L’INCHIESTA (3)
di ANTONELLA LENTI
“Positiva un’aggregazione unitaria per le Europee, ma non funziona se resta la speranza che muoia il Pd”
Prosegue il cammino nella sinistra. Obiettivo capire quali sono le riflessioni che singoli esponenti d’area elaborano in un momento in cui la sinistra, il concetto stesso di sinistra, sembra aver perduto i contorni e sembra disperdersi nel magma indistinto di una società liquida, impalpabile. Un sistema sociale dove i punti di riferimento sono vacillanti e in certi casi crollati sotto il peso di una mutazione profonda che la sinistra, i partiti di essa più rappresentativi non sono stati incapaci di cogliere.
Nel terzo appuntamento della rubrica TERZO MILLENNIO – Sinistra&Sinistre a parlare è Carlo Berra, esponente storico della sinistra piacentina che ha attraversato tutti i cambiamenti avvenuti negli ultimo trent’anni nell’area politica a cominciare dal Pci a cui ha aderito provenendo dallo Psiup, poi Pds, Ds e infne Pd. Berra ha ricoperto diversi ruoli istituzionali in Regione nel Comune capoluogo e in Provincia. Oggi? “A 70 anni leggo e studio molto, il mio contributo è questo” .
Perché una rubrica di politica, perché una rubrica su un blog sconosciuto, perché una rubrica dedicata a Sinistra&Sinistre. Non è solo la sinistra ad attirare la mia attenzione. Ho intenzione, se troverò adesioni, di scandagliare anche altri mondi politici. Perché una rubrica su un mezzo, il blog, che pochi conoscono, che non ha mezzi, che viene fatto in modo volontario? Mi sono chiesta quali potrebbero essere i riferimenti del fare politica nel prossimo futuro considerato che, come per tutte le cose, arriva un punto in cui quello che è stato prima non può più essere valido per il dopo. E quindi ho iniziato senza molta puntualità nell’appuntamento e affidandomi a mezzi artigianali per farlo conoscere. Ho iniziato dalla sinistra per il fatto che la trasformazione del sistema politico in questo ultimo anno ha messo sotto i riflettori la confusione in cui si trova l’area del centrosinistra, sempre più spezzettata; ha messo in rilievo soprattutto la marginalità in cui gli elettori hanno spinto il Pd, principale partito dell’area di riferimento del centrosinistra passato dal governo a un’opposizione quasi inesistente. Tutto questo mi ha indotto ad aprire uno spazio di approfondimento in cui, di volta in volta, esponenti di varia estrazione politica vedono la prospettiva di una forma politica che si richiami alla sinistra o al centrosinistra. Gli interrogativi, che ciascuno declina a seconda della propria sensibilità politica, culturale e sociale, riguardano i contenuti, il profilo di una convivenza futura di cui la politica, volenti o nolenti fa sempre parte.
INCHIESTA (3) CARLO BERRA
“A sinistra si è lasciato crescere il deserto culturale”
Durante la lunga chiacchierata tratteggia velocemente alcune tappe storiche che hanno contraddistinto scelte positive ma anche errori del suo campo politico. E’ nella coda del suo ragionamento che Berra mette il dito nella piaga.
Parla infatti di una specie di deserto culturale alle spalle della politica degli ultimi anni e che hanno lasciato come “sospese” le azioni concrete.
“Il limite vero dei leader degli ultimi anni da Veltroni a Renzi passando per Bersani – dice Berra – è quello di non aver lavorato per preparare il terreno culturale. Non può esserci una grande politica senza una grande cultura alle spalle. Nei momenti difficili che abbiamo vissuto e osservato nel Novecento, bene o male, le difficoltà venivano superate anche per quella forte adesione fideistica alla politica che certo non è un connotato dei nostri giorni. Quando parlo di progetto culturale non faccio riferimento a valori generici, ma a un progetto di emancipazione più generale della società. Nel momento in cui è crollato il muro anche per la socialdemocrazia, che aveva avuto un ruolo enormemente positivo in Europa, è iniziato un processo di impoverimento complessivo”.
Le ragioni, secondo Berra risiedono nella classe dirigente di allora e nel fatto che il crollo del muro fosse la fine di un mondo da cui se ne sarebbe creato uno più lineare.
“L’area socialdemocratica non ha elaborato a fondo cosa stava succedendo: finiva il comunismo – segnala Berra – ma anche il socialismo democratico aveva i mesi e gli anni contati. Immediatamente dopo quegli stravolgimenti nella storica divisione del mondo si è imposta la globalizzazione che ha mutato profondamente gli equilibri tra stati e tra le stesse popolazioni…
Dopo il crollo dei regimi comunisti non si è colto appieno quello che sarebbe venuto dopo. Lo aveva intuito Occhetto ma poi il processo non è andato a fondo… perché? Mah, diciamo che non ha avuto tanti amici nel partito. Insomma per certi aspetti i guai di oggi derivano dalla stessa sinistra, dalla sinistra storica: Pci e Psi. Su questo terreno non salvo né l’uno né l’altro”.
Parlando di politica al tavolino di un bar
L’appuntamento per l’intervista è fissato un sabato mattina in un bar del centro. E’ curioso come si riesca a parlare di politica in un’affollatissima sala che rumoreggia, in cui le persone ai tavoli si raccontano gli aneddoti della settimana e si incontrano prima o dopo una puntatina sul mercato. E’ sabato, la giornata è di quelle dedicate al relax. Così con Berra si parla della sinistra. Il ragionamento non può prescindere da ciò che è stato e così mette subito in chiaro: “alcune premesse sono necessarie per arrivare ad analizzare l’oggi”.
Quindi torniamo alle origini?
“Tra le premesse da sottolineare c’è il fatto che l’esperienza della sinistra storica italiana, Pci e Psi, ha contribuito alla modernizzazione del paese ma si è esaurita, questo va detto ma è un aspetto di cui non si parla mai”.
Che cosa è recuperabile di quei contenuti, di quell’esperienza?
“Non c’è bisogno di mettersi a tagliare, disboscare per cercare quei contenuti che sono evidenti e rappresentano un dato di fatto per la sinistra storica”.
“Parlo del filone che ha posto il tema dell’uguaglianza: è sostanzialmente questo il contributo che la sinistra ha dato al mondo. Un tema che ha avuto diverse declinazioni. Una con una connotazione radicale che si è manifestata nel comunismo storico da Lenin in poi. Nei suoi sviluppi mondiali ha pensato di essere l’unica forza possibile capace di porre quella questione dell’uguaglianza e quindi è stata settaria. Ma c’è un’altra espressione di quel filone ed è rappresentata dalla socialdemocrazia che appartiene all’area occidentale, all’occidente capitalistico e soprattutto europeo. Questa declinazione del tema dell’uguaglianza ha contribuito alla costruzione di una società più eguale. Un percorso che si è reso possibile anche attraverso il contributo dei cattolici. In sostanza questo ha introdotto una correzione riformista del capitalismo. Nel nostro Paese la componente riformista era presente sia nel Pci sia nel Psi anche se, va detto, in Italia tutto è stato più anomalo rispetto al resto d’Europa.
Alla fine del Novecento si arriva alla dissoluzione dell’esperienza storica del comunismo. Laddove si è mantenuto è solamente formale (Laos, Cambogia, Cina) la realtà dei fatti è che quel comunismo pensato da Lenin, attuato poi da Stalin è sostanzialmente fallito. Fallito. E quei riferimenti sono messi in discussione. Definitivamente.
Ora si profila davanti a noi una sfida ciclopica che potrei paragonare a quella con cui si trovò a fare i conti Carlo Marx rispetto ai cambiamenti epocali che quella società viveva in quel momento”.
In che senso parli di sfida ciclopica, in termini di comprensione del cambiamento cui assistiamo o in termini più concreti di gestire questo cambiamento?
“Bisogna partire da Marx. Ebbene, l’unica profezia, l’unica visione che ha colto nella sua analisi e che si è effettivamente realizzata si concentra sul fatto che il sistema di produzione capitalistico industriale ha conquistato il pianeta intero. Non c’è mondo sul globo che non si richiami a questo tipo capitalismo che ha vinto. E’ indubbio. Questo modo di distribuzione delle merci ha avuto la capacità interna di rinnovarsi, il sistema si è autoriformato e quindi è cambiato di pari passo con le mutazioni avvenute nella società, con l’innovazione e la tecnologia. Dalle macchine industriali, alla robotica fino alla digitalizzazione. Il punto e anche la sfida di oggi sono questi: come rapportarsi a questa nuova realtà”.
Il prodotto che assorbe l’uomo, dunque che cosa ha determinato?
“Ha determinato la modifica degli stili di vita, ha inciso nelle relazioni umane e fino alle rappresentanze politiche, ciò che è stato prodotto sul sistema pubblico è straordinario. Questo alla fine ci fa dire che il capitalismo è una bestia dalle sette vite ed è anche pericolosa e genera contraddizioni devastanti riguardo alle relazioni interpersonali e via via fino al grande tema ambientale”.
Berra, sei stato testimone dello svolgersi del recente congresso della Cgil. Parlando di un capitalismo con sette vite, che dire del sindacato? Ci sono responsabilità rispetto alla perdita di contatto con quella realtà di cui si diceva? L’impressione è che il sindacato, a differenza del capitalismo di cui parlavi, non abbia saputo autoriformarsi… Che si può dire?
“Il sindacato, anche quello moderno, vivendo nel mondo non può non cogliere queste cose, i mutamenti presenti nella nostra società. Quindi certamente li individua, li coglie, denuncia gli aspetti perversi…”
E allora? Nessun problema?
“Al contrario, il dramma è che non sa cosa fare”.
Un messaggio poco consolante da un congresso di un sindacato importante come la Cgil…
“L’unica cosa certa nel congresso di Bari è stata l’affermazione dell’unità del sindacato da interpretare anche come l’unico antidoto che ha in corpo oggi il sindacato. Un valore che è stato riaffermato dalle due componenti interne. L’idea che mi sono fatto osservando i lavori congressuali ascoltando gli interventi più significativi? Beh, che entrambe le componenti – dove non si evidenziano sostanziali differenze – manchino di prospettiva e che il valore di base sia stato la difesa dell’organizzazione”.
“Decisamente, di fronte a questo capitalismo vincente a questo liberismo…”
Dalle tue parole sembra vengono alla mente gli anni Cinquanta quando sulle piazze si chiedeva pace, pane e lavoro. Un salto indietro. Un arretramento reale della qualità della vita delle persone…
“A quel tempo la disoccupazione c’era e forte, c’era miseria. Oggi siamo di fronte a un altro tipo di problema. Tanto, troppo lavoro assolutamente dequalificato e richiama la necessità di formazione e quindi il tema del sistema scolastico. Le risorse alimentari – il pane di allora – oggi pone la questione ambientale e i riflessi sulla salute delle persone, quanto alla pace è necessario avere il coraggio di affermare una politica di non violenza. Un no alle armi, punto. E in questo ci aiuta la grande lezione del Vangelo”.
Una delle spine nel fianco, una delle insidie per la sinistra è la questione delle disuguaglianze sociali, soprattutto nel mondo del lavoro sempre più frammentato, come affrontare questo tema?
“Il tema è come governare questo processo economico in senso verticale. Occorrono a mio avviso soluzioni tecniche e giuridiche che consentano un controllo delle aziende dal basso. Un controllo che parta dai lavoratori e nello stesso tempo un controllo dall’alto”.
“Credo che sia necessaria una maggior presenza pubblica in questi campi e che non sia sufficiente mettere in campo azioni riguardo al controllo fiscale. E’ necessario alzare l’asticella e non fermarsi solo al rispetto formale dei contratti di lavoro, è una condizione minima. E’ necessario che sistematicamente vi sia un controllo diretto nelle aziende stesse. Una verifica attenta e puntuale delle dinamiche interne al lavoro. Anche questa una grande sfida”.
Torniamo al concetto di capitalismo, non esiste una faccia buona per il capitalismo? Così non si fa un passo avanti, siamo ancora al punto di partenza?
“Non esiste né un capitalismo buono e neppure un capitalismo cattivo. Il punto è: quale forza politica si pone il problema di governarlo, ma non ne vedo”.
Quali sono i rischi se non si governa questo processo?
“Quanto alla destra si fa paladina di parole d’ordine contro l’immigrazione… ma tutto questo è un modo per accompagnare il capitalismo nel suo incedere, non rappresenta certo una carta per governarlo. Per la sinistra il rischio maggiore è che si vada a una frammentazione sempre crescente e che si affermi una tendenza (che già si osserva) di un antagonismo contro il sistema. Si apre un problema a questo punto: se si vuole fare antagonismo in una società complessa si rischia di arrivare alla teorizzazione del terrorismo.
I primi movimenti operai dell’800 sono movimenti idealistici, anarchici a cui non è stata estranea la violenza. Ma ancora negli anni Settanta di fronte all’affermazione riformista del Pci si evidenziò la violenza che potrebbe essere capace di risorgere”.
Che fare quindi? Siamo a un punto che può essere determinante
“La domanda vera è con quale obiettivo strategico il nuovo riformismo si propone di domare la tigre e, ammesso che ci riesca, il punto vero è come. Come abbattere questo sistema illusorio. Su questo interrogativo dovrà ruotare la progettualità politica futura. Sarà possibile rimettere in campo le stesse potenzialità mostrate a metà del Novecento? Sarà possibile ripetere quell’esperienza? La domanda non ha una semplice risposta, tuttavia credo che il capitalismo sia ancora una sfida che le società moderne devono raccogliere. Si badi però che si deve mettere in conto anche una sconfitta. Sono convinto che se vogliamo dare un contributo a questo pianeta dobbiamo tentare di farlo. Dobbiamo raccogliere la sfida”.
“Attingo dalla formazione politica che ho alle spalle e quindi metto al primo posto del piano teorico che questa sfida comporta la necessità di avviare un’analisi profonda della realtà, di questa società e del sistema. Ma attenzione non è un percorso da compiere una tantum e poi da archiviare. Lo si deve fare di continuo in modo approfondito perché non si fermi alla superficie”.
Che altro insieme all’analisi che effettivamente nessuno fa più, (neppure il Pd l’ha compiuta dopo il collasso elettorale dello scorso anno…)?
“Se fossi un capo nazionale di un partito costruirei una piattaforma informatica per diventare interlocutori del mondo, ma non basta. Accanto ai collegamenti con il mondo è necessario un “pensatoio” formato da persone che lavorino in modo permanente non occasionalmente, una volta tanto, sistematicamente. Il problema vero è che a sinistra non si pensa. Il processo di individualizzazione estrema del rapporto con la società, con gli altri, con la politica ha pervaso anche la sinistra. Basta osservare quello che ci succede intorno. Hai mai visto in questi ultimi tempi intellettuali mettersi insieme su un progetto su una prospettiva? Io non ne vedo. Neppure all’orizzonte. Eppure la strada non può che essere questa”.
Analisi, pensatoio significa svoltare decisamente con la storia della sinistra di questi ultimi decenni. Una ripartenza da zero?
“Certo che no. Non possiamo staccare la spina con il retroterra culturale con gli schemi che hanno caratterizzato la sinistra come quello che è stato, lo ripeto e lo sottolineo l’importante contributo alla modernizzazione del mondo”.
Quali sono allora i punti fermi che arrivano dalle tradizioni culturali del passato da tenere con sé in una ipotetica cassetta degli attrezzi per rimettere in cammino una piattaforma ideale di sinistra?
“Individuo tre retroterra culturali: la socialdemocrazia, il liberalismo che ci ha trasmesso i contenuti della democrazia (lo stato di diritto viene da lì) e infine il pensiero cristiano nella sua dimensione evangelica in cui al centro pone la non violenza e la dignità dell’uomo. Il tema della non violenza diventa a mio avviso fondamentale. Detto questo arriva l’anello finale: il programma i cui capisaldi dovrebbero trarre linfa dagli elementi ricordati in precedenza”.
Un lavoro immane. Soprattutto quello di individuare le forze in campo che come dicevi ragionano in ordine sparso sospinti dall’individualizzazione anche del pensiero.
“C’è tanto da fare. La cosa positiva che intravedo in queste settimane è il tentativo di mettere insieme le forze. Mi riferisco alla proposta della lista unitaria per le prossime Europee che tenta di parlare alla sinistra e ai moderati. Uno dei problemi che si avvertono riguarda ancora il Pd, se si aggregano dei pezzi e resta di sottofondo l’idea, la speranza che il Pd muoia ebbene se si inizia così è un po’ difficile mettere insieme e aggregare. Lo trovo complicato”.
Parli di unità ma è recente una scissione, una divisione nata dal Pd con la fondazione di LeU
“Non accetto, non sopporto la voglia di scissione. E’ un errore gravissimo quello che è stato fatto. E lo è stato anche dal punto di vista personale dei leader che hanno dato il via a quel processo, oggi, in questa situazione, avrebbero potuto avere opportunità e spazi politici ”.
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2 Comments
Ci risiamo.. rifondare dopo il fallimento , ma cosa ? Con chi ? Con le macerie non si costruisce nulla, ci da' un esempio pratico il terremoto , ci danno un esempio pratico le famiglie rimaste anni ed anni nelle baracche, sotto la neve, sotto le chiacchiere dei politici politicanti della sinistra, destra…ecc.ecc., Lenin ,Marx, persino il Vangelo e i suoi Santi si sarebbero vergognati di queste generazioni di sciocchi..di inetti intellettuali senza speranza. Perché non chiedersi quali sono i risultati reali di tante tavole rotonde, di tanti festival dell'unità che della parola unità non avevano nulla, forse i soli a crederci erano i tanti militanti, che lavorando gratuitamente tra salamelle e polenta, davano il loro cuore inutilmente in vendita a loro insaputa. Il Vangelo rivoluzionario? Sicuramente!! La parola sinistra sicuramente non è più spendibile come il Vangelo, ne per gli operai..per i poveri..per i pensionati, forse è ancora in auge per poveri intellettuali…vecchi dinosauri che nostalgici di vecchie archeologie, di teoremi fallimentari proposti e riproposti nel tempo, incapaci di programmare la propria uscita definitiva dal palcoscenico…chiamiamolo politico…per non dire teatrale. Il capitalismo si è mangiato la politica e i politici, ha divorato tutto, semplicemente perché la praticità del denaro compra, mentre le idee si dissolvono, e nessuna idea resiste al profumo del denaro…i politici in primis. Il capitalismo non ha 7 vite…ne ha una sola, sempre e solo la stessa dall'inizio della sua nascita, percorre cambiando semplicemente il vestito ogni strada del mondo, ma con lo stesso veicolo…il denaro…ce' solamente un modo per poter cambiare realmente ed è incominciare a togliere la parola politica, cambiandola con etica, forse anche il capitalismo prenderà un nuovo volto in futuro, e il mondo avrà regole nuove.
Ho qualche dubbio sullo stato etico… comunque ti volevo segnalare che nella zona del cratere del terremoto dove sono stata una settimana a dicembre del 2017 come volontaria – giusto per mettere in pratica nel concreto il mio concetto di cittadinanza – qualcosa si muove. (su quell'esperienza ci ho scritto una specie di instant book). A Caldarola, un paese marchigiano in provincia di Macerata, hanno inaugurato ieri 2 febbraio la nuova scuola che era stata fortemente danneggiata e solo per un caso (era il 31 ottobre e i bambini erano a casa per le vacanze dei santi non ci sono state vittime). Hanno cominciato da una struttura importantissima in un posto in cui l'intero centro storico che coincide con tutto il paese, castello Pallotta compreso, è lesionato pesantemente e l'intervento è difficilissimo perché le abitazioni sono una accanto all'altra se non una sovrapposta all'altra. ti allego se riesco il link su youtube. se non lo vedi l'ho condiviso sulla mia pagina facebook.
https://www.youtube.com/attribution_link?a=22msh0gEvKs&u=%2Fwatch%3Fv%3DBqEDgBl28VQ%26feature%3Dplayer_embedded&fbclid=IwAR26sbsFMWKqz87wLeUrGezqq2Cg7aPzsw0IfqaHxxdOalrz7g_ejUBAow4