Educazione affettiva fuori programma: mostra contro la violenza sulle donne
“Le gabbie invisibili”. Mostra contro la violenza sulle donne. Di fatto un percorso di educazione affettiva le cui basi sono state tracciate in aula anche senza che i programmi lo prevedano ancora. L’iniziativa autonoma in questo caso – nata dal Tavolo provinciale sulle pari opportunità – ha colto nel segno. Il progetto ha coinvolto le classi terze e quarte degli istituti Cassinari-Tramello e ISII Marconi di Piacenza, Volta di Castel San Giovanni e San Colombano di Bobbio.
Attraverso incontri formativi dedicati alla violenza di genere, agli stereotipi e alle dinamiche relazionali, laboratori podcast e attività artistiche studentesse e studenti sono stati chiamate/i a confrontarsi direttamente con temi complessi e attuali, diventando protagonisti attivi di un percorso di riflessione e comunicazione: le opere e i contenuti sonori esposti rappresentano il risultato concreto di questa esperienza ora restituita alla comunità.
Così si è aperta la porta, gli occhi, l’attenzione e si è fatto spazio alla sensibilità verso un problema molto sottaciuto come la conoscenza reciproca, le differenze e la possibilità di stabilire un dialogo tra diversi basato sul rispetto reciproco.
Ha permesso agli studenti di ragionare sui rapporti tra loro, tra ragazze e ragazzi e di esternare la loro visione e il loro sentire. Gli strumenti utilizzati spaziano tra il percorso tradizionale della parola scritta e del disegno ma approda anche alle forme nuove come il podcast e la stessa mostra, per come è costruita, permette di entrare in uno spazio temporale che, poiché tanto coinvolgente, diventa un’esperienza emotiva che non può essere dimenticata.
Gli incontri in aula però sono stati accompagnati e indirizzati a produrre – e sono diventate le tavole esposte nella mostra – in soggetti raffigurati, in voci eloquenti, in messaggi minacciosi che aprono la strada quasi sempre ad episodi di violenza. Ecco quindi le gabbie che segnano il percorso della mostra.
Forse l’efficacia del tema trattato in aula non sarebbe stato lo stesso (anzi certamente non lo sarebbe stato) se il confronto e il dibattito tra ragazzi e ragazze non avesse visto la presenza di un “tutor” particolare: Antonio Cotecchia (Kotè), che ha accompagnato gli studenti nel laboratorio artistico e curato il concept dell’esposizione. E’ stato Koté che il giorno della presentazione dell’esposizione ha accompagnato i visitatori presenti nel labirinto che si conclude con la speranza che tutto questo possa finire.
clicca qui per vedere il video della presentazione della mostra nella sala della Provincia






Nel labirinto si incontrano parole e disegni schietti che non lasciano nulla di non detto. Anche il sonoro contribuisce a farti entrare nell’angoscia reale di chi subisce questo tipo di violenza. E tante di noi lo sanno, per averle vissute o per aver raccolto l’esperienza di altre donne o ragazze. Le gabbie invisibili che via via crescono di frequenza e intensità fino ad arrivare al punto di non ritorno.
Gli squilli di un telefono che non desiste e continua a suonare. Dall’altro capo del filo c’è chi vuole controllare dove sei, cosa fai e con chi sei. E poi i cartelli sintetizzati dai ragazzi che hanno lavorato al progetto: sono dirette, dure violente come “Rispondi subito se no ti ammazzo” oppure “Togli quella foto o ti lascio” “Se ti vesti così poi non lamentarti”… e poi ancora “Se mi ami davvero non lavori“… “Puttana rispondi“…
Segnali da cogliere in tempo che arrivano tante volte da chi intende esercitare il controllo su di te. Un linguaggio dure e schietto che si afferra percorrendo quel piccolo labirinto coperto da teli neri e costruito nella sala della Provincia.
Il percorso è breve ma è intensissima l’emozione che ti coglie dentro, nel parellelepipedo, le voci, le luci, ora rosse, ora verdi ora il buio totale. Il percorso fa sì che si crei una specie di gimcana tra le gabbie poste a zig zag per arriva fino alla fine dove un grande pannello giocoso e colorato vuole significare una speranza.
I giovani che hanno lavorato a questo progetto hanno saputo tradurre attraverso vari strumenti comunicativi (voci, parole, disegni e suoni) l’ansia di una vita (che tante ragazze e donne vivono in prima persona) passata nel terrore, di una dinamica di coppia tossica che non lascia scampo. Che può coglierti di sorpresa, che non avresti mai immaginato potesse esistere e succedere a te e che devi superare.
Sì la mostra che ho visitato nella sala consigliare della Provincia (visitabile solo fino all’11 novembre) assomiglia proprio a un esercizio di educazione emotiva e affettiva. Infine un auspicio che il percorso scolastico non si concuda con questa esperienza e che la mostra possa diventare itinerante in altre istituzioni. Perché no? Anche in vista della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne che cade il 25 novembre.

Ma non di un solo giorno di tratta. Ogni giorno deve essere antiviolenza. Dove il pensiero dell’esercizio della supremazia dell’uno sull’altra deve cedere il passo a una consapevolezza nuova che si chiama prima di tutto rispetto. E l’educazione dovrebbe essere il miglior grimaldello per scacciare ogni residuo pensiero violento…
Antonella Lenti
info@antonellalenti.it
La ricerca condotta dall’ufficio statistica
Durante l’inanugurazione della mostra presentati anche alcuni dati elaborati dall’ufficio statistica della Provincia su un campio di 219 donne che vivono in 19 comuni e che interessa l’intervallo temporale tra l’ottobre 2025 e il settembre 2026. Si tratta do un campione non rappresentativo e spontaneo. Tre le domande poste. E di seguito le risposte:
1) Dove hanno paura – la risposta è per l’81% delle intervistate risponde di sentirsi insicura nelle aree isolate: fanno paura i luoghi vuoti e bui.
2) Cosa non sanno: 37% conosce il centro antiviolenza; l’80% dice «non lo so» su almeno un’iniziativa del Comune
3) Cosa chiedono: il 59% chiede più presenza delle forze dell’ordine, il 32% più luce
Percezione di sicurezza

Un’altra slide della ricerca indaga la percezione di sicurezza. Le risposte presentano alcuni luoghi che hanno ottenuto percentuali diverse. In testa, come già si segnalava nella prima slide di sintesi in testa i luoghi isolati. così aree isolate, boschi e parchi sono i luoghi che fanno più paura
La domanda posta era la seguente: «Nella tua città o paese ci sono luoghi dove sentirsi insicuri specialmente per una donna?»
L’elenco delle aree appare qui sotto e nei primi posti le aree che sono più temute e rtitenute insicure o molto insicure dalle donne.
Aree isolate o poco frequentate/ Boschi e sentieri/ Parchi e giardini pubblici /Strade secondarie e vicoli/ Fermate e stazioni dei mezzi pubblici/Parcheggi pubblici/ Mezzi pubblici, durante il viaggio/ Strade principali/
Tra i luoghi più sicuri o abbastanza sicuri sono collocati i seguenti luoghi
Piscine e centri sportivi/ Negozi e centri commerciali/ Cinema e teatri/ Chiese e luoghi di culto
Paura ma disinformazione sulle iniziative comunali
Molte delle risposte segnalano di non sapere cosa mette in atto il proprio comune per ovviare a questo stato di insicurezza,. E’ l’80% delle risposte che dice «non lo so» ad
almeno una delle 5 domande poste su questo tema. “Compilando il questionario mi sono resa conto di non conoscere molte risposte: credo servirebbe maggiore informazioni su quanto viene fatto”. E’ il commento raccolto.

Poche donne conoscono il centro antiviolenza
Nonostante che se ne parli tantissimo, nonostante che il mese di novembre abbia un giorno dedicato al tema della violenza contro lee donne e che tante sono le iniziative per farla conoscere e insieme alla data del 25 novembre diffondere anche i servizi esistenti ancora poche donne il 37% di quelle intervistate sa dall’esistenza del centro. Più marcato, come si vede nella tabella qui sotto, il numero di donne che risiedono in provincia rispetto a quelle della città

Quali proposte dal basso
Dalle intervistate un appello a intensificare i controlli per la sicurezza sono il 69% delle intervistate a soffermarsi su questo punto. Comprende la richiesta di più presenza di forze dell’ordine, di telecamere, pene e allontanamenti. Inoltre si chiedono anche interventi nello spazio urbano con più luci sulle strade, maggiore animazione negli spazi pubblici e più trasporti e parcheggi.

Le indicazioni che emergono dalla ricerca
Dall’esame delle risposte date dal campione spontaneo si deducono comunque alcune richieste di raffrozamento dei servizi esistenti. Dei maggiori controlli si è detto, ma in evidenza anche il tema di una maggiore informazione (il 13% lo chiede) ed educazione al rispetto (il 14%), a anche corsi di autodifesa (11%). Infine far conoscere più capillarmente l’esistenza del Centro antiviolenza nelle zone periferiche della provincia.

La presentazione della mostra “Il rispetto tiene banco”
Fonte: Comunicazione Provincia
“Il rispetto tiene banco”, il titolo della nostra aperta giovedì 29 ottobre, nella Sala del Consiglio della Provincia di Piacenza nasce dal lavoro condiviso da studenti e studentesse delle scuole superiori del territorio nell’ambito dell’omonimo progetto dedicato alla prevenzione della violenza di genere e alla cultura del rispetto.


La presentazione della mostra si è aperta con i saluti istituzionali della presidente della Provincia Monica Patelli, cui hanno fatto seguito gli interventi di Nadia Pompini, presidente del Tavolo provinciale contro la violenza sulle donne e di genere, che ha illustrato il progetto, e di Lorenzo Turci dell’Ufficio Statistica della Provincia di Piacenza, che ha presentato alcuni dati emersi dal questionario dedicato alla percezione della sicurezza delle donne. in cui si prongono dati che fanno riflettere.
Sono quindi intervenuti Gloria Zanardi, Presidente della Commissione delle Elette del Comune di Piacenza, il Centro Antiviolenza di Piacenza con un approfondimento dedicato alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, Mariachiara Lombardelli per il Centro Antiviolenza di Piacenza, Elena Di Blasio per CIPM Emilia Impresa Sociale, Claudia Passaro per Piacenza Network Aps – PC Radio Cult e Antonio Cotecchia (Kotè), che ha accompagnato gli studenti nel laboratorio artistico e curato il concept dell’esposizione.
«La violenza non comincia sempre con un gesto plateale, a volte comincia con una parola, una gelosia scambiata per amore, una domanda insistente, con il bisogno di sapere dove sei, con chi sei, cosa fai, con un messaggio che pretende una risposta immediata – ha spiegato il direttore artistico della mostra Kotè -, così lentamente qualcosa cambia: la libertà si restringe, la fiducia lascia spazio al sospetto, la paura prende il posto della serenità, fino a quando persino il silenzio diventa una prigione.
Con le ragazze e i ragazzi abbiamo parlato di stereotipi, possesso, controllo, violenza psicologica e ricatti digitali, cercando soprattutto di comprendere ciò che spesso non si vede e le opere nate da questo percorso danno forma a emozioni, pensieri e paure che troppo spesso rimangono senza voce – illustra Kotè – : attraverserete dunque un tunnel di immagini, parole e suoni, un viaggio simbolico dentro quelle prigioni invisibili che il controllo e la violenza possono costruire attorno a una persona.
Ma come si entra in una prigione, così si può uscire. Alla fine del percorso il visitatore troverà un messaggio di speranza e la possibilità di ritrovare la propria libertà. Nessuno dovrebbe sentirsi solo dentro la propria paura».