Blog Il Taccuino ripubblica l’intervento che è uscito nel luglio scorso a firma di Stefano Pareti riguardante la costruzione del nuovo ospedale di Piacenza. Pareti fa parte del comitato Salviamospedale che lancia un appello per il riutilizzo del complesso polichirurgico costruito tra gli Ottanta e Novanta. L’articolo è stato di recente pubblicato sul numero 51 della rivista di architettura Paradossi Urbani realizzata dall’associazione culturale Urban Curator Tecnologia Architettura Territorio.

di Stefano Pareti
“Il punto è che ogni Paese ha la sanità che riesce a finanziare” (Aldo Cazzullo) “Poveraccio, quanto sei ingenuo, quanto sei perdente, quanto sei uno sciocco romanticone, quanto poco sei realista. Quanto tempo stai sprecando e per che cosa? Per una battaglia persa”. Ma ciò non toglie che in nome della coerenza si possa anche combattere la battaglia che mi appresto a raccontare.
Il mio racconto inizia il 9 ottobre 2015, quando l’allora assessore alla sanità Sergio Venturi, annunciava l’intenzione della regione Emilia-Romagna di finanziare a Piacenza la edificazione di un nuovo complesso ospedaliero. Diceva tra l’altro Venturi: “È arrivato il momento di investire anche in quei due o tre ospedali della regione che sono stati aiutati di meno”.
Venturi ci comunicò che la Regione aveva programmato l’investimento, perché “l’ospedale di Piacenza è il più antico dell’Emilia Romagna e crediamo sia arrivato il momento di restituirlo alla città e costruire un ospedale nuovo”.
I piacentini devono aver pensato tra loro, ben venga! A caval donato non si guarda in bocca. Rimbocchiamoci le maniche e cominciamo a lavorare. Ma il nuovo ospedale di Piacenza non era stato previsto in nessuno strumento di pianificazione approvato dagli Enti interessati, né dalla Conferenza Sanitaria Provinciale. L’annuncio estemporaneo di Venturi si collocava in un simile contesto.
Decidere se, dove e come fare un nuovo ospedale ha conseguenze sull’intera città e sulla vita di tutti i cittadini. L’ospedale è un tassello fondamentale del tessuto urbano, specialmente in una città medio-piccola come Piacenza.
Se, però, l’obiettivo del servizio sanitario nazionale è quello di offrire sempre migliori trattamenti di cura ai pazienti, allora è su questo aspetto che occorre concentrare l’attenzione e non soltanto sul tipo di edificio, che è solo una parte del problema e non necessariamente determina la qualità del servizio.
Infatti non è dimostrato che una struttura ospedaliera costruita ex novo garantisca ricoveri, cure e accessibilità migliori di una struttura esistente ristrutturata e adattata alle nuove esigenze sanitarie, tant’è vero che in molte città come Parma, Bologna, Milano, Torino, Genova esistono ospedali in aree urbane centrali che funzionano da oltre un secolo, vengono costantemente sottoposti a interventi di manutenzione, ammodernamento e ampliamento e offrono cure di altissima qualità.
DALL’OTTOBRE 2015 AL NOVEMBRE 2019
Nel novembre 2019, la Regione Emilia Romagna metteva a punto il “Programma straordinario d’interventi per l’edilizia sanitaria e l’ammodernamento delle tecnologie” che, nel secondo stralcio, destina alla costruzione del nuovo ospedale di Piacenza 114 milioni, a fronte di un costo totale della struttura, stimato allora dalla Regione, di 160 milioni.
L’asserzione che una struttura ospedaliera costruita ex novo garantisce ricoveri, cure e accessibilità migliori di una struttura esistente ristrutturata e adattata alle nuove esigenze sanitarie non è dimostrata, tant’è vero che in molte città come Parma, Bologna, Milano, Torino, Genova esistono ospedali in aree urbane centrali che funzionano da oltre un secolo, che vengono costantemente sottoposti a interventi di manutenzione, ammodernamento e ampliamento e che offrono cure di altissima qualità.
Gli ospedali di nuova realizzazione, moderni e funzionali, sono generalmente complessi edilizi isolati ai margini o fuori dalle città, in zone agricole prive di altri servizi, praticamente accessibili solo in auto. Tutto questo però non li rende più accoglienti dei vecchi ospedali, inseriti nel tessuto urbano con tutti i suoi servizi, e raggiungibili con varie linee di mezzi pubblici. Inoltre i costi di costruzione di queste strutture sono sempre enormemente superiori alle previsioni (sia l’ospedale di Ferrara, sia quello di Bergamo, di recente realizzazione, sono costati 500 milioni di euro) e, infine, anche gli ospedali nuovi sono “rigidi”: hanno inevitabilmente le loro disfunzioni e limiti, hanno bisogno di adeguamenti e ampliamenti e, a loro volta invecchiano. Li rifaremo dopo 25-30 anni?
Il dibattito pubblico in questo periodo è stato condizionato dal timore che dichiarandosi contrari, si rinunciasse ad un significativo miglioramento della nostra sanità. Il tema però non è in contrasto con i finanziamenti regionali; solo che vanno destinati diversamente: non per costruire ex novo, ma per migliorare in tutti i sensi l’esistente.
Personalmente ho contribuito con due interventi sulle pagine di Libertà, quotidiano di Piacenza. Il 16 luglio 2018 con il titolo “Ospedale: una questione socio-sanitaria e urbanistica”. Successivamente il 27 dicembre 2019 con il titolo: “Nuovo ospedale? Prima ci sono altre urgenze”. In entrambe le occasioni sollecitavo le forze politiche e istituzionali a meditare a fondo circa questa scelta, anche alla luce delle traversie incontrate nella edificazione del Polichirurgico – che avevo seguito come sindaco della città nei primi anni Ottanta – quando se non si alienavano i fondi rustici di proprietà dell’ex ospedale civile il cantiere si fermava per carenza di mezzi economici. E oggi ormai non ci sono nemmeno più quei fondi rustici. Ma il mio impegno avverso a questa soluzione si è esteso con la partecipazione al comitato SALVOSPEDALE composto da cittadini volenterosi e contrari ai progetti degli enti territoriali locali e regionali.
IL DIBATTITO PUBBLICO
Un ospedale, i cittadini lo sanno, si qualifica in primo luogo per i servizi che eroga, prima ancora del contenitore in cui opera. E allora si punti decisamente in questa direzione, e magari si conterranno i fenomeni di pendolarismo verso altre province e regioni. Chi ci garantisce infatti che l’investimento migliori nettamente le prestazioni ospedaliere e riduca drasticamente i tempi di attesa? Ribadisco quindi che siano i contenuti a fare il contenitore e non viceversa.
Il dibattito pubblico da allora è stato contrassegnato dal timore che dichiarandosi contrari al nuovo, si perdesse una significativa opera di miglioramento della nostra sanità provinciale.
In realtà questo leitmotiv non è in contrasto con l’assegnazione dei fondi statali né regionali, come è stato dimostrato anche nel recente dibattito a palazzo Farnese. Solo che gli stanziamenti vanno destinati diversamente: non per costruire ex novo, ma per migliorare in tutti i sensi l’esistente.
Ma il confronto tra nuovo e ristrutturazione dell’esistente – che doveva essere preliminare ad ogni scelta di politica sanitaria – non è mai stato varato né dichiarato e infatti manca il relativo progetto, perché si è partiti stabilendo a priori che comunque il nuovo è più vantaggioso dell’esistente, senza che nessuno ne spiegasse le ragioni.
Cammin facendo nel frattempo i costi dilagano, tanto è vero che il 21 aprile 2023, apprendiamo da Libertà che i costi di costruzione del nuovo ospedale sono saliti a 300 milioni di euro. Siamo sicuri che non occorra pensarci almeno due volte prima di avviare il cantiere, visto che per ristrutturare via Taverna ne occorrerebbero meno e saremmo ancora nel centro storico di una città che va spopolandosi?
Un ospedale, i cittadini lo sanno, si qualifica in primo luogo per i servizi che eroga, prima ancora del contenitore in cui opera: sono i contenuti a fare il contenitore. Non viceversa.
È dunque essenziale per effettuare un’operazione di PPP (Partenariato Pubblico Privato) che l’opera sia, almeno potenzialmente, redditizia. Il legislatore ha insistito sulla redditività per il privato, perché sia ben chiaro che nessuno fa della carità all’ente pubblico, e che il privato deve poter avere un ritorno finanziario: nessuna beneficenza, dunque: l’opera deve essere potenzialmente redditizia per il privato.
Concedendo al privato la realizzazione dell’opera, l’amministrazione pubblica trova un interlocutore in grado di progettare, costruire e gestire l’opera, in cambio di un canone periodico che copre e remunera sia gli investimenti costruttivi, sia le attività di gestione.
UN OSPEDALE NON HA SCADENZA COME FOSSE UNO YOGURT
Un ospedale non ha scadenza come uno yogurt, ma deve essere valutato nel tempo, inoltre, se fosse vero che un ospedale di 32 anni è vecchio, l’80% degli ospedali del Nord Italia sarebbe da rifare, visto che l’80% degli ospedali attuali sono stati costruiti tra gli anni 60 e gli anni 80. Anzi, l’ospedale di Piacenza, come data di inaugurazione, (1994) è uno dei più recenti.
Sarà difficile, inoltre, che l’Ospedale nuovo costi (solo) 300 milioni con 9-10 anni di tempo per costruirlo. A parte il fatto che sono passati anni da quando venne dato l’annuncio da Venturi, nel 2015, sulla volontà di fare il nuovo ospedale e siamo ancora qui a decidere se e dove farlo, è difficile quantificare il costo di un’opera edilizia se non si sa nemmeno dove andrà costruito e di che dimensione.
Se si usano i dati provenienti da precedenti esperienze, l’ultimo ospedale inaugurato in Emilia Romagna è quello di Ferrara: 21 anni per costruirlo e 500 milioni di euro di spesa (e tre processi, molti condannati etc. etc.). L’unico, vero problema, dell’Ospedale attuale è il parcheggio delle auto, problema per il quale nessuno (a partire dal Comune di Piacenza) ha tentato la benchè minima valutazione e tentativo di soluzione.Tutto questo equivale a costruire scatole vuote, pur sapendo che con minor spesa e finanziamenti interamente pubblici, si potrebbe migliorare la struttura esistente, che va certamente potenziata ma anche avviata verso una politica di rigorosa selezione dei futuri primari come in passato avveniva.
Al momento non abbiamo nessuna eccellenza specialistica ed è in questo campo che vanno investiti i finanziamenti, non in un nuovo ospedale. Per il quale mancano tuttora adeguate valutazioni, approfondimenti e verifiche sui bisogni, sugli obiettivi e sulle finalità.
In una visione globale del problema non trascurabile appare infine l’importanza della valorizzazione architettonica delle strutture esistenti, strutture di indubbio valore storico, culturale ed artistico. Il nucleo originale dell’Ospedale di Piacenza, posto sul percorso della via Francigena, risale al 1472 (bolla pontificia
del 1471). Pur rimaneggiata nel tempo la struttura consta di uno storico edificio denominato Monastero degli Olivetani, di chiostri di buon valore artistico, di una chiesa (chiesa di S Giuseppe) ricca di quadri e di stucchi e di una pregevole aula magna (Sala delle Colonne). Un tale complesso costituisce indubbiamente un ricco patrimonio da preservare nel tempo e da restaurare a vantaggio delle generazioni future.
AI GIORNI NOSTRI
Con studi approfonditi quanto quelli effettuati per l’ospedale nuovo, le conclusioni hanno potuto dimostrare che è possibile adattare l’ospedale di via Taverna alle esigenze dei degenti, del personale ospedaliero e dei visitatori.
Questa convinzione nasce da alcune evidenze: sono ospedali a padiglioni il Niguarda e il Policlinico di Milano (questo addirittura è attraversato da strade urbane), l’ospedale maggiore di Parma, il San Matteo di Pavia, il Gaslini di Genova, il Sant’Orsola di Bologna, l’ospedale Molinette di Torino, il Gemelli di Roma.
Molti di questi, come accade a Piacenza, contengono edifici di valore storico-artistico soggetti a vincolo assoluto di conservazione, altri parzialmente vincolati e quindi modificabili internamente e altri ancora di recente costruzione che possono essere demoliti e ricostruiti, ampliati, sopraelevati. I lavori già eseguiti, o in corso o in progetto a Parma, a Bologna e nel Policlinico di Milano dimostrano che è possibile e, secondo quelle Amministrazioni conviene, adeguare gli ospedali a padiglioni esistenti, eventualmente espandendoli in aree dismesse contigue.
- L’altro problema importante dell’ospedale di via Taverna riguarda l’insufficienza di parcheggi, ma è risolvibile acquisendo e destinando a quell’uso l’area ex ACNA di via Tramello, nella quale sarebbe stato possibile ricavare da 800 a 1000 posti auto. In seguito sarà possibile differenziare le zone di sosta privilegiando il personale e gli utenti quotidiani rispetto ai visitatori occasionali.
In conclusione qui si sostiene che intervenire sull’ospedale esistente conviene perché:
- Non determina l’interruzione di alcuna attività sanitaria;
- Mantiene in funzione un’attrezzatura pubblica storica ancora efficiente e le altrettanto storiche attività commerciali di via Taverna e dintorni, che integrano i servizi offerti dall’ospedale;
- È meno costoso della costruzione di un nuovo ospedale e permette agli utenti di arrivare con qualunque mezzo, anche a piedi;
- Può cominciare da subito, senza varianti urbanistiche né acquisizioni di grandi aree, e terminare in molto meno degli 8 anni previsti per l’ospedale nuovo;
- Infine non comporta l’urbanizzazione di terreni ora agricoli.
A SCAPITO DI CHI?
Per il nuovo ospedale troveremo il concorso di un privato – individuato tra i 9 che hanno già manifestato un loro interesse – che concorrerà con 160 milioni di euro, la cui restituzione comporterà un ulteriore salasso per le risorse pubbliche, perché nei casi in cui questa strumentazione è stata adottata, ha provocato voragini nei bilanci delle AUSL, che la Regione sarà chiamata a ripianare anche imponendoci una riorganizzazione della nostra spesa corrente. A scapito di chi?
Alla luce dei fatti e delle considerazioni fin qui svolte, appare ragionevole valutare seriamente un’ipotesi di rigenerazione dell’attuale nosocomio, trovando in questa sede le risposte ai problemi oggettivi che più volte sono stati segnalati sia dagli operatori sanitari sia dai cittadini, e avendo sempre presente come stella polare la qualità della prestazione medica da un lato e la centralità della persona/paziente dall’altro.
È quanto è avvenuto in altre realtà a noi vicine: Parma, Modena e Bologna in questi anni non hanno costruito nessun “nuovo ospedale”, ma hanno via via implementato ed aggiornato il nucleo storico, con ciò che serviva, evitando di sradicare l’ospedale dal cuore della Città.
D’altra parte deve essere chiaro che se il progetto fallisce, le conseguenze negative devono essere a carico del privato. È chiaro, tuttavia, che, se fallisce la realizzazione o la gestione di un’opera pubblica, vi saranno ripercussioni negative sia a carico della collettività amministrata sia a carico della pubblica amministrazione, perché se l’opera non viene realizzata o non ne funziona la gestione il problema diventa collettivo.
Si rifletta allora soprattutto da parte della comunità, sulle lungimiranti parole rilasciate pochi anni fa da Romano Prodi in un’intervista a la Repubblica edizione di Bologna: “Tantissime imprese leader italiane stanno investendo in sanità, dopodiché il gioco è fatto. È davvero in atto una spinta molto forte a lasciare al sistema sanitario pubblico un ruolo residuale.”