MODA&MODI – Rubrica semiseria a cura di Antonella Lenti
Segni particolari: tattoo-free. Dalle tavolozze ambulanti che ciondolano sulle strade estive dove, per la calura, si mostrano grandi superfici di pelle ghirigorata, viene da pensare che la fetta di umanità che non si è fatta ancora incidere neppure un piccolissimo lembo di pelle si conti sulle dita di una o al massimo due mani. Quindi chi si accontenta dei soli arabeschi che produce o produrrà il tempo creando solchetti più o meno marcati, disegnando ton-sur-ton vere e proprie ragnatele più o meno incise, può diventare un caso da tenere in osservazione. Può tranquillamente essere annoverato tra quell’umanità coraggiosa che sfida le mode del tempo, riesce ad attraversarle senza restarne incisa più di tanto.
Del resto si sa che ogni tempo ha i suoi must e in questo primo ventennio del Duemila sono i tatuaggi. Hanno scalzato la tintarella-mania: non si perdeva occasione di aggiungere al bagno di sole naturale qualche puntata al centro abbronzatura per mantenere quel colore che, negli anni Ottanta soprattutto, faceva tanto sano ed elegante. Vuoi mettere i colori vivaci dell’estate, dal turchese al verde acqua come risaltavano sulla nostra pelle ambrata? E poi, lungi da noi quel pallore malaticcio che se all’inizio del Novecento faceva molto nobile, alla fine del secolo faceva pazienti appena dimessi dall’ospedale. Il sole non è più tanto amico della nostra pelle (col nostro aiuto è diventato quasi nemico) così i tatuaggi di oggi sono la tintarella di ieri.
Da una trentina d’anni ormai hanno fatto breccia nel nostro cuore. Hanno iniziato ragazze e ragazzi giovanissimi che di nascosto dai genitori e per mantenere celata la creazione dell’ingegno inciso sulla propria pelle sceglievano i punti più nascosti o meno visibili con disegni perfetti della serie di quelli che da bambini negli album da completare ci divertivamo a colorare: erano pappagalli piuttosto che cinciallegre per non parlare dei nontiscordardime… ebbene quelle forme si sono traslate in men che non si dica sulle scapole di giovani adolescenti troppo piccole e piccoli per l’anagrafe ma già in tutto e per tutto signorine e signorini con l’ambizione di essere accettati nel gruppo di amiche e amici con l’unica condizione indispensabile di essere incise/i da qualche parte. Così c’è chi si è fatta tatuare un cuoricino sotto al braccio, chi un pappagalletto nell’incavo del piede sopportando probabilmente dolori indicibili, ma quello era il marchio per stare in società, per stare nel gruppo per essere ammessi. Condizione indispensabile e irrinunciabile. E qualora la mamma avesse scoperto il sotterfugio là pronti a muovere a pietà urlando tra lacrime un po’ spontanee un po’ di rabbia “Non vorrai mica che tua figlia sia l’unica sfigata della scuola che non mostra nemmeno il coraggio di farsi un tatuaggio?!?? Mamma… sveglia dove vivi!”.
Era iniziata così la scalata dei tatuaggio sull’epidermide umana fino a quel momento il tatuaggio era il numero dell’animale domestico poi sostituito con micro chip oggi è sulle braccia di tutti. Dai primi soggetti, quasi sempre neri, talvolta con forme aggressive pronte a segnalare “ohi attenti siamo duri, con noi non si scherza”, i soggetti disegnati su pelle (umana) si sono raffinati e colorati soprattutto. Spopolano sulle braccia di giovani ragazze (e anche non più ragazze) mazzettini di fiori che spiccano sui bicipiti esposti all’osservazione altrui e campeggiano anche sulla schiena tra le scapole. Di anno in anno si aggiungono parti nuove del mosaico. Fieri di essere tavolozze ambulanti fieri del proprio ego fiorito. Come ricetta di felicità. Attenzione, però che la prossima moda non sia un microchip!
pubblicato da Libertà 8 luglio 2019
