considerano le espansioni previste e realizzate in questi ultimi trent’anni e che ancora proseguono.
Oggi il cambiamento climatico fa delle città forni sempre accesi al massimo della temperatura. E’ da giugno che il termometro non scende al di sotto dei 35-38 gradi (salvo piccole parentesi e variazioni qua e là) intercalati da episodi improvvisi e violenti di mal tempo e devastazioni. Se ne sono accorti tutti in Europa. Nei Paesi del Nord non hanno mai sofferto sulla loro pelle tanto come in questo 2026… Persino le zone di alta montagna sono strette in questa termocoperta perenne che non abbandona le giornate e le notti.
Servono alberi, ce ne siamo accorti… Era ora
Stiamo assistendo a una sorta di “illuminazione” improvvisa e così ora tutti parlano di alberi, di verde da introdurre, lo fanno i progettisti, gli urbanisti, lo fanno i cittadini che organizzano comitati e gruppi di pressione, ne parlano anche gli amministratori che avrebbero via libera per farlo anche se i tempi delle decisioni, le risorse per accedere a questa nuova frontiera della dimensione urbana non può essere realizzata nell’immediato. Comporta infatti una virata decisa rispetto alla cultura di oggi.
Gli alberi sono entrati a far parte dei desideri comuni tanto che ciascuno ha in mente soluzioni (quasi sempre facili e miracolistiche tanto che viene da pensare perché non si siano mai applicate…) Insomma parlare è facile e le parole non mancano mai a nessuno. Poi tutto svanisce con l’autunno e il filo resta pronto da ritesse nella successiva estate torrida…
Sullo sfondo un nuovo modello di sviluppo… pura utopia
Addirittura c’è chi si improvvisa progettista e inventa soluzioni bellissime da vedere ma piuttosto improbabili da realizzare nell’immediato. C’è una piiiicola questione concreta di cui tenere conto: gli alberi per essere efficaci nell’abbattimento delle temperature, per donarci refrigerio e toglierci la sensazione di essere immersi perennemente in una vasca da bagno bollente, hanno bisogno di tempo per crescere, per sviluppare le loro chiome che da sole sono in grado di ridurre le temperature ed è necessario che siano gli uni vicini agli altri per trasformare le isole di calore in isole di refrigerio nell’intorno.
Insieme agli alberi forse sarebbe necessario rivedere il modello di sviluppo che ci ha condotti fino a qui. Ma questa è un’altra partita e alle viste non ci sono ravvedimenti che ci possano far cambiare strada.
Ci vuole tempo e quel tempo è trascorso…
Della necessità di circondarci d ialberi resta pur sempre positivo che ce ne accorgiamo. Essere consapevoli può aprire la porta a cambiare… Ma si evidenzia senza tema di smentita che il tempo trascorso a cementificare ogni spazio naturale possibile è perso completamente.
Se la supponenza non avesse dominato questi ultimi 30-40 anni nelle città oggi gli alberi messi a dimora decenni fa sarebbero tra noi e potrebbero svolgere la loro funzione e chiudere il cerchio di un ambiente più vivibile anche se con qualche vano in meno. E ne avremmo tutti guadagnato puntando la soluzione nell’ammodernamento dell’esistente e nel recupero di ciò che si va degradando…
E invece? La parola chiave è rigenerazione urbana. In tutte le città se ne fa un gran parlare. Una definizione che piace, una definizione che affascina. Fa pensare che quell’isolato senza vita riprenderà a vivere a respirare a migliorare le condizioni di chi vi abiterà. Sarà così?
Ecco si parla tutti oggi nell’estate a 40 gradi che sta durando da tre mesi almeno. E già chi studia i movimenti meteo sulla base dei cambiamenti del clima annuncia che quello che stiamo vivendo in questo 2026 è solo un assaggio. Come si reagisce? Singolarmente buttandosi sull’acquisto di condizionatori ultima generazione o ventilatori… chi ha in mano la possibilità di decidere ne parla in convegni dedicati, promette impegno in questo senso… ma il tempo per far sì che s’inverta la tendenza nel breve periodo è troppo limitato.
E’ tardi. Ma si deve iniziare a fare qualcosa. Anche a costo di rivedere il programmi già annunciati, i progetti accarezzati per il futuro. Il punto fermo è necessario. Ma l’economia? Il lavoro? Le risorse? Come è possibile cambiare rotta improvvisamente?
Convincendoci che abbiamo imboccata una strada inclinata che, anno dopo anno, scende a precipizio. Certo singole azioni, singoli territori da soli non possono determinare una svolta soprattutto in un contesto che si muove in tutt’altra direzione. Guerre, spallucce sulla qualità dell’aria che respiriamo, progetti e prospettive di grandezza che schiacciano e mettono in cantina l’umanità intera. A vantaggio del solo profitto di pochi. Ecco di questo si vuole discutere anche se di questi tempi funzionano solo le frasi semplici con concetti basici…
L’urbanistica è stata alla base della bellezza delle città in tutto il mondo. Se apprezziamo quello che ci è arrivato dal passato sarà la stessa cosa per chi verrà dopo di noi? Che cosa lasciamo loro di apprezzabile che valga la pena studiare, osservare o soltanto visitare? Che ne pensano il Blog- Il Taccuino e Stefano Pareti? Su questo si apre la discussione partendo dalle leggi che regolano il governo del territorio. E la domanda a questo proposito è una: oggi al punto in cui siamo si può parlare di governo del territorio oppure si tratta solo di stabilire come usarlo?

a.le.
Di che parliamo quando parliamo di urbanistica
STEFANO PARETI – “Dal secondo dopoguerra ad oggi, non si è riusciti a introdurre correttivi legislativi in grado di disciplinare efficacemente la rendita fondiaria, per contrastare o, almeno, limitare le iniquità derivanti da quel «guadagno immeritato» rappresentato dalle plusvalenze accumulate dagli operatori immobiliari nei processi di trasformazione della città. La situazione si è, anzi, ulteriormente aggravata nell’ultimo ventennio. Infatti, l’investimento nel mattone è divenuto in Italia dalla metà degli anni Ottanta il più redditizio in assoluto”.
Blog Il Taccuino – “Quello dell’utilizzo del suolo è un argomento che mi ha sempre interessata. Negli anni scorsi durante un viaggio nella Repubblica Ceca – era il 2004 e il Paese era appena entrato nell’Unione Europea – percorrendo in auto le ampie campagne coltivate mi sono domandata quali fossero le regole che vigevano in quel Paese riguardo alla proprietà terriera. Come fossero cambiate (se lo erano) rispetto alla situazione precedente, prima dell’89 quando con la caduta del muro di Berlino, tutta l’area prima d’influenza Sovietica i cechi e gli slovacchi componevano la Cecoslovacchia. Quella curiosità non sono mai riuscita a soddisfarla per indolenza mia e per non aver trovato libri che mi aiutassero a capire di più. Già in quel periodo ogni volta che mi capitava di uscire dall’Italia la mia attenzione si accentuava su una sorta di “gioco” del trova la differenza. E la differenza che avevo notato in quel Paese in quel momento era un gran fermento per costruire strade e nodi di collegamento, ma un territorio agricolo molto esteso e per nulla interrotto da capannoni che unissero un paese all’altro… Hai presente la nostra via Emilia che fa del territorio tra Piacenza e Rimini un’unica tavola urbanizzata?”
STEFANO PARETI – “Sì, su questo aspetto, l’uso del territorio, penso che la situazione si sia ulteriormente aggravata a partire dal 2001, anno in cui per la prima volta la legge finanziaria ha permesso ai Comuni di utilizzare parte degli oneri di urbanizzazione per pagare le spese correnti (norma transitoria poi prorogata nelle successive finanziarie). In questo modo, le stesse amministrazioni comunali, deputate a tutelare il territorio nell’interesse generale della collettività, si sono trasformate in «soggetti propulsori dell’espansione urbana”.
Blog Il Taccuino – “Come dire che i tagli ai finanziamenti hanno lasciato i Comuni senza risorse e quello che era un bene di cui fruire con una prospettiva di programmazione è diventato un patrimonio con cui sopravvivere, pagare i servizi necessari rivolti a infanzia e anziani… Già è forse in quel momento che oltre all’espansione residenziale tutti i comuni (soprattutto nell’area intorno alla città) hanno dato il via libera ai piani di espansione. Ed è in quel momento che si sono moltiplicate in tutto il territorio le zone logistiche. Determinando di fatto la trasformazione del territorio pianeggiante della provincia in un grande magazzino di merci provenienti da ogni dove. Ma mi chiedo fino a che punto questa tendenza era una necessità improrogabile senza possibilità di sottrarsi a questo schema? Oggi, a bocce ferme, si prende atto di quello che quel periodo di cui parli a partire dal 2001 e che è rallentato oggi ma non fermato del tutto, ha prodotto su un territorio cementificato all’inverosimile con gli effetti del traffico che ogni giorno tocchiamo con mano…”
STEFANO PARETI – “La Legge Urbanistica Regionale dell’Emilia-Romagna (L.R. 24/2017), nata per promuovere il consumo di suolo a saldo zero e la rigenerazione urbana, ha suscitato negli anni diverse obiezioni da parte di comitati civici, associazioni ambientaliste e operatori economici. Le critiche principali si concentrano su eccessiva burocrazia e tutela ambientale. Le principali obiezioni delle associazioni, come Italia Nostra e Legambiente, hanno riguardato l’impostazione generale della legge”.
Blog Il Taccuino – “L’obiettivo della legge regionale del 2017 ha stabilito anche le tappe secondo cui i Comuni avrebbero dovuto avviare il Piano Regolatore Generale (PUG). Piacenza ha avviato questo percorso nel 2023. La legge è stata definita “a consumo di suolo zero”. Sotto questi Titolo suggestivo due elementi hanno segnato alcuni dubbi. Da un lato il periodo lungo previsto dalla legge per arrivare all’obiettivo dichiarato: zero consumo fissato al 2050 un arco temporale lunghissimo. L’altro elemento è stato quello dell’introduzione delle norme transitorie che hanno tenuto vive alcune aree che erano state indicate nei precedenti strumenti urbanistici senza aver avuto ancora alcuno sviluppo concreto. La fase transitoria prevista si sarebbe chiusa alla fine del 2023. Un problema non da poco. Infatti va detto che il Comune (diverse le amministrazioni che ne sono state interessate) da anni si è portata con sé il problema. Infatti si trattava di aree classificate ancora in tempi in cui l’urbanistica era regolata dai PRG (prima del 2000); reinserite poi nel PSC approvato nella prima decade del Duemila, rimaste non edificate ma edificabili e quindi “dormienti” fino a questo momento, ultimo possibile per l’accoglimento. Ecco il punto. Che fare? Questa parte della questione ha impegnato in un lungo dibattito e confronto anche con i cittadini che si è poi concluso con il via libera solo di alcune”.
STEFANO PARETI – “La legge 24 di cui parlavo demanda gran parte delle trasformazioni territoriali a trattative e accordi tra enti pubblici e operatori privati. Secondo gli oppositori, questo approccio rischia di favorire gli interessi immobiliari a scapito di una pianificazione pubblica e generale. Sebbene la legge promuova lo stop al consumo di suolo, sono state contestate le numerose eccezioni ed “esclusioni” (come l’ampliamento di attività produttive o le grandi opere), che finiscono per vanificare gli obiettivi ecologici. Le agevolazioni e le premialità volumetriche concesse agli operatori per la “rigenerazione” sono state viste da alcuni comitati come un rischio di ulteriore densificazione e cementificazione dei centri urbani senza reali vantaggi per la collettività”.
Blog Il Taccuino – “Per alcune delle aree di cui ho accennato sopra, rientranti nel periodo transitorio previsto dalla nuova legge urbanistica del ’17, si trattava proprio di progetti di rigenerazione. Al centro del confronto avviato al Sant’Ilario con i cittadini sono state esaminate alla presenza di tecnici e naturalmente dei proponenti la rigenerazione. Riguardavano proposte di accordi operativi per la realizzazione di nuove strutture di commercio e terziario. Un totale di 118mila metri quadrati per tre aree nella zona di corso Europa e di altri 36mila metri quadrati nella zona della Veggioletta su cui si prevedevano nuove strutture per attività terziarie. Un totale quindi di 154mila metri quadrati di superficie. L’edificabilità di quelle zone risale a tanto tempo fa, solo nel 2023 si è chiesto il via libera dopo la nuova legge regionale del 2017 che ha posto un limite secondo cui o l’utilizzo delle aree edificabili previste si portavano entro quell’anno a compimento oppure non avrebbero più potuto essere presenti nel nuovo Pug”.
STEFANO PARETIi – “La Legge Urbanistica Regionale infatti dimostra di non voler pianificare – tanto meno la città storica di cui ignora il nome, il contenuto, il perimetro e il passaggio alla città moderna. Per programmare bisogna conoscere (è scritto persino in premessa alla legge stessa, con rimando però alla strumentazione vigente). Se s’ignora come stanno cambiando l’identità e la fisionomia della città storica, la nuova legge urbanistica diventa un pericolo, non solo con i nuovi interventi “rigeneratori”, ma anche quando fa generici richiami alle abitazioni e agli esercizi commerciali”.
Blog Il Taccuino – “Nel corso del tempo ho seguito tanti incontri dedicati ai temi urbanistici. Da basso della mia ingenuità il tema delle rigenerazioni era collocato nell’ipotesi di ridare nuova vita a spazi che l’avevano perduta. Per abbandono, per cambio di funzioni e, se abitazioni, perché ammalorate. Il più delle volte si tratta di grandi aree prima utilizzate come produttive e poi lasciate per ampliamenti o per zone più favorevoli dal punto di vita logistico. Nel ragionare sul tema della rigenerazione mi sono sempre chiesta perché, vista la necessità di non andare oltre nel consumo di suolo non si ragiona su progetti di recupero, adeguamento alle leggi sismiche, di ecosostenibilità di interi stabili esistenti che potrebbero essere adibiti ad abitazioni anche se con ex funzioni diverse. Tra l’altro i grandi spazi permetterebbero di avere una forte quota di verde. Esigenza quanto mai essenziale oggi. Tante di queste zone possono essere individuate nel centro della città che, in questi anni, perde e continua a perdere residenti oltre che negozi al servizio di residenze. L’altro aspetto che tocca le zone centrali sono i costi. Inavvicinabili per tanti ceti sociali. Il volto del centro cambia anche così. Come cambia dalla perdita di tantissimi negozi… tanto nel corso di questi 30-40 anni sono fioriti in periferia diverse manciate di centri commerciali verso cui si dirige il bisogno di acquisto. Tra l’altro – inciso – il punto di forza della rigenerazione urbana di cui si è parlato resta proprio la presenza di esercizi commerciali. L’investimento può reggere solo così… Ma per questa trasformazione di pianificazione è necessario ripensare alle scelte compiute tra gli anni 80 e 90 quando si è avuto il via libera alle grandi catene commerciali. Quella scelta non è stata di sostegno alla vita dei centri storici. Ma ormai…”
STEFANO PARETI – “Altro argomento che mi preme sono le Soprintendenze. Sono aumentate le funzioni delle Soprintendenze e continuerà a diminuire il numero degli addetti, al pari della loro autonomia. Per assenza di abitanti, i monumenti e le case, le strade e le piazze diventano simulacri di città, elemento essenziale per renderla il luogo ideale per stupire e instupidire. La città storica, fintanto che è stata abitata e vissuta, non aveva un centro e neppure c’era periferia. Certo non mancavano zone degradate nel senso che erano abitate da cittadini poveri, in case tuttavia rese decorose dagli orti e arricchite da strade, piazze, chiese, conventi e oratori che formavano nel loro insieme il prolungamento pubblico della casa, l’ambiente di rappresentanza e di convivenza della comunità. Rigenerare è diventata la parola d’ordine della nuova legge urbanistica emiliana, numero 24 del 2017”.
Blog Il Taccuino – “Non conosco da vicino questo tema. Ma mi ha colpito un fatto accaduto di recente riguardo alla discussione su piazza Cittadella. I progettisti di Arcadis hanno illustrato le loro proposte dicendo che erano già state passate al vaglio della Soprintendenza che, se aveva accettato l’idea di un ‘bosco urbano’ aveva insistito sulla necessità di creare coerenza di materiali per la piazza che devono creare un filo logico con i mattoni, i sassi utilizzati per il cortile di Palazzo Farnese. Coerenza. Bene. Non ho competenze per contestare, mi sembra logico. Però ho notato alcune incongurenze… In piazza Cittadella, secondo un precedente progetto si sarebbe dovuto scavare per ricavare un parcheggio interrato con una copertura di superficie di pietra di Luserna che non ricorre nel monumentale palazzo Farnese tanto che sarà un elemento da correggere nel progetto già approvato di piazza Casali che prevede questa stessa copertura. Il motivo? Non sarebbe coerente con i materiali (approvati) indicati per il rifacimento di piazza Cittadella… Quale coerenza poteva sussistere tra la zona monumentale del Farnese e un parcheggio sulla piazza antistante che, secondo il progetto iniziale dei Farnese avrebbe dovuto diventare un giardino di corte? Domande.
STEFANO PARETI – “Gentrification-Perequazione era già il termine vessillo della legge regionale 20/2000 che ha legittimato, consolidato la prassi in essere del “pianificar facendo”, dell’urbanistica contrattata, matrice del surplus edilizio, della crisi economica e del consumo di suolo. Sfruttando il meccanismo finanziario di trasformazione della città storica e di allargamento della periferia, ha causato anche in Emilia-Romagna il tracollo dell’urbanistica. In conclusione, è bene sapere che i settori principali che contribuiscono al consumo di suolo in Italia sono: l’espansione urbana, le infrastrutture per la logistica e l’installazione di impianti fotovoltaici su terreni agricoli”.
Blog Il Taccuino – “Già, giusto citare il fotovoltaico a terra invece di sfruttare i milioni di metri quadrati di capannoni logistici che esistono… Ma la faccenda si evolve, Oggi c’è anche un altro modo per utilizzare il suolo che non sia agricoltura. Possiamo infatti aggiungere i parchi di server per tenere in vita l’intelligenza artificiale che tra l’altro sono altamente energivori e hanno bisogno di molta acqua oltre ad occupare moltissimo spazio. In alcune zone americane si sono creati movimenti per contrastare queste nuove cattedrali di entropia della terra. Tra l’altro di recente ho sentito parlare di un progetto del genere anche nella zona di Lodi. E viene da chiedersi: è possibile o è antistorico o peggio oscurantistica porsi dei limiti su questi temi che investono l’ambiente e di conseguenza l’umanità stessa?”
STEFANO PARETI – “La questione ambientale si affianca e si integra con l’uso che si fa del territorio. Di recente ho avuto la possibilità di discutere con l’amico Paolo Iacopini, agronomo toscano che ha scelto Piacenza come luogo in cui lavorare per decenni e che oggi è ancora molto attento ai temi ambientali e urbanistici. Sulla situazione climatica di Piacenza le sue parole mi hanno illuminato”. ‘La densità dell’aria e l’anidride carbonica stante la conformazione della pianura Padana – mi ha spiegato – di cui Piacenza è al centro, generano una cappa sul territorio. Occorre senz’altro ridurre la presenza di anidride carbonica attraverso le piante che la possono assorbire e dunque occorre un potenziamento della forestazione sia pubblica che privata. A livello di forestazione è necessario perciò inserire i colti (aree abbandonate non ci devono essere) e un riordino dei boschi che andrebbero trasformati in aree cespugliate ricorrendo a ginepri, sanguinella, ginestra, rovi, castagno, che rimangono solide piante contro l’inquinamento, perché non sono come l’erba medica che ha durata temporanea!”
Blog Il Taccuino – Riguardo al rapporto città e natura voglio riproporre quanto affermato dal professor Paolo Pileri docente del Politecnico di Milano ospite di un incontro promosso dal Circolo di Legambiente alla Fondazione di Piacenza e Vigevano qualche anno fa che durante la presentazione di un suo libro si è mostrato durissimo sulla legge regionale urbanistica di cui parliamo. E’ partito da una domanda: “qual è il valore del suolo? La ricchezza del suolo, secondo il pensiero comune, dipende dall’uso che se ne fa e la ricchezza deriva dal tipo di sfruttamento che si ottiene. Ma il professore ha dato ben altra interpretazione al valore del suolo parlando delle valutazioni che ha scritto nel libro “L’intelligenza del suolo”. Pileri ha centrato il suo ragionamento e la sua valutazione partendo dal valore intrinseco del suolo, sganciandolo completamente dai progetti umani per il suo utilizzo, anzi. Meno progetti si fanno meglio è, e anche per le zone abbandonate il suo suggerimento è considerarle “zone liberate che cominceranno a rinaturalizzarsi e assorbiranno carbonio, azione di cui si ha un gran bisogno”. Utopia in questo mondo?
STEFANO PARETI – Restando sul rapporto città e natura sempre Paolo Iacopini ha usato parole chiare per spiegare che quello che succede nelle campagne e in montagna ha riflessi anche sulla città: la montagna deve essere abitata – ha insistito – perché è lì che si comincerà ad assorbire l’anidride carbonica. Un bosco ha bisogno di tutela e non di essere abbandonato. Oggi c’è un disequilibrio che porta a un inquinamento che dalla montagna scende a valle alla città. Le cavallette mangiano tutto il verde ma l’agricoltura non può fare a meno dell’uomo. Dal suo punto di vista ha parlato di ‘una fame immobiliaristica forte’ e poi cosa vediamo di fronte a noi? gli alberi di via Beverora e l’ex Ospedale Militare sono addirittura infestanti”.
Blog Il Taccuino – “Certo a questo proposito qualche dato sempre attinto dall’incontro di Legambiente con il prof. Pileri. Il valore del suolo – ha detto – per tutte le attività che si svolgono al suo interno, è dato dalla capacità di produrre alimenti, di dare vita a milioni di organismi, micro-organismi, piante, arbusti, erbe che costituiscono il sistema che permette la nostra sopravvivenza alimentare e, in tempi di aria pesante a causa della crescita esponenziale di anidride carbonica e delle polveri sottili (prodotte delle attività umane realizzate con lo sfruttamento dei suoli) di migliorare la qualità della vita. Ma i dati dicono che il suolo da questo punto di vista non se la passa bene, anzi, “è in via di estinzione” – ha allertato il professor Pileri. I numeri lo dimostrano. In un solo anno (2021) sono stati consumati 6.331 ettari pari al 22,4% in più che tradotto è pari a un aumento di 17,34 ettari al giorno, 2,2 metri quadrati al secondo. Sarebbe come dire mangiare pane e suolo… anche se verrebbe da domandarsi, a questo punto, dove si coltiverebbe il grano da cui ricavare il pane… se proseguisse il ritmo attuale del consumo di suolo”. E infine, lo sapevamo che il valore del suolo si esprime in uno spessore di circa 30 cm? Quello che solitamente viene coperto da asfalto o cemento… C’è di che riflettere.
2 Comments
Su questi temi bisogna dare corpo alle parole: se si sceglie di parlare di “urbanistica partecipata”, poi non può essere che chi partecipa si lamenti di non essere stato ascoltato, o solo inizialmente. Se si parla di “foresta urbana”, scegliedo un ardito ossimoro, la conta di poche piantine messe a dimora fa pensare a una presa in giro. Infine se si parla di benessere e di salute come prima cosa da salvaguardare, poi non ci si può dimenticare della funzione di neutralizzazione del particolato fine e ultra fine che solo gli alberi e il verde pubblico possono garantire. Viceversa se si hanno altre priorità, dichiarale apertamente
Grazie Luigi! Dalle parole ai fatti. L’impegno, anche se gravoso e complesso perché si sviluppa in tante direzioni, è necessario. Ne va della nostra qualità della vita futura.