“Abbiamo portato a casa malati che avevano ossigeno sui 92-93. Curati a casa ma monitorati diverse volte a giorno, con uno stretto controllo. Questi pian piano sono migliorati, qualcuno è stato ricoverato il giorno dopo – racconta nell’intervista a Sanità informazione – per pochi giorni, ma è presto tornato a casa con l’ossigeno. Questo rafforza molto la possibilità di curare nella propria abitazione queste persone. Continuo a prescrivere gli antivirali, ma non quelli per l’AIDS: dopo l’intervento dell’AIFA del 2 aprile che dice di essere cauti a prescriverli, lasciamo questa cura solo a pazienti molto selezionati. Ora sta partendo uno studio di fase 3 randomizzato voluto da AIFA che ci darà una risposta su quale antivirale funziona meglio”.

Ora ci sono ancora squadre di medici e infermieri che vanno casa per casa ma la tempesta sembra quietata. L’iniziativa ha preso avvio verso il 10 marzo e la considerazione che sta alla base è semplice spiega Cavanna.
Cavanna, il farmaco che ha funzionato…
I malati non erano stati colpiti improvvisamente ma avevano alle spalle giorni di febbre. Era quello il momento per intervenire.
Cavanna racconta di aver letto i primi studi che erano stati fatti in Cina sul farmaco l’idrossiclorochina e si notava che funzionava. “Sono il primo a dire che non ci sono studi randomizzati che sono la base per dare ai cittadini una cura sicura. Però in momenti straordinari si danno delle risposte straordinarie. Questo ha pagato” Dice a Sanità informazione.
In presenza di un’offensiva pandemica come quella che abbiamo vissuto nelle scorse settimane decentrare le cure e non accentrarle all’ospedale si è rivelato vincente. Ottenendo anche il risultato di tenere a bada la diffusione del virus evitando di trasformare gli ospedali in lazzaretti. Se la grande perfidia del virus è la enorme capacità di contagiare le persone, evitando di ammassare le persone in uno stesso luogo si frappone già un ostacolo al virus stesso.