Pensare – Ghiacci che si sciolgono, alberi vitali. La politica? Sta ferma. Racconto a episodi dal “Festival del Pensare contemporaneo” Tre sguardi per una transizione ecologica difficile da realizzare
Tre percorsi ideali diventano quasi un racconto a episodi. Sono costruiti su altrettanti confronti ascoltati al “Festival del pensare contemporaneo”. Un canovaccio uscito da temi ambientali che fanno riflettere, non è questo l’obiettivo stesso del Festival? Temi che focalizzano l’attenzione su una domanda concreta: cosa aspettiamo a capire che, ambientalmente parlando, è necessario cominciare a cambiare subito le cose?
Si va da Stefano Mancuso che dal palco lancia l’esortazione a “piantare vita sul pianeta” (leggi alberi) e non plastica o cemento, a Heidi Sevestre glaciologa francese che ha tessuto un filo che lega lo scioglimento dei ghiacci alle tempeste furiose che da qualche anno si scatenano sui nostri territori, Piacenza compresa, e infine la gestione della transizione ecologica che interpella gli stati, le popolazioni, i consumi, i bisogni e i costi che questo comporta.
La parte più difficile perché comporta un cambio di mentalità delle persone. Ne hanno parlato l’on. Elisabetta Muroni, e il politologo Charles Sabel intervistati da Fabrizio Barca, economista e fondatore del Forum delle diseguaglianze e diversità insieme ad Alessandro Fusacchia, curatore del Festival.
Se Piacenza ha ospitato la seconda edizione del Festival (manifestando soddisfazione e orgoglio per la riuscita e la presenza di tante persone) è necessario ora, a bocce ferme, tracciare alcune considerazioni sulle realtà che studiosi, filosofi, scienziati e politologi ci hanno spiegato.
Prendiamo alla lettera lo spirito del Festival e iniziamo a pensare, noi nel nostro piccolo, su quanto abbiamo sentito e imparato. Cercando, da ora in poi, di tradurlo nel concreto anche nella realtà in cui viviamo. Perché in fondo i tanti incontri hanno lasciato un segno e prodotto una convinzione: se cambiare si vuole dobbiamo partire anche dalle piccole realtà. Condizione imprescindibile è che abbiano il coraggio di compiere scelte sostenibili e andare oltre l’ostacolo.
Pensare – Primo atto, l’esortazione
“Piantate alberi…” Sono la vita. “È così che Stefano Mancuso in piazza Cavalli ha concluso la sua lectio. Frase occasionale? Evocativa? I tanti presenti si sono domandati, si sono anche chiesti se dietro non ci fosse un implicito rimprovero… “piantate alberi, non tagliatene…” I presenti non potevano non farlo perché tra il pubblico giravano i fogli per raccolta di firma tesa a fermare il cantiere del parcheggio di piazza Cittadella. Difficile stabilire se quell’esortazione fosse rivolta a quanto, a distanza di una manciata di metri, sta succedendo intorno agli alberi. Forse sì, forse no. Il professor Mancuso ha gli alberi in testa e sono il cuore della sua esperienza di botanico docente all’università di Firenze.
Gli alberi sono stati al centro della lezione di pensiero contemporaneo. 12mila anni fa sulla terra erano presenti 6miliardi di alberi. Oggi sono 3 miliardi. Negli ultimi due secoli sono stati tagliati 2.000 miliardi di alberi.
Per quanta superficie equivalente? “Una dimensione un po’ più vasta di due Stati Uniti”. Il riscaldamento globale – ha ricordato Mancuso – è stato incredibilmente sottovalutato già a partire dal 1887. La scienza sa da allora che la CO2 riscalda il pianeta e negli stessi 200 anni sono stati tagliati miliardi di alberi che assorbivano CO2.
“Dobbiamo sapere che tagliando alberi provochiamo questo problema”. Scientifico. Alberi equivale anche a biodiversità ma… “Dal 1970 ad oggi la presenza di animali sul pianeta si è dimezzata”. Incredibile, si può pensare. “Oggi l’85% degli uccelli sono pollame e il 97% di animali sono quelli che alleviamo per mangiare”. Qual è il punto di fondo? Attribuire un valore a quegli elementi vitali che oggi non hanno valore come acqua e suolo… “finché a questi elementi non verrà attribuito un valore non cambierà assolutamente nulla”. Sottolinea Mancuso.
Aria e suolo richiamano il tema della città. Poiché nella prospettiva le popolazioni si accentreranno nelle aree urbane, la sfida per le città è chiara: “devono inventarsi qualcosa di diverso per cambiare, non essere più quelle di oggi. Nelle città entra tanta energia che produce scarso prodotto. Così non funziona. È l’impronta ecologica che le città producono il problema da affrontare”. Perché? “Londra attualmente ha un’impronta ecologica superiore a quella dell’intera Gran Bretagna”.
Ancora altri numeri inquadrano il problema.
Sorprende sapere che gli animali (compreso il genere umano) sulla terra sono lo 0,3% (anche i funghi sono di più col loro 1,2%). La voce grossa terrestre è rappresentata dagli alberi: sono l’87% del pianeta. Sono gli esseri viventi dominanti? Non pare sia così. Il 2022 ha sancito due fatti considerevoli. Per la prima volta nella vita del pianeta c’è più materiale sintetico prodotto dall’uomo (cemento, plastiche e asfalto) che vita. All’inizio del ‘900 la percentuale di sintetico presente era dell’1%. Ebbene, “una specie come la nostra – dice il prof. Mancuso – è stata in grado di compiere una tale catastrofe che ha prodotto in un secolo il capovolgimento della proporzione”.
Il dato attuale mette sul piatto il rapporto tra materiale sintetico vs vita. Come se ne esce?
Cambiando, si potrebbe pensare. Queste parole ci portano quasi a spingere perché il cambiamento si attui già qui e ora. A Piacenza, in Emilia, ovunque. Cominciare, è cominciare da qualche parte che importa. È così?
Ma i numeri fanno impallidire. Se solo la Cina dal 2022 ha prodotto in due anni la stessa quantità di cemento che gli Usa hanno prodotto in un secolo… i margini diventano improponibili.
Pensare – Secondo atto, la presa di coscienza

Ancora dal Festival del pensare. La glaciologa francese Heidi Sevestre, in una sala antica di Palazzo Rota-Pisaroni, parla di ghiacciai che si sciolgono, forse irreversibilmente, forse no. “Dipende da quello che faremo tutti noi”.
Mette in chiaro la giovane scienziata francese. Le illustrazioni e le considerazioni, tradotte in modo semplice e immediato, hanno aperto un mondo e fatto capire perché quello che accade a migliaia di km di distanza ci riguarda, ci tocca e spesso ci travolge.
All’inizio dell’incontro forse i presenti si sono domandati cosa avesse a che fare questo tema interessantissimo con la pianura padana che ribolle d’estate o la Romagna che va sott’acqua ancora dopo 16 mesi, come è accaduto anche per tutta la parte Est dell’Europa.
I presenti, se dubbiosi all’inizio, alla fine dell’incontro hanno preso atto che quello che succede nell’Artico interessa e molto da vicino, anche noi che viviamo la pianura padana. Il ricordo va alla terribile alluvione del 2015 che si scatenò sul Nure e sul Trebbia arrivando fino in città e seminando distruzione e vittime. E i due estremi si tengono. Anzi li spiega la giovane glaciologa che ha visto da vicino quello che sta succedendo al Polo Nord dove tutto accade in modo molto più forte e veloce. Più di quanto noi verifichiamo alle nostre latitudini.
Prima informazione preziosa per comprendere quanto lo scioglimento del ghiaccio sciolto nelle isole Svalbard in Norvegia inneschi una reazione a catena che arriva fino a noi riguarda l’innalzamento del livello dei mari. In secondo luogo se la calotta polare perde il bianco del ghiaccio non riesce più a riflettere i raggi del sole come è sempre accaduto permettendo quindi di avere una corrente circolare che favorisce un clima equilibrato nella parte sotto dell’emisfero.
Ma c’è di più: mancando il giaccio si scopre una vasta area di oceano di colore scuro colore che porta ad assorbire i raggi del sole aumentando quindi la temperatura dei mari. Da qui lo scatenarsi di tempeste, uragani in aree dove tutto questo non succedeva perché quella corrente circolare si trasforma in una corrente a onde in cui si accentua ora il caldo torrido ora il freddo imprevisto e le piogge.
Ecco perché lo scioglimento del ghiaccio è una delle cause delle precipitazioni violente cui stiamo assistendo anche in queste settimane in Romagna. Il surriscaldamento di queste zone infatti è di gran lunga superiore a quello che si riscontra in altre aree della terra. Se complessivamente l’aumento delle temperature è attorno all’1/2 gradi, nella calotta polare si registra un aumento superiore di 6-7 volte. “Non si può negare che gli esseri umani sono responsabili di questo problema – ha denunciato la scienziata – ed è triste dover continuare a ripeterlo. I responsabili del cambiamento climatico siamo noi. Noi”.
L’osservatorio sui ghiacci permette di leggere tante informazioni. Se al Polo scende la pioggia in terra di ghiacci qualcosa non va. Una situazione che ha provocato una valanga di proporzioni enorme alle Svalbard che ha scoperto il permafrost spessore ghiacciato su cui vivono 7 milioni di persone. La loro vita poggia sul permafrost di cui è composto il 66% di questo territorio. Quale sarà il futuro di queste persone. Si dovranno spostare? E dove?
Un fatto è certo secondo la scienziata francese: ci troviamo in un momento della storia in cui possiamo fare ancora qualcosa. Altrimenti ci sarà il collasso e non ci sarà più ritorno.
Un fatto è certo se non si fa qualcosa subito i mari continueranno a innalzarsi e sapete – ha segnalato Heidi Sevestre – cosa potrebbe succedere se lo scioglimento interesserà anche l’Antartide? L’innalzamento sarà enorme: 58 metri e con questo addio a tante, tantissime isole, zone costiere. Anche italiane. L’accorato appello della scienziata è dunque prendere coscienza che siamo al punto di svolta e che se la temperatura supererà l’attuale aumento di 1,5 gradi si entrerà nel punto di non ritorno.
Cosa potremo fare se aumenterà ancora la temperatura e i ghiacci continueranno a sciogliersi? E chi vive in certe zone dovrà spostarsi e questo rischia di innescare reazioni e tensioni. Se è vero che sulla terra cambiamenti enormi sono avvenuti nel corso dei millenni oggi il problema è che sulla terra ci sono 8 miliardi di persone e se le aree attualmente abitate diventeranno inabitabili dove trovare lo spazio disponibile? Scenari a cui non si può non pensare. Anche vicino a casa nostra.
Pensare- Terzo atto, le azioni politiche
Terzo elemento di riflessione. È arrivato dagli studiosi di governance e politica. Le istituzioni, sulla carta, hanno il compito di indirizzare nuove scelte, di assumere decisioni per affrontare i cambiamenti climatici e mettere in atto politiche sostenibili. Nella sala dell’ex Carmine il confronto sulle possibilità di governare i processi in corso di cui hanno parlato l’on. Rossella Muroni già presidente di Legambiente e il politologo americano Charles Sabel.
Resta ancora pura ipotesi che si possa coordinare una politica tesa ad alleggerire l’impatto umano su una terra che rischia di collassare. Non è un problema che non ci tocchi da vicino. Non è astratto. Riguarda anche lo spicchio di terra che calpestiamo qui ogni giorno.
Servono scelte politiche concrete, decise e non procrastinabili ma anche un cambio di approccio culturale. La politica, i decisori a tutti i livelli sono in grado di farlo e di essere efficaci nel cogliere l’obiettivo? È il senso delle domande poste ai relatori da Fabrizio Barca e Alessandro Fusacchia.
Le risposte? Interlocutorie. Da un lato la consapevolezza del problema gigantesco da affrontare, dall’altro l’urgenza ma anche la preoccupazione per gli effetti economici che la rivoluzione green potrebbe innescare.
Interrogativi pesanti come le implicazioni che coinvolgono Europa, Usa, e quali scenari potranno delinearsi nei prossimi anni e ancora quanto il tema del cambiamento climatico sia entrato nella testa delle persone. L’Europa, per esempio, sta facendo tutto quello che serve? E poi domanda cruciale: come ci salviamo? Interrogativo più che concreto visto che in Australia – è stato detto – il 27% delle persone pensa che la fine del mondo arriverà prima della fine dei loro giorni…
La questione ambientale intreccia valutazioni sulla sostenibilità, sulle politiche, ma anche di carattere sociologico ed esistenziale. Soprattutto per le giovani generazioni. Quella che si profila, è stato rimarcato, è una stagione che si gioca su un nuovo modello di società che non va interpretato come “pauperista” ma che fa perno su un presupposto “uso e consumo quello di cui ho realmente bisogno”.
Come l’autoproduzione di energia. Un esempio esiste anche in provincia di Piacenza, a Pertuso, piccola località della Val Nure dove dal troppo pieno dell’acquedotto è stata realizzata una centralina elettrica di cui sono proprietari i cittadini.
Ma le istituzioni, quello fanno e scelgono o non scelgono di fare è cruciale…
In Europa si è assistito a una marcia indietro e a una gara delle forze politiche a frenare sull’indirizzo del Green deal anche se ora sembra si possa ripartire. Eppure l’Europa – ha sottolineato il politologo americano Charles Sabel – ha una reale opportunità per svolgere un ruolo in questo mutamento. Non è stato tenero il professore americano nel dare un giudizio sulle politiche per arginare la crisi climatica. Parla di fallimento, di indecisione sulle scelte da adottare. Tante volte il tema ambiente viene considerato in antitesi a quello sociale, ma così non è.
È una visione in positivo che trasmette quando esorta a uscire dai “macro accordi” e entrare maggiormente in dimensioni glocal. Protagonisti gli Stati, le imprese, i gruppi e le associazioni e i cittadini. Tutto questo per mettere in risalto la possibilità di reali benefici economici nella transizione ecologica. La convinzione è che saranno le innovazioni, necessarie per questo passaggio, a mettere in campo benefici economici che in questo momento non sono visibili ai più.
Antonella Lenti
