MODA&MODI

Prendi una borsa a rete E ti salvo il pianeta

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MODA&MODI – Rubrica semiseria di Antonella Lenti

Ingabbiate nella rete. Incastrati nelle reti. Reti come relazioni, reti come connessioni ma anche reti come forme di un look che si rinnova. Calze a rete, magliette a rete, costumi di rete, giacche di rete, navigatrici della rete. Difficile sfuggire alle reti che incontriamo sul nostro cammino. Difficile non finire nella rete quando tutto è a rete. Rete come le borse a rete, capienti e discrete, quasi sempre no logo e che sembra siano una delle conquiste a cui non rinunciare. Una borsa per tutte le stagioni e che dà una mano a un pianeta invaso da manufatti umani che contribuiscono al processo di entropizzazione della terra.

Quale sia il recondito significato che sottende l’espressione “rischio di cadere nella rete” innumerevoli sono le occasioni nelle quali ci possiamo trovare invischiate in una rete. La rete a forma di borsa è ben lungi dall’essere una trappola da cui voler fuggire. Qual è la forma di una rete? Prende tutte le forme tranne quella dei liquidi. La rete porta, trasporta, contiene, ma non fagocita e non oscura. E’ trasparente.

La borsa a rete ha fatto parte del nostro passato quando dopo l’invenzione della plastica tanti oggetti furono creati utilizzando il polimero sintetico che tutto poteva e nulla distruggeva. Nessuno era stato erudito in quel momento sugli effetti ambientali che avrebbero prodotto i tanti polimeri a forma di bottiglia, di baccinella, di bigodino, di ciotoline per animali abbandonati a se stessi. Quel polimero sintetico, quasi dotato di un’intelligenza propria, si è aggregato e siccome l’unione fa la forza si è sommato ad altri formando vere e proprie isole di plastica che navigano leggere, leggiadre si direbbe, negli oceani… ma tanto – si dirà – noi che ce ne facciamo degli oceani se abbiamo la piscina nel cortile di casa? Tempi maturi per guardare negli occhi quello splendido polimero sintetico che ci ha cambiato la vita rendendola più leggera, meno faticosa e in una parola più moderna. Plastica sia. Tra le tante cose che hanno preso forma dal polimero dei nostri incubi c’è anche la borsina a rete indispensabile per ogni signora alle prese con gli acquisti per pranzo e cena.

Era diventato desueto e fuori moda fornirsi di una borsa di vimini per fare la spesa al negozio alimentare. Il must del periodo erano reticelle fornite di due manici più spessi che all’occorrenza potevano contenere tutto, pane, pasta, olio, verdure. Bastava fare attenzione che ogni prodotto avesse un suo involucro altrimenti la semina degli acquisti era garantita. Erano mitiche e magiche perché simili a nastri colorati quando vuote si allargavano a dismisura mostrando la capacità di contenere l’equivalente degli ingredienti per un pranzo completo per tre persone. Indistruttibili, resilienti si direbbe oggi con più proprietà di linguaggio, tornavano slim in un batter d’occhio. Anch’io, spedita al negozio di alimentari, possedevo una borsa a rete di cui andavo fiera perché mi faceva sentire grande come può considerarsi grande ogni ragazzina mandata –  da sola – a fare la spesa. Per me era la borsa delle responsabilità che non vedevo l’ora di poter usare. Poi anche le borse a rete caddero dagli altari per lasciare spazio alle borse di nylon usa e getta cugine, per parte dei polimeri sintetici, alle borse a rete ma certamente incapaci di sostenere il confronto. Chi sale e chi scende. Così cacciate via le borsine di plastica le borse a rete sono tornate a far parlare di sé e a svolgere la loro utile funzione di shopper per sempre. Una scelta intelligente per non contribuire a far crescere le isole dei polimeri sintetici galleggianti che rischiamo di portarci sottacqua. In quel caso non c’è rete che tenga.

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