MODA&MODI

Pauperismo da terzo millennio? Sarà sconfitto con paillettes e lustrini dorati

Google+ Pinterest LinkedIn Tumblr

outfit di strada. Rubrica del lunedì su Libertà del 6 giugno 2016

Dal pauperismo spinto degli abiti (ginocchia e gomiti
sbucciati di jeans e giubbotti) al salto qualitativo e sfarzoso del fiorire
di lustrini e nuance dorate o argentate destinate a ornare gli accessori
di un look che deve comunicare aggressività. Lo vogliono questi tempi moderni.
Tante le giungle che si attraversano: sulla strada, nel mondo del lavoro,
sulle vie del tempo libero. Giungle che non lasciano certo campo al bon
ton, alle cose confettose d’altri tempi che sono diventate desuete da quel
dì. Chi si vestirebbe più di rosa confetto di chanelliana memoria? Solo
i patiti del vintage o i controcorrente per definizione. Ma non divaghiamo,
torniamo al tema: oggi riguarda il pauperismo che piace tanto ai manovratori
della moda di massa attenti a dosare il povero che è in te con inserti
luccicosi come a far intendere che per tutti ci sono ponti rivolti a un
futuro radioso. Bisogna infatti segnalare che la povertà degli abiti strappati
è solo un vezzo modaiolo perché, si sa, la povertà nuda e cruda fa paura.
L’abito della povertà invece non fa paura. Se ti avvicina qualcuno “strappato”,
ma compensato da tanti strass, la reazione dell’umano interlocutore è sicuramente
molto diversa da quella che si avrebbe di fronte a una persona con solo
strappi da mostrare. Il primo lo accogli come un tuo simile e non già come
una minaccia. Potere della comunicazione del corpo che a volte, detto molto
francamente, ci ripugna.
Ma sempre di più l’abito fa il monaco e viceversa.
Perché giudicare da quello che si porta? Perché chi è povero deve fare
paura? Tant’è. Qualcosa di luminoso qualcosa di rotto… Dalle stelle alle
stalle perché l’essere up or down fa parte del sentire di tutti coinvolti
nella perenne altalena dell’apparire da cui nessuno è escluso. A meno che
non si appartenga all’umana genìa di una ex classe media ridotta davvero
a far quadrare i conti per i quali il look non è più cosa essenziale. Nelle
nostre strade di città di provincia il taglio netto tra upper class e lower
class non si percepisce così netto. Allarga il perimetro del territorio
urbano e la differenza di classe la cogli ad ogni angolo e anche nelle
vetrine che osservi sempre speranzosa di trovare qualcosa che possa risollevare
il tuo umore pessimo. Umore down per varie ragioni: dal mal ti testa che
non ti molla nei cambi di stagione, dai vestiti che ti stanno stretti perché
al controllo mensile del gruppo di sana alimentazione che frequenti hanno
stanato due chili in più e un deposito di due centimetri nel giro vita.
Punto cruciale sia per stare bene con se stessi sia per mantenersi in buona
salute.
Differenza di classe vediamo cos’è. Sulle vie dello struscio di
Napoli mi è apparsa nitida e lampante. Poiché Napoli è un paradigma di
contrari capita di trovarti, girando a un angolo di strada, nel reticolo
dei vicoli bui colorati di folclore, ma anche trasudanti di dolore e miseria.
Non solo materiale. In un soffio ti trovi dalle stelle dalla riviera di
Chiaia con le griffe alle stalle dei vicolini dove la napoletanità si esprime
in tutta la sua potenza. Nel bene e nel male. Tra l’una e l’altra sponda
l’abito fa il monaco. E così nello struscio serale – i napoletani, non
come i piacentini, vivono molto la strada come luogo di socialità – t’imbatti
nelle signore hight society con l’ultima creazione vista alla sfilata di
Milano o Parigi e, per contrasto, in un nugolo di giovanissime tutte in
divisa da teen ager. Capelli lunghi da velina, calzonicini corti sfilacciati
portati con naturalezza indipendentemente dalla circonferenza delle cosce
e naturalmente scarpe tipo le espadrillas ma con zeppa e copertura di strass
luccicanti. I lustrini fanno gola. Pochi giorni fa mentre dal cielo minacciava
una temporalone di quelli di cui non ci si libera facilmente, camminando
con curiosità tra le residue bancarelle del mercatino di Rivergaro, ho
colto un dialogo interessante. Una signora era tentata di acquistare una
collana di finti topazi. «Bella questa, quanto costa?», ha chiesto alla
giovane venditrice che ha risposto: «Dieci euro e sul decolté fa una gran
figura. Se ha un’occasione, se deve uscire a cena con un abitino nero…».
Ma dove vuole che vada io di sera ha replicato la signora… «Dove? Anchequando
scende per portare giù la spazzatura, perché no ahaha» ha risposto la venditrice.
Il tutto suggellato con una fragorosa risata con un cielo via via sempre
più nero… La morale? L’abito fa il monaco, ma a volte anche il conto
in banca.

Lascia un commento