Ho perso il contatto con me stessa.
A volte non mi riconosco e per questo mi detesto e faccio fatica ad accettarmi.
Soprattutto mi sono fatta l’idea che l’esperienza del cancro non si concilia con il lavoro. Il cancro ti fa diventare un’altra persona e fai tripla fatica a rapportarti con la competizione che trovi nei posti di lavoro.
Ti fa un baffo la competizione sulle cose di ordinaria amministrazione a te che ti sei cimentata in una lotta senza eguali (meglio non provare per credere) con un male oscuro da sconfiggere che, come una pallina di flipper impazzita, può colpirti ora qui ora là senza che te ne accorga.
Che cosa vuoi che m’importi cimentarmi in un agone così misero? Nulla.
Avverto la stessa sensazione da tante persone che per ragioni di salute incontro nelle sale d’attesa dei vari reparti ospedalieri nei quali sono costretta a passare per farmi vedere gli ingranaggi che non funzionano.
Ora è insopportabile più che altro la stanchezza verso una tronfia banalità dei gesti, dei ragionamenti e delle priorità che vedo intorno a me, leggo sui giornali e sento raccontare.
Che dire? Sarai un poco esaurita, dico a me stessa. Porta pazienza. Anche qui si volterà pagina.
Ma come sarà la pagina che viene dopo. Ma sarà vero, dunque, che solo se ti trovi nella condizione di poter vedere l’erba dalla parte delle radici capisci il mondo e quello che conta? Ma siamo davvero così miseri come essere umani da non capirlo senza trovarci in una situazione così estrema?