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Cultura è aprirsi al mondo, conoscere, imparare, dirsi pronti ad andare oltre

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Cultura è aprirsi al mondo, conoscere, imparare, dirsi pronti ad andare oltre.

Si fa presto a dire cultura. Secoli di definizioni non hanno ancora chiarito di cosa parliamo quando si parla di cultura. Ho letto profonde riflessioni su quello che è il concetto di cultura e come lo si dovrebbe tradurre in concreto (e non si fa), su quello che non potrà mai definirsi tale (perché non è) e quello che, ammantandosi di culturale, in realtà tradisce il vuoto che cela sotto la copertina (l’effimero di vecchia memoria).

Nel suo piccolo anche il blog Il Taccuino ha trattato il tema con due post. Dapprima una riflessione personale sul tema cultura e poi con un’intervista a Stefano Pareti, già sindaco della città a inizio anni Ottanta. Qui dunque la terza riflessione sullo stesso tema dopo quelle pubblicate sul blog (sopra richiamate) del 30 giugno e del 13 luglio 2026.

Da dove nascono le nostre opinioni, lo spiega un saggio

Per caso in questi giorni a Radio tre durante la lettura delle pagine culturali dei giornali ho sentito una notizia interessante a questo proposito. A Pordenonelegge è stato presentato “Perché pensiamo quello che pensiamo. Anatomia delle nostre opinioni” saggio di Turi Munthe che indaga da dove vengono le nostre posizioni politiche, sociali e anche culturali. Se siano unicamente il frutto della ragione, come tendiamo a pensare, oppure se siano altri fattori a contribuire nella determinazione, ad esempio quello genetico.

Quindi cosa traccia la direzione delle nostre idee? Secondo il saggio tre fattori avrebbero un ruolo: la Biologia poiché il DNA e il funzionamento del cervello influenzano le nostre posizioni; l’Ambiente, il clima, il luogo in cui si vive e la società in cui si cresce lasciano un segno; le Emozioni poiché le paure e i sentimenti guidano le scelte prima della logica. Elemento interessante di cui tenere conto. Prima di tutto l’ambiente di nascita e di vita determina le posizioni assunte rispetto ai temi in discussione.

Sarebbe interessante approfondire il tema e capirne i contenuti e cercare indicazioni anche sulla nostra realtà. Quella che viviamo tutti i giorni, in cui si arriva quasi sempre faticosamente a fare una sintesi del tutto mantenendo in modo ferreo ciascuno le proprie posizioni.

In tutto questo parlare, tirando le somme, sembrerebbe infatti che ciascun punto di vista non possa stare di casa nell’altro. Sono a se stanti. Distanti. Isolati nel loro sentire come ad esprimere che l’essere umano – che vuole e deve essere anche culturale – ha una strada univoca da imboccare e nessun’altra: quella di cui ciascuno è portatore e quindi tante strade come nessuna strada… perché se isolate le strade allontanano e non avvicinano. Sempre citando da Pordenonelegge nel sito che presenta le iniziative, a proposito del libro suddetto si sottolinea come l’autore “Turi Munthe indaga le origini invisibili delle opinioni e propone il dissenso come risorsa evolutiva, antidoto alla polarizzazione e occasione di dialogo democratico“.

Cultura, porte aperte alla dialettica

Insito nel significato profondo di cultura c’è il dialogo, il rapporto, la dialettica che sfocia in percorsi che insieme delineano il profilo culturale di un luogo. E se poi quel luogo possiede un quid in più, un genius loci, il gioco è fatto. Non credo che sia il nostro caso. Ce ne faremo una ragione.

Opinioni, pareri a confronto senza la pretesa di chiudere un discorso che va avanti da secoli e non approderà mai a qualcosa di definitivo per la stessa natura della parola cultura, soggetta ad aderire a una società in cui deve trovare i canali per vivere (o meglio sopravvivere visto l’andazzo).

Cultura tanto spesso è stata terreno di conquista del consenso. Avviene sempre quando è piegata a un sentire unico (imposto) che non lascia porte aperte che nega/vieta la contaminazione per principio. (La storia passata e anche attuale può dare una mano per fare luce su cosa s’intende per cultura a senso unico).

E invece cultura è spesso contaminazione. I saperi (studiati, certamente, ma anche innati) degli uni incrociandosi con quelli degli altri cambiano forma e si materializzano in qualcosa che senza gli ingredienti richiamati non esisterebbe. E qui la domanda a cui non so rispondere, dovendo far ricorso ai miei poveri elementari mezzi: la cultura basata sulla scintilla di varie menti che dialogano (anche senza volerlo) è, resta e resterà figlia di un dio minore?

Nel mio immaginario – un sentire tanto puerile da diventare facezia – penso che un progetto culturale, qualunque sia, non debba e non possa rispondere a regole, a canali fissi tesi a ripetere se stessi. Un progetto culturale deve attivare canali e spiriti contraddittori, deve muovere il terreno su cui appoggia e deve dare il senso di un movimento mai uguale a se stesso, capace di tenerlo in equilibrio e renderlo possibile e incisivo nel tempo.

Cultura, quello che è oggi non è ieri e non sarà domani

cultura

Nella terra di mezzo – acrilico su tela 40×40 lenti26

Il divenire della vita, dei singoli e della collettività per fortuna aderisce al ritmo che imprimono le azioni, i pensieri; ne esce quella forma del “fare insieme” che tante volte materializza un progetto culturale che se parte da un background di formazione si modifica, si amplia e prende quota quasi per magìa. La magìa degli esseri umani che tra loro interagiscono, agiscono e dialogano. Lasciando aperti tutti i canali della comunicazione.

Cultura è linguaggio, è espressione singola e collettiva. In una parola potrebbe equivalere a paragonarla alla spontaneità dello stare al mondo aggiungendo ciascuno un po’ di sé, farlo sedimentare e legarlo al sé altrui… In questo mondo caotico, insulso, violento, capace di calpestare il debole e osannare il forte. E così astraendoti ti chiedi come si può fare cultura in un mondo siffatto? Forse è impossibile per tutti e non solo per alcuni. Provarci è necessario.

Mah! ho sempre sbagliato prospettiva. L’onnicomprensivismo nel quale ho sempre inquadrato la possibilità di elevarsi dalla propria condizione conoscendo, imparando e aprendosi al mondo deve essere proprio un pensare asfittico, sterile.

Ho sempre pensato – e ne resto ancora convinta – che cultura si racchiudesse in un gesto, in una predisposizione, in un moto a luogo che si potrebbe sintentizzare in una espressione “aprirsi al mondo, per conoscere, istruirsi e non sentirsi mai uguali a se stessi”. Il dinamismo, la dinamica delle scelte, il movimento delle idee mai dovrebbe finire a morire nel cimitero della conformità e per analogia del conformismo.

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Prateria interiore – acrilico su tela 40×40 len-ti26

Conformismo equivale a costruire un patibolo su cui immolare la cultura.

Non sarebbe cultura. Sarebbe altra cosa. Conservazione del già visto, del già noto, del già appreso, del già sentito.

Quello che ci si aspetta da chi si cimenta in questo campo vario, immenso dalle infinite sfaccettature è apertura, disponibilità a ricredersi, a tenere conto del mondo in cui siamo.

Perché rispetto a questo mondo in cui siamo l’imperativo per tutti – quelli che fanno cultura, quelli che pensano di farla, quelli che ne fruiscono sempre o saltuariamente – è cambiarlo, questo mondo. Riuscire nell’intento è altra cosa, altra sfida. Senza partecipazione al processo suddetto s’infrange ogni prospettiva. La ripetitività degli slogan, la formattazione di ogni pensiero non aiuta a quel percorso di movimento di dinamismo che sta alla base del processo di cambiamento.

Comunque sarà sempre molto lento.

cultura

Antonella Lenti

info@antonellalenti.it

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