MODA&MODI

Roma, Tokyo, New York Cambiar d’abito si può Viva la differenza!

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RUBRICA SEMISERIA A CURA DI ANTONELLA LENTI 
Gentrification. Ovunque vai le stesse cose. Ovunque sei trovi l’abito che hai visto sotto casa la settimana prima e a cui hai resistito perché, a voler andare a fondo, è molto simile a quello che hai messo nel sacco Caritas il mese scorso.

Trovare le stesse cose ovunque sembra essere diventata una goduria, qualcosa di cui non si può fare veramente a meno. Vuoi mettere la soddisfazione che ti dà quando nel tuo sperduto paesello ti prende la sensazione reale, concreta e tangibile di star facendo lo stesso gesto che a centinaia di migliaia di chilometri di distanza sta pure facendo una signora della tua età in una grande metropoli globale, meta sognata dei tuoi anni giovanili? Una relazione di gusti s’intreccia e il piacere è tanto forte da smontare ogni confine. Nell’immaginazione, s’intende.

E se quel gesto che compi sotto casa tua è come ti facesse sentire un poco come a New York o a Singapore o a Mosca o a Londra o a Parigi, allo stesso modo quel gesto che tu stessa potresti compiere in una di quelle grandi città sognate ti farebbe sentire il sapore di casa. Ti senti così cittadina del mondo solo perché compri uno straccetto da pochi soldi in un grande store perfettamente uguale in tutto il globo. Che importa se utilizza manodopera sottocosto prodotta in un angolo di mondo sperso in mezzo a qualche oceano, quel concept non è distante anni luce perché attraverso quello straccetto arriva fino a te. Come semplificare la complessità di un mondo difficile “piallando” i gusti in una sola direzione, un meccanismo di “acculturamento” alla consuetudine che via via porta a pensare tutti nello stesso modo. Se non altro in quell’aspetto futile e passeggero che è la moda, il vestire, l’agghindarsi, l’apparire. Batti oggi, batti domani la consuetudine modifica la visione delle cose, di tutte le cose e anche del mondo. Quel mondo che pensiamo di conoscere perfettamente visto che le strade dello shopping sono le stesse ovunque immaginiamo che le differenze siano state appiattite come si fa con i difetti fisici addomesticati dal colpo di un bisturi sapiente. Senza volerlo tutti siamo arruolati nella corsa a correggere le differenze, anomalie di un mondo sulla via della omogeneizzazione da sud a nord da est a ovest.

Guai a proclamare viva la differenza!

Eppure c’è stato un tempo in cui bastava una piazzuola sull’Autostrada del sole, fresca fresca di costruzione, per scoprire il mondo sconosciuto. Nelle aree del pic nic era l’incontro con altre culture, con altre lingue. E giù a cercare golosi gli involucri che avevano contenuto marmellatine, biscotti, burrini e via a sognare il viaggio compiuto da quei bambini biondissimi che fino a poco prima avevano giocato su quel prato. Quelle aree pic nic oggi non esistono più, sono state assorbite dall’asfalto sempre vorace di spazio da mettere al servizio dei milioni di turisti frettolosi. Quelle aree da pic nic degli anni in cui tutti si stava scoprendo la meccanizzazione della società e soprattutto della mobilità, rappresentavano isole di fantasia per noi ragazzi alla ricerca di tracce del passaggio di norvegesi, olandesi, svedesi sulla direttrice nord-sud dell’Europa ancora ai primi passi. Cercavamo la diversità perché per noi rappresentava, inconsapevolmente, un pertugio entro il quale allargare la nostra mente, il nostro sapere la conoscenza di quell’emisfero di cui eravamo ospiti. Un volo di fantasia che può far bene, chissà mai che scatti in noi il desiderio di uscire dal consueto. Sarebbe già un grande passo scegliere senza essere indirizzati. Che dire: dobbiamo vestire di giallo? Ah si? E chi lo ha stabilito? Chiediamocelo. Torniamo a proclamare: viva la differenza!

(pubblicata su Libertà del 3 giugno 2019)


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