MODA&MODI

Gilet gialli e foulard rossi. Anche lo street-style sceglie le barricate

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Moda&modi – Rubrica semiseria a cura di Antonella Lenti

Gilet gialli, foulard rossi. In questo primo scorcio di ventennio del Duemila lo street style sale sulle barricate e l’insegnamento arriva dalla Francia con la quale, in materia di moda, la guerra è quasi più aperta di quella che ci vede contrapposti sul vino. Di questi tempi le contrapposizioni con i francesi occupano uno spettro molto vasto e passano persino da Bruxelles. Torniamo al tema della rubrica. Moda&modi si intitola ed è al look, al nostro apparire che “spendo” (di rigore leggere il doppio senso del verbo usato) questa manciata di parole e considerazioni. Lungi da me, come mi è capitato spesso di sottolineare, invadere campi altrui che non mi sono propri però, di tanto in tanto, capita lo scivolone e… via che mi lancio in stonate considerazioni socialpolitiche.

Tuttavia non è colpa di nessuno se per protestare ci si identifica con un indumento indossato da gruppi di persone che traducono in questo modo il loro malessere nei confronti di una condizione sociale e quindi politica. E’ un modo per declinare un’appartenenza, un messaggio immediato per dire agli altri la propria collocazione rispetto alle cose serie da portare sul tavolo della politica e delle istituzioni.

E poi è molto facile fare il parallelo moda-politica.

Non per incaponimento personale ma anche per questa circostanza parlando di rapporto moda e politica (come già le spallone larghe trattate nella rubrica della scorsa settimana) si devono rispolverare gli anni Ottanta. Quel decennio ha segnato pesantemente il nostro divenire ipotecando il nostro presente. Chi era 20-30enne in quel periodo oggi fa parte dell’età matura e qualcuno di loro è stato ed è ancora inglobato in quella che comunemente viene definita con tono spregiativo l’élite. Il vestiario allora era una bandiera per conclamare il successo di sé, il progresso inarrestabile che molti di noi pensavamo di aver imboccato e soprattutto dell’affermazione di un Made in Italy di grande pregio perché frutto della creatività, della meticolosità, della sapienza artigianale di tanti sarti poi assurti al rango di stilisti e padri fondatori della nuova dottrina, il look che misurava, di pari passo, il successo. La memoria si rinfresca pensando agli anni in cui fior fior di stilisti sgambettavano per entrare sullo scaffale della modernità e si facevano contorno di alcuni dei politici in ascesa di consensi in quel periodo. Non era la prima volta che accadeva, anzi ogni epoca, ogni nazione potrebbe essere raccontata spulciando negli armadi delle persone. Se infatti si torna ancora più indietro nel tempo gli studi di storia ci offrono su un piatto d’argento un esempio di quanto la moda degli anni Venti fosse collegata ad un movimento (futurismo) affiancato al nascente movimento politico dei fasci. La cifra di quel tempo dettata non certo dalle contadine ma dalle donne benestanti (e moderniste) erano capelli corti, abiti essenziali, privi di sottogonne da cui per la prima volta appariva il contorno del corpo femminile. Tutto per cercare di comunicare un’immagine d’insieme dinamica e frizzante (rivedere per questo la seconda parte di Novecento di Bertolucci ci illumina in proposito).

Gilet gialli e foulard rossi non hanno alcuna relazione con i desiderio di essere protagonisti della moda. Lungi da loro, certamente, da quella voglia di griffe seminata in embrione e via via cresciuta a dismisura come un blob che si è insinuato nelle nostre vite, nelle nostre coscienze e che ci rende golosi di tutto quello che intorno a noi è marchiato: a prescindere dalla necessità o meno di quell’oggetto.

In fatto di moda quel consumismo degli albori si è evoluto ed è tramutato da elemento economico a sostanziale supporto di psicologie (femminili o maschili non c’è differenza) sempre più fragili che ci porta a pensare in funzione di un “avere” che determina un “essere”: hai dunque sei.

Sono partita dai gilet gialli e dai foulard rossi perché mi ha colpito la particolarità di aver scelto un indumento per identificare il proprio pensiero… Pensiero politico, prepolitico, post politico?.

Per il momento ci fermiamo a questo ma nessuno può impedirci di pensare che a breve potrebbero scendere in piazza i papillon a pois o le pochette verdi… Di argomenti su cui muovere la protesta se ne trovano infiniti e la fantasia in fatto di outfit non conosce limiti. Che dire? Quale effetto potrebbe determinare, questo nuovo modo di caratterizzare la protesta, sui tradizionalisti ancora legati alle manifestazioni dei decenni scorsi connotate da indumenti speciali sintomo di un sentire comune. L’eskimo, infatti, è stato per oltre un decennio il giaccone per saldare il contratto emotivo e politico tra lavoratori e studenti e così pure i jeans. Aria diversa in quelle manifestazioni dove seppure “popolate” da divise non era stata scelta per staccarsi dalla moltitudine bensì per identificarsi in una nuova moltitudine che si veniva formando. Viene da dire che il motore del movimento erano le idee non l’abbigliamento.

Di questi tempi però abbiamo capito e abbiamo fatto nostra la consapevolezza che l’abito fa il monaco. Se hai il gilet giallo protesti contro Macron, se hai il foulard rosso contesti i gilet gialli che contestano Macron… Questo accade in Francia, arbitra da sempre dell’eleganza e creatrice di bon ton. In Italia? Si sta studiando una soluzione per le prossime piazze da animare a suon di proteste. Intanto vanno per la maggiore le divise indossate da alti rappresentanti dello Stato. Tante casacche da indossare alla bisogna per segnare il territorio per trasmettere il messaggio che rassicura di più: essere inflessibili. Difficile, per inesperti contestatori di questo millennio, trovare una forma-abito che possa lasciare il segno. E allora che dire, stilisti di tutto il continente datevi una mossa l’Italia ha bisogno di voi!

alenti92@gmail.com

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