A sei anni, nel 1963, il Duemila era il futuro, il punto di svolta. Lo sbarco sulla luna sarebbe venuto di lì a qualche anno, insieme a tanti sconvolgimenti della società giovanile e operaia. La contestazione si mostrava agli occhi di bambini e adolescenti e alcuni venivano catturati dal quel fascino di cambiamento.
Ero troppo cresciuta per non vedere, ma troppo giovane per partecipare a qualsiasi cosa. Bene, restava la fantasia e allora, via libera a pensare al Duemila, “Come saremo nel Duemila?”, mi chiedevo quasi estasiata al pensiero.
Naturalmente tutto quello che non piaceva nel presente era destinato nel mio futuro immaginario a scomparire. Ad esempio sarebbe stato un grande risultato poter avere a disposizione un robot per aiutare la mamma a fare le pulizie invece di doversi alzare di buon’ora per essere sempre pronta al comando. Quelle mattine di domenica, tra una spolverata e l’altra, la mente veleggiava nello spazio. Chissà se dall’altra parte dell’universo in un altro pianeta altri bambini si chiedevano la stessa cosa, chissà. Questo pensiero planetario tra le stelle potrà mai potuto trovare un punto d’incontro? Pensavo. Fatto sta che in quei quadretti avveniristici non c’erano auto che sfrecciavano a terra, c’erano solo auto volanti, “sfere tutto vetro” che non facevano rumore e atterravano quando necessario sui tetti. La televisione era in ogni stanza e serviva per studiare perché naturalmente nella scuola del futuro non c’erano aule e non si doveva andare da nessuna parte col grembiule nero, il colletto bianco e il fiocco rosa se femmina o azzurro se maschio che regolarmente tornava a casa sempre tinto di inchiostro perché si era intrufolato, chissà come e perché, nel calamaio che si trovava a destra del banco, ben chiuso, quasi ermetico. Le macchie però riuscivano sempre a farsi strada sul nastrino rimasto intonso solo il primo giorno di scuola. Il giorno della fotografia che ogni bambino/a aveva nel suo bagaglio scolastico. E se nel futuro tutto sarà automatico e di plastica, come ci vestiremo nel Duemila? E giù a immaginarsi tute di cellophane da buttare dopo l’uso, pensiero audace volto a sperare di evitarsi di lavare e stirare indumenti non solo propri. Se si era femmine ci veniva chiesto di occuparci di quelli di tutta la famiglia. “Sei nata femmina”. Dicevano. E tu per contro speravi nel futuro. Sperare che almeno la scienza, la tecnologia ti alleggerisse questo destino “sapiente” che ti era stato dato in dono-dote (chissà da chi?) senza neppure consultarti.
Via i vestiti, via i tessuti. Largo al tecnico. E così, in una volata ci siamo trovati nel Duemila e la storia è rimasta la stessa. Certo i tessuti tecnici quasi indelebili sono arrivati, ma quel “sapiente” dono-dote non solo non è svanito, è ancora presente, anzi, predominante. A farci caso il fenomeno sembra l’effetto di un vaso comunicante: tanto più cresce la narrazione di una donna inserita appieno nella società tanto meno nelle storie singole e private quel principio sale. Anzi, la considerazione scende ai minimi. Nel raccontarci l’edizione della moda autunno inverno 2017-2018 ci annunciano che c’è tanto futuro negli oggetti proposti, tanto futuro che però lascia spazio anche tanto al passato. Cosa intendere? Ci sono rivisitazioni di stili e passano sul tappeto della moda fogge, forme e colori dei decenni scorsi e vanno sotto braccio a mises urbane ultrafuturibili o da gran sera che utilizzano tessuti che hanno fatto furore nel mondo dello sport. Si va indietro anche qui agli anni settanta quando ancora, per quanto riguarda lo sport della montagna, s’incontrano foto di persone che si cimentano sui sentieri con scarponi di cuoio, ciaspole di bamboo e corda, maglioni spessi di lana che alla minima pioggia diventavano quintali da portare sulle spalle con lo zaino, cuore di ogni escursione. Bene, tutto si è alleggerito con i tessuti tecnici e vai sui sentieri come una libellula. E quel futuro fantasticato negli anni Sessanta foriero di tanti benefici? Come al solito la fantasia illude e va troppo oltre. Di automobili asfissiamo, di vestiti soffochiamo e i lavori di casa continuano ad essere sempre un problema. Non ci resta che sperare ancora avanti. Nel Tremila?
Antonella Lenti
alenti92@gmail.com