outfit di strada rubrica uscita su Libertà il 7 marzo 2016
appuntamento ogni lunedì
«Butta via quegli stracci, con tutto quello che hai
nell’armadio vai a prendere della roba vecchia che neanche sai chi l’ha
portata». Era la frase che usava la mamma quando voleva bocciare le mie
fughe in avanti in fatto di vestiti. Quell’epoca molto lontana nel tempo
a voler ben guardare è stato il primo contatto con il vintage. La mamma
non sopportava il mio vizio di scambiare gli indumenti e frequentare i
pochi negozi dell’usato che stavano nascendo. Chissà che cosa direbbe e
come reagirebbe oggi a vedere per strada signore per bene indossare «quella
roba vecchia».
Perché il vintage? In un contorno tanto saturo di merci
e di cose nuove perché andare a risvegliare l’antico? Il vintage è poesia.
E’ architettura, è stile di vita ed è armonia. Certo non tutto ciò che
è vintage, nell’abbigliamento, può essere ripreso e riproposto. Non tutto,
ma molto. Un po’ di questo un po’ di quello un melting pot di stili diversi
e ti crei la tua immagine.
Del resto che cosa ha fatto la moda nel corso
di questi decenni se non riproporre gli anni Sessanta, i Settanta e ancora
gli Ottanta? Il vintage va oltre non è solo forma. Il vintage rimette in
circolo le vite. E’ questo aspetto che cattura e fa sognare.
Perché il
look – come ti proponi agli altri – è quasi un’interpretazione di te all’interno
di un canovaccio non scritto. Una recita a soggetto, un’improvvisazione.
In questo il vintage aiuta. Tende una mano a quello che quell’abito, quel
cappotto ha rappresentato nel momento in cui è stato realizzato. Ed è indiscutibilemente
arte nella manualità perché quel vintage di pregio fa tornare indietro
nel tempo alle sarte (o sartine come le si chiama abitualmente), vere stiliste
ad personam che tagliavano su misura gli abiti per le signore prendendo
spunto dal rotocalco dove impazzavano le dive e i reali del mondo. Lo sfarzo
declinato per la vicina di casa, per la commessa, per la maestra, la professoressa,
la dottoressa che aveva bisogno di un abito per la giornata delle consegne
dei diplomi, per la prima teatrale o più semplicemente per accompagnare
il figlio alla comunione e poi, più avanti, alla festa grande del suo matrimonio.
Quadri di vita che il vintage ti porta in casa. Tracce di vite vissute
le ritrovi talvolta nelle tasche dei capi spalla nelle fodere interne delle
borse d’antan che raccogli come feticci sapendo che mai potrebbero servire.
Li conservi perché son lacci che ti legano al passato, alle vite degli
altri. Alle persone vissute prima di te. Il vintage ti abbraccia e ti conduce
per mano per introdutrti in un mondo di stile diverso e personale. Fuori
dalla convenzionalità delle divise odierne. E’ anche un po’ rivoluzionario
vestirsi vintage, un modo per distinguersi dalla corsa al cappottino così,
alla borsa cosà, al pantalone carico di improbabili ornamenti perché visto
nello show del momento. Un mondo uniforme che stringe alla gola, il nostro.
Ovunque vai trovi le stesse mutande, le stesse calze, la stessa lingerie,
identitci i maglioni e la cosa più sconvolgente è che anche gli arredamenti
dei negozi sono gli stessi, col il loro format da esportazione. Tu viaggi
e cerchi cose nuove, ma in fatto di gusto ti trovi immersa in un centro
commerciale globale identico a quello che hai lasciato là, nella tua città
poco distante da casa tua. Fa un po’ tristezza. E’ pur vero che la corsa
alla divisa non è cosa di oggi. Negli anni Settanta chi non aveva l’eskimo
se era a sinistra? O loden con i Ray-ban se stava a destra? Il vestito
era un biglietto da visita che indicava esteriormente il tuo sentire politico
e sociale. Corsa alla divisa che significa essere uguali a qualcuno e se
poi diventa moltitudine dà forza e ci si sente di appartenere al genere
umano. Sarà così che anche oggi vince la ricerca del marchio. Ma non s’inventa
nulla. Ho riletto di recente “Sorelle Materassi” di Aldo Palazzeschi. Possedere
un paio di mutande con l’etichetta “Sorelle Materassi” era desiderio di
tutte le donne della Firenze bene dei primi decenni del Novecento. Alla
fine della storia le sorelle ricamatrici e produttrici di lingerie di prestigio
restano prosciugate completamente nelle sostanze per le scapestrate imprese
del nipote Remo così cedono per necessità e iniziano a lavorare anche per
le figlie dei contadini. Per queste giovani non altolocate avere una camicina
con l’etichetta “Sorelle Materassi” era un sogno realizzato. Potere di
uno status symbol.