
SI’ VIAGGIARE-VEDERE-CONOSCERE – C’è la moda con gli abiti all’ultimo grido e pure qualche cenno di presa di coscienza di sé e del proprio corpo. In poche parole ci sono circa cent’anni di mutamenti sociali che hanno al centro la donna. È il filo conduttore che ci guida nel Museo della donna che si trova in Kornplatz a Merano. Occupa un piano di un ex convento delle Clarisse. Museo della donna: uno dei pochi in Italia. L’esposizione varata nel 2011 rende omaggio alle donne famose della storia, da Grazia Deledda a Rita Levi Montalcini, per citarne solo alcune a cui sono dedicati pannelli che occupano la parte centrale della sala insieme al percorso storico in cui si raccontano gli “avanti e indietro” nel percorso di emancipazione. L’origine si deve a Evelyn Ortner originaria dell’Austria che nel 1988 fondo’ a Merano sotto i portici il “Museo dell’abito e del ninnolo” fu quello l’inizio e dal 1993 il museo delle donne è gestito da un’omonima associazione.
Nelle vetrine un succo di come siamo state. Abiti che hanno segnato le epoche a partire dalla fine dell’800 e passando per i decenni del Novecento. Ci sono gli oggetti della maternità, quelli che mettono in fila i primi rudimenti di contraccezione compreso un utero fatto all’uncinetto e utilizzato per i corsi pre-parto.

Si soffre ancora oggi a immaginare le vere e proprie torture inflitte dai bustini per stringere la vita e con essa la cassa toracica con tutti gli organi vitali che venivano schiacciati tanto da non respirare. Se il vitino da vespa era di rigore, il lato B doveva essere prominente (profondo, non largo, naturalmente). E così, per imprimere alla figura quel promontorio profondo, sotto alla “gabbia” e ai sottogonna di crine si infilavano i cuscini tenuti su’ con legacci intorno al bacino. Si otteneva cosi, il lato B alla parigina. Accanto si mostra il mondo misterioso dei boudoir nei quali le donne si volevano per forza incollate allo specchio intente a preparare trame e intrighi per conquistare i maschi, che altro si può immaginare di fare, fisse di fronte a uno specchio? Ci sono gli abiti e gli utensili usati nei masi di montagna, gli oggetti del lavoro nei campi, del lavoro in casa, compresa la prima lavastoviglie che ideò Josephine Cochrane “perché – segnala la descrizione – le dava molto fastidio che il personale di servizio, lavando le stoviglie continuasse a rovinare preziose porcellane”. Donne. Non manca neppure il linguaggio dei segni. Interessante quello del ventaglio. Un piccolo assaggio: dama con ventaglio chiuso: “caro lei, non c’è storia” ; ventaglio passato da una mano all’altra: “caro lei si faccia risentire domani”; ventaglio aperto “caro lei, bando agli indugi il avanti c’è posto”… Piccole sciabolate che testimoniano una secolare, intrinseca sudditanza. Tant’è.












Photo Antonella Lenti
