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Cultura a Piacenza, percorso tortuoso

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Cultura a Piacenza, percorso tortuoso

Nella foto di copertina un’installazione esposta alla mostra organizzata a XNL e che chiuderà domenica 5. Un’immersione tra le nuvole che fa bene per ricucire il nostro rapporto con la terra, la natura e la nostra esistenza.

Cultura a Piacenza. Come si costruisce il profilo di una città in corsa per vestire il ruolo di città europea della cultura 2033? Il tempo è sufficiente da ora ad allora?

Quanti anni sono passati senza che il tema cultura diventasse fino in fondo una pratica costante? E soprattutto quali sono i contenuti che tratteggiano il profilo culturale di un territorio?

Quanto tempo occorre per costruire un canovaccio culturale solido che permei tutta la società?

C’è abbastanza tempo per lasciare un segno?

Domande innescate in queste settimane da non poche polemiche rese pubbliche sui social dopo il concerto di Radio Bruno in piazza Cavalli.

Da un lato c’è un ragionare profondo su cosa significa fare cultura a Piacenza. E qui c’è da chiedersi se siamo pronti per imboccare questa strada. Dall’altro le critiche altrettanto dure si soffermano sull’utilizzo della piazza monumentale per questo evento (non è la prima volta, almeno tre concerti si sono svolti lì negli ultimi anni).

I due filoni che si intrecciano.

In un lungo intervento social l’avvocato e regista Francesco Paladino pone la questione e rileva lo stridere tra il progetto di Piacenza città europea della cultura per il 2033 e le scelte compiute in questi anni in cui si punta sull’obiettivo di riempire le piazze e non sulla costruzione di un canovaccio culturale vero e proprio (dai Venerdì piacentini ai concerti popolari).

Confronta quello che accade a Piacenza con le politiche culturali avviate a Parma con un affondo molto critico.

E che c’entrano – si chiede Francesco Paladino in una lunga riflessione pubblicata su Facebook – queste scelte con l’ambizione di vestire nel  2033 il ruolo di capitale europea della cultura? Città di cultura non equivale a grandi numeri di presenze, il profilo di città di cultura si delinea con scelte centrate sull’intrattenimento.

Fare cultura è cosa diversa.

“Nessuno vuole negare il diritto alla festa. Una città deve anche divertirsi, respirare, ballare, incontrarsi, riempire le strade. Sarebbe assurdo immaginare una politica culturale – scrive Paladino – fatta solo di convegni, mostre difficili e cataloghi ponderosi. Il problema non è che si facciano queste serate. Il problema è chiedersi se sia giusto che diventino il volto dominante della cultura cittadina.

Perché una cosa è l’intrattenimento, un’altra è la cultura. Una cosa è riempire una piazza, un’altra è costruire una visione. Radio Bruno arriva, monta il palco, accende le luci, porta cantanti noti, produce dirette, applausi, fotografie, post sui social. Poi smonta tutto. La mattina dopo restano qualche rifiuto, qualche video, qualche dichiarazione soddisfatta. Ma culturalmente che cosa resta?”

Domanda lecita. Che va calata però in una realtà molto diversa da quella di Parma con cui Paladino fa un parallelo segnalando che la “cugina” (che tanto infastidisce i piacentini) invece ha iniziato un percorso culturale che ha al centro la musica.

“Parma – sottolinea Paladino – ha investito su Brian Eno: non una serata da consumare, ma un progetto artistico diffuso, lungo, internazionale, capace di lavorare sui luoghi, sul suono, sulla luce, sulla memoria urbana. Parma ha preso spazi storici e li ha messi in dialogo con uno degli artisti più importanti della contemporaneità. Ha detto: la città non è solo una vetrina, è un organismo culturale. Parma avrà l’esclusiva mondiale di un brano di Brian Eno depositato nei propri archivi”. Che significa si chiede il regista piacentino. “Parma usa Brian Eno per dire: vogliamo stare nel contemporaneo. Piacenza usa Radio Bruno per dire: vogliamo stare nel pienone. E il pienone, purtroppo, non è ancora una categoria estetica”.

Quindi sarebbe necessario capire in che rapporto sta Piacenza con la dimensione-visione culturale e perché la cultura cammina a passi lenti e stenta a diventare un patrimonio consolidato come accade in altre città forse anche più periferiche di Piacenza come ad esempio Rovigo o Forlì o, nel caso specifico, Parma molto più vicina a noi e storicamente omologa e con la quale mai si placa l’eterno confronto che spesso sfocia in dissidio.

Tra le ragioni c’è il diverso radicamento dell’Università. A mio modo di vedere, ci sta anche il fatto che Piacenza, a differenza di Parma, è una città universitaria molto giovane. In cui sono presenti distaccamenti importanti di università milanesi e parmensi, ma che ancora non sono diventati un tutt’uno con la città. Che non sono in diretto collegamento ideale ma anche concreto.

Ci vorrà molto tempo probabilmente perché le università i corsi presenti a Piacenza, gli studenti che qui si laureano entrino a far parte del tessuto sociale locale. Per strada, al supermercato, nei bar per l’aperitivo senti tanti giovani che tra loro parlano inglese ma hanno l’aspetto di ospiti di un luogo temporaneamente vissuto solo per motivi di studio.

Altrettanto lontano – forse non come agli inizi ma non se ne sente l’influenza – il corpo insegnante universitario che, per ricordare quando si insediarono diverse nuove facoltà Economia alla Cattolica e poi anche il Politecnico di Milano nell’ex Macello per esempio, ricordo che l’auspicio era che tanti insegnanti avrebbero scelto di vivere in  questa città. Non pare che questo sia accaduto. Allora si parlava di puntare su una qualità di servizi, qualità della vita che avrebbe fatto la differenza con la caotica Milano da dove provenivano molti prof. Quanti lo hanno fatto?

E c’è da chiedersi rispetto a una ventina d’anni fa quali servizi di miglior qualità della vita ha messo in campo Piacenza per attrarre questo corpo insegnante.

Finché questo apparato culturale che insegna, studia e vive su un binario parallelo incidentalmente a Piacenza è difficile che l’insieme della società possa indicare con determinatezza le visioni culturali che in tanti auspicano. Ci vorrà molto tempo prima che si sedimentino.

Forse però la strada è tracciata. Bisogna insistere. Ci sono interessanti spazi di produzione culturale che non vano snobbati o ignorati. Le iniziative di teatro, cinema e arte proposte da XNL sono tra queste. In copertina la foto della recente mostra Oltre le nuvole . Gli spazi di riflessione attinti dal Festival del Pensare contemporaneo sono una finestra aperta che permette di respirare un po’.

Nascono su questo territorio? Alcune sì e altre no.

Ma c’è un punto su cui è bene non ingannarsi. Il sentire di un territorio per procedere, migliorare, arricchirsi culturalmente, deve procedere convinto e coeso. È anche questa l’altra questione – la coesione vera negli obiettivi – che a Piacenza spesso non si riesce a superare e archiviare. Restando perennemente divisi per raggiungere mete contrapposte.

Quale visione culturale può emergere e attecchire? Intanto mentre si procedeva per solide contrapposizioni cosa è successo in questi ultimi 20-25 anni?

Da allora si è esteso il parco logistico, da allora soffochiamo di smog, da allora siamo prigionieri di un traffico pesante che affanna i nostri polmoni… insomma la qualità della vita che si profetizzava allora non è alle viste.

Anzi. Che dire? Anche questo è un aspetto che rientra nel capitolo cultura. Ho letto di recente la classifica sul clima che ci colloca all’86esimo posto quasi ultimi in Emilia Romagna. E Parma? Si assesta al 43esimo posto. Bene. Anche questo parla di cultura. Cultura del vivere con la prospettiva di una qualità della vita degna.

Molta strada da fare ci attende.

Se ce ne vogliamo rendere conto.

Cultura, Piazza Cavalli e gli eventi di grande richiamo

Un’altra controversia estiva con molte sfumature che non si discosta tanto da quell’altro spunto sulla capacità piacentina di volare alto culturalmente e pensare progetti che possano crescere nel tempo e rafforzare questo territorio su un terreno sempre abitato sporadicamente nel corso degli ultimi 40 anni almeno.

Che dire teniamo Piazza Cavalli sotto una teca?

Non l’apriamo alla vita reale dei tempi di oggi? Si potrebbe obiettare. No. I centri storici sono la forza delle città, dei borghi grandi o piccoli che siano. Vanno vissuti e non tenuti sotto celophan ma c’è uso e uso.

La piazza centrale della città, con il portato storico che ha con sé una domanda è lecita: quel quadrato è adatto ad ospitare un evento di questo tipo che richiama in poche ore migliaia di persone? Non si parla di una difesa sacrale di tutto ciò che è storico che deve essere custodito. Non li si vuole far diventare intangibili o farne luoghi museali a cielo aperto, no devono essere vissuti, solo così possono acquistare e accrescere il loro valore storico-architettonico ai nostri occhi.

Resta il fatto che la presenza di una massiccia struttura di tubi, con la sua altezza affiancata da analoghe costruzioni per ragioni di sicurezza (il concerto di Piacenza si è svolto poco dopo i fatti di Modena) ha portato alla mente un’analogia fantascientifica.

Un colpo d’occhio a cui non credere lì per lì quando da via XX Settembre, approdando in piazza, si è avuta l’impressione di trovarsi di fronte a un’astronave calata dal cielo. Tanto era l’impatto visivo che lasciava al passante.

Costruzione enorme, nera, circondata da percorsi obbligati tanto che il cuore della piazza, il monumento e i cavalli che ne danno il nome sparivano. Si sa le norme di sicurezza sono sacrosante. Ma tutto questo avveniva nel centro cittadino sempre più o meno “abitato” da residenti, non residenti che svolgono qui tante commissioni o passeggiate.

Passando in piazza nei giorni di montaggio e smontaggio di quel suggestivo palco nero altissimo e larghissimo si restava colpiti. È vero che il colpo d’occhio delle immagini pubblicate sui social dell’esibizione dei cantanti che si sono avvicendati sulla pedana del palco era sicuramente impressionate. Una piazza Cavalli così piena non la si ricorda in tempi recenti e quasi mai nelle manifestazioni canoniche- istituzionali che si svolgono in quello spazio.

Quanto ai concerti Piacenza ne ha ospitati tanti nel corso degli anni però decentrati, tra la Galleana e lo stadio comunale per citare alcuni esempi frugando nella memoria degli anni Ottanta E tutti molto frequentati… le foto del tempo lo testimoniano.

Piacenza non ha altri posti meno periferici dove ospitare queste manifestazioni?

Per portare un paragone un po’ esasperato a Roma c’è un luogo (pure centrale) in cui i mega concerti che attraggono molti spettatori trovano espressione ed è il circo Massimo tra il colle dell’Aventino e il Palatino.

Senza azzardare similitudini tra i due luoghi lontani mille miglia (e non solo geograficamente… ) anche Piacenza ha un luogo, uno spazio più consono, in cui degnamente ospitare eventi come quello che ha visto  protagonista Radio Bruno.  

L’arena Daturi  per esempio. Del resto nel 2003 proprio quello spazio aveva ospitato il concerto di Manu Chao, Partecipatissimo.

Forse l’arena sottoposta a lavori di restauro non era ancora pronta per ospitare un tale appuntamento recente, ma piazza Cavalli di fronte a una struttura di quelle dimensioni resta un quadrato troppo “fragile” per accogliere quel tipo di concerto.

Antonella Lenti

cultura

Nella foto di copertina un’installazione esposta alla mostra organizzata a XNL e che chiuderà domenica 5. Un’immersione tra le nuvole che fa bene per ricucire il nostro rapporto con la terra, la natura e la nostra esistenza.

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