SI’ VIAGGIARE-VEDERE-CONOSCERE – *(…. )Avevo imparato per sopravvivere alle angosce e alle tristezze a crearmi un posto piacevole nel quale fare entrare la mia mente ogni volta che mi assaliva la sensazione di essere ingabbiata, mio malgrado, in uno spazio angusto che sapevo non appartenermi ma nel quale dovevo vivere.
Quel luogo erano le punte dello Sciliar viste dal sentiero che corre perpendicolare al massiccio e che conduce a un altro percorso che poi sale e sale fino al rifugio Bolzano proprio in cima alla montagna che, visto di profilo, sembra un bestione preistorico dormiente che vive una sua dimensione e per la sua bellezza attrae e incanta uomini e donne che camminano sui suoi poderosi fianchi. Lo Sciliar in primavera, circondato da campi ancora brulli ma cosparsi del bianco e del lilla dei crochi, è qualcosa di impagabile; quando poi alcune chiazze di neve che lasciano spazio a piccoli laghetti dove si rispecchiano le punte e il cielo blu. Bene, non posso non dire che quello è uno dei posti più belli del mondo ed è lì che trovo riparo, è lì che ogni ansia si scioglie come neve al sole, è lì che il mio cervello comincia a funzionare perché libero dalle nebbie e dalle incrostazioni di sempre.
Anche nel periodo del cancro, per quanto non potessi goderne come sempre, questi luoghi magnifici hanno rappresentato un porto sull’infinito.
Ricordo quando, forzando le mie capacità residue, per due giorni siamo scappati lassù. In alto, arrivati al Compatch, avevo voluto camminare, avevamo raggiunto una piccola malga su un sentiero quasi in piano. Ho camminato, ho tolto il foulard e ho assaporato quel sole dolce e limpido – come quello della tarda primavera non ancora sfociata nell’estate – sulla testa senza capelli. Incrociavo gli sguardi delle poche persone presenti che al loro passaggio non toglie- vano gli occhi di dosso da me, dalla mia testa pelata.
Ho pagato caro quella forzatura. Nel pomeriggio mi è tornata la febbre che se ne era andata da un giorno. Si è manifestata in serata mentre al ristorante stavamo cenando velocemente perché l’indomani mattina prestissimo avremmo dovuto riprendere l’auto e tornare: avevo un appuntamento con una delle tante visite. A metà del piatto di spaetzle ho cominciato a tremare dal freddo. Avevo brividi fortissimi da farmi battere i denti. Per la seconda volta quel pomeriggio sono diventata oggetto di attenzione da parte delle persone presenti, per combinazione eravamo seduti a un tavolo al centro della sala sotto gli occhi di tutti.
Facevo fatica a stare seduta, faticavo a stare ferma per i dolori che mi avevano preso alle gambe e alla schiena e così abbiamo deciso di andare a casa subito. 39 la temperatura e i brividi salivano. Tachipirina mille di corsa e poi sotto le coperte sperando in un effetto immediato della medicina. Per fortuna, dopo circa un’ora, i dolori si erano attenuati parecchio, sentivo gli occhi più limpidi, usciti da quella sensazione di appannamento che me li faceva tenere semichiusi tanto da farmi vedere le cose davanti a me come fossero ballerine. Come quando nella stagione calda, su una strada assolata, l’orizzonte lo vedi mosso, danzante e l’atmosfera assume forme quasi materiali. Stavo malissimo.
Poi la febbre ha iniziato a scendere. Lo si sente subito quando se ne sta andando riprendi interesse per le cose, ritorni a comunicare e ti senti leggero come se un peso si stesse dissolvendo ridantoti i contorni umani. Il brutto sembrava passato. Ma sarebbe tornato. Intanto però era passato. Il mio pensiero è andato a quel pomeriggio a quella piccola passeggiata che mi sono concessa.
Ne valeva la pena, febbre compresa.
Avevo bisogno di conquistare quei pochi metri del sentiero dopo mesi di cupezza. È stata per me una grande conquista. Avevo bisogno dell’abbraccio della montagna, di quelle vecchie amiche dalle forme eleganti, dal portamento fiero e sicuro. Era un modo – soprattutto in quel momento particolare della mia vita – per sentirmi ancora parte del tutto. E lì in quel posto magico sei al centro del tutto.
Montagne è silenzio, è spazio libero
Montagne è silenzio, è spazio libero. Montagne, queste montagne, sono anche una scoperta culturale, antropologica e naturalistica. Ricordo quando diversi anni fa ho iniziato a frequentare quelle monta- gne grazie ad Alberto. La montagna l’ho scoperta tardi. Ed è stato lo svelarsi di un mondo sconosciuto. Capace di portarti a scavare dentro.
Meglio, molto meglio di un lettino da psicanalista. Anche se più faticoso. ”Che hai scoperto della montagna di tanto interessante?” Mi ha chiesto Anna che, invece, come luogo del silenzio e della meditazione pensava sempre una distesa d’acqua con il fruscio delle onde come eco. Le montagne, per Anna, erano ostacolo al suo desiderio di spaziare sempre. Di non avere confini. ”Che palle” mi diceva ogni volta che intessevo lodi sulle atmosfere delle vette. ”E pensare che sei così pigra, come puoi metterti le gambe in spalla e salire- salire-salire vedere il punto di arrivo come fosse dietro l’angolo e non raggiungerlo mai? qual è il segreto?” ”Nessun segreto”, continuavo a risponderle ben sapendo che non sarei mai riuscita a dare una risposta completa. Mi mancavano le parole e i pensieri erano sempre, di continuo, confusi sovrapposti gli uni agli altri e, alla fine, l’unica cosa che riuscivo a dire era “Le montagne sono grandi, grandiose”. ” Bella forza, grandi. Ma perché?” L’aria della montagna la sentivo di tanto in tanto anche a casa. Mi veniva in soccorso nei momenti più tristi. Era come aprire la finestra e cambiare aria. Solo che, invece di aprire la finestra, mi bastava chiudere gli occhi per un momento e allora tutto diventava più lieve, rarefatto, soave. Nel silenzio più totale. Il silenzio. Il maggior pregio delle montagne è questo: sanno inghiottirti nel silenzio. Il mio pensiero torna indietro alle mie prime volte.
Come si cammina sul ghiaccio?
Quel giorno ero preoccupata di quello che mi sarebbe potuto ac- cadere. Era inverno, sullo Sciliar c’era la neve e sui sentieri sicura- mente ci sarebbe stato il ghiaccio. ”Oddio il ghiaccio. Come si sta in piedi sul ghiaccio?” Non l’ho mai capito nonostante abbia passato tutta la mia infanzia a giocare su cumuli di neve che poi, passata la perturbazione, il freddo pungente trasformava in lastre di ghiaccio tanto spesso quanto infrangibile. Quanto nevicava in pianura alme- no quarant’anni fa!
Non avevo paura allora. Cadevo e mi rialzavo senza battere ciglio per ricominciare di nuovo a giocare. Ma ora il ghiaccio mi dà ansia, batticuore e paura. ”Se cado sul sentiero e sotto c’è il precipizio od- dio!!! cosa mi può succedere? Finisce che muoio se non per la caduta per la paura”. Ogni volta che Alberto mi indicava un percorso che avremmo fatto quel giorno il mio cervello frullava ipotesi di sciagure terribili tanto da farmi venire il cuore in gola. Poi la sfida l’accettavo sempre.
“Uffa, fattela passare”, dicevo tra me e me. “Sui sentieri di monta- gna camminano ogni anno milioni di persone e non ci sono colonne di carri funebri a valle ad attenderli. Datti una mossa, vivi, per una volta”. Frustate al mio ego impaurito e così ogni volta, col cuore in gola, si andava avanti.
E poi alla fine sono caduta
Si saliva verso Latzfons i pensieri correvano, il cuore in gola non smetteva di sobbalzare. La strada sotto di noi si era fatta più stretta e saliva ancora. Intanto girandomi per caso verso il finestrino mi colpì uno spettacolo mozzafiato. Un’infilata di monti mai visti prima tutti insieme: Catinaccio, Sciliar come le punte della Loaker, Sasso piatto, Sasso lungo, Odle ma allora non conoscevo neppure il loro nome. Che meraviglia. Come ho potuto vivere senza fino ad ora? Esagerata come al solito. Ma è stato proprio così. Un colpo al cuore che, dopo quella vista, ha smesso di colpo di battermi in gola. Almeno per un po’. Ero al contempo curiosa di vedere dove stavamo andando, ma non riuscivo a staccare gli occhi da quel dipinto perfetto: le guglie, i pennacchi, le luci, le ombre di quei monumenti naturali che disegnavano delle greche nel cielo mi avevano come ipnotizzato. E come una scema continuavo a ripetere: “Che meraviglia. Grazie, Alberto”. Non potevo non ringraziare chi mi aveva portato lì, chi mi aveva aperto quel mondo. Da Paramount! Poi con gli anni le montagne si sono fatte sempre più precise e delineate nei contorni rivederle era come incontrare vecchie conoscenze. Pian piano la montagna stava entrandomi dentro. Ma in quel momento mi sentivo un corpo estraneo al cospetto di tanta grandezza. Parcheggiata l’auto, una cartina su una bacheca di legno mi ha fatto capire che eravamo arrivati non a destinazione, ma solo al punto di partenza dell’escursione. Si parte, a piedi. Prendiamo una stradina forestale che, al momento sembra tranquilla. Bastano pochi passi, però, che già si delinea la salitina. E le gambe son pesanti. Penso tra me e me: ora si scaldano e poi tutto andrà liscio. Ma era come se da sotto la terra una forza mi trattenesse sullo stesso punto. Alberto a chiedermi “Come va? Stanca?” E io a rispondere. “No, no ma non so se ce la farò per due ore così. La salita è tutta così?” Ha sorriso e non ha risposto. La sa- lita era più di così. Ancora avanti un altro po’. Ad un tratto mi sono girata volevo guardare il paesaggio intorno a me. Distrarmi perché ogni volta che sul telefonino sbirciavo l’ora mi sentivo sprofondare. Mi sembravano passate ore e invece era trascorsa solo una manciata di minuti da quando avevamo iniziato il cammino. Allora ho chie- sto: “Quanto tempo hai detto serve per arrivare la rifugio Chiusa?” “Mah, poco, un’oretta circa”. È stato proprio mentre mi giravo di nuovo per ammirare quello scenario che ho messo un piede in fallo. Sotto un sottile strato di neve si celava una pozzanghera ghiacciata, me ne sono accorta mentre già per tre quarti ero piegata verso terra. Inutile il tentativo di tenermi in piedi con i bastoncini da nordic walking che io mi ostinavo, per enfatizzare tutta la mia inesperienza (molto reale) a chiamare ‘rami’. Mi sono trovata a terra, mano e ginocchio doloranti nel tentativo di frenare l’impatto a pancia in giù. Non potevo non ridere della situazione molto comica. Ho provato a rialzarmi e sono caduta di nuovo. Una volta in posizione eretta mi sembrava di non avere più sotto i piedi la terra ferma, ma un tappeto pieno di trappole. Finalmente, sempre sghignazzando, con la mano e il ginocchio che mi facevano molto male sono riuscita a stare in piedi. Avevo lasciato un’impronta molto evidente sulla neve soffice che celava il ghiaccio. Monito e avviso per tutti quelli che sarebbero passati di lì dopo. Avevo lasciato la firma, così dopo un quarto d’ora circa ci ha raggiunto un altro escursionista che ridendo mi ha domandato: “Visto che ghiaccio sotto la neve? È caduta lei laggiù si è fatta male?”
Ha proseguito spedito incurante del ghiaccio e senza attendere la mia risposta. Era evidente che a cadere ero stata io. Era evidente che l’imbranata ero io. Ed era vero.
Le storie della gente di montagna
Non puoi frequentare tanto spesso un luogo senza che le storie delle persone che hai intorno, benché estranee, non ti incuriosiscano. Difficile non pensare allo svolgersi della loro vita quotidiana. Alle prese, in ogni dove, con piani inclinati da vincere. Alle prese con i limiti dello spazio. Il paese di montagna è l’altra sfida che mi sono lanciata.
Cercare di conoscerlo da vicino e dialogare con quelle abitudini, quella storia, quelle tradizioni così lontane da quelle conosciute. Dialogare. Il primo ostacolo: il tedesco. Dura lingua impraticabile e dal suono ostico con parole compose che sembrano scioglilingua. Intanto per un po’ me la posso cavare con l’osservazione. Guardo tutto ingorda di vedere, stampare nella testa e, soprattutto, ricordare. Mi spiace non aver potuto conoscere prima. Mi spiace essere cambiata, mi spiace che col tempo la superficie del mio apprendere sia diventa- ta liscia e tante cose scorrano via senza poterle afferrare.
Così mi spremo, m’impongo di prestare attenzione. Di non lasciarmi trasportare dal vortice della corrente dove tutto scorre e niente si fissa, sta fermo con la possibilità di tornare indietro ad osservare, pensare, fare congetture e immagazzinare facce, parole, significati. Mi sento un po’ interdetta. Di colpo mi prende l’ansia.
Quanto tempo ho sprecato dietro di me a far cose inutili. Quanto impegno ho messo ad inaridirmi, a chiudere le porte. Mi intristisco. Ma poi…
Mi sono sentita parte di un immenso
Lo Sciliar è illuminato dai primi raggi del sole, i Denti di Terra rossa sono lì, allineati come tanti folletti. Come una parata d’accoglienza per farti assaporare meglio la bellezza dei luoghi. Quei dentini che dalla finestra di casa ogni mattina ti danno il polso della situazione. In certi giorni di inizio o fine estate te li puoi trovare davanti, non senza sorpresa, coperti di un sottile velo bianco. Nella notte è sceso un filo di neve che, poi, nel corso della giornata il sole scioglierà. L’Alpe di Siusi, l’Altipiano, il più vasto d’Europa, ti accoglie come fosse un largo ventre verde (o bianco a seconda delle stagioni) a due- mila metri punteggiato dei colori dell’arcobaleno cangiante prodotto dalla generosa fioritura dei prati naturali. La prima volta mi sentivo come un bambino di fronte a una storia mai sentita, a un gioco mai visto. La sorpresa che ti gonfia il cuore, che alimenta l’attesa dello svelarsi del nuovo, non conosce età. Quando la senti capisci di aver avuto un dono da conservare gelosamente, da rispolverare di tanto in tanto. Una sempreverde sensazione che non ti abbandona e che ti fa sentire più ricca di quanto fossi un minuto prima. Appena sa- lita lassù, senza ancora aver fatto un passo senza aver sudato su un sentiero impervio, senza conoscere nulla di quello che mi circondava, ho avuto l’illuminazione che ha rischiarato la mia vita. Mi sono sentita parte di un immenso. Senza bisogno di domandarmi il senso di un’esistenza trascorsa con tanti punti interrogativi, è bastato osservare quelle rocce, le loro forme, talvolta antropomorfe, perché mi scattasse la serratura per tanto tempo sigillata che mi ha fatto entrare nel mondo. Per la prima volta ne ho sentito l’appartenenza. Meglio tardi che mai. Già. Deve essere l’immensità dei monti a creare questa suggestione che ti entra dentro e ti infonde leggerezza. È così che mi sono sentita: leggera e protetta dalle montagne, curiosa di scoprirle a poco a poco.
La bellezza non è mai ostile
Da quel momento ho lasciato spazio alla curiosità pur avendo, di tanto in tanto, ad ogni nuova meta più difficile della precedente l’an- sia e la paura che cresceva dentro di me. Ma quello che ho capito subito con un clic degli occhi su quelle cattedrali di pietra era la loro disponibilità ad accogliermi anche se non sapevo nulla di loro. Aspre, dure, difficili, ma non ostili. Del resto la bellezza non è mai ostile. Anzi incoraggia e mette di buon umore. La montagna è di per sé un rifugio. Rifugio da raggiungere con fatica e che non ti abbandona mai. Lì ci si ridimensiona, lì cogli la profondità della natura, della forza del ciclo vitale che si rinnova e che, calata nell’urbanità quoti- diana, avevi perso di vista. È cominciato così un gioco di rimandi alle esperienze dell’infanzia quando il campo giochi erano i campi coltivati, gli argini dei canali da cui poi, senza un preciso disegno mi ero allontanata scordandomene. L’inurbamento che gira le spalle alla campagna, finge di ignorare che il puzzle della terra sta insieme solo se ogni elemento naturale gioca il suo ruolo. In tutti questi anni lo ho snobbato, anzi me ne sono dimenticata completamente.
Le montagne mi hanno cambiata
Erano passati anni da quelle prime volte in cui temevo tutto soprattutto di non essere in grado di sostenere la fatica, di sopportare quella sospensione che un essere vivente sente dentro di sé quando si sposta sulla costa di una montagna millenaria, quando cammina su sedimenti marini che riaffiorano in certe zone ad ogni passo. Quella giornata trascorsa sotto il sole con la zucca pelata dalla chemio mi aveva fatto ripassare la mia evoluzione di cui le montagne, le fatiche a cui mi avevano costretta erano state educatrici eccelse. Ho capito, soprattutto ripensando a quei momenti, a quel dopo così caldo per la febbre che la forza che avevo scoperto dentro di me in parte era riaffiorata anche grazie alla palestra che avevo potuto frequentare.
E dove la trovi una palestra così nel posto più bello del mondo?
*Tratto dal libro “Tra le braccia di Fritz” – La mia bella estate col cancro