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San Marco, albergo cuore della città nel nome di Giuseppe Verdi: “basta indifferenza”

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San Marco, albergo cuore della città nel nome di Giuseppe Verdi: basta indifferenza. E’ abbandonato. Bisognoso di cure. E’ stato un luogo di passaggio ma anche tante altre cose. Con utilizzi pubblici: ha ospitato i vigili urbani, il dipartimento sanitario adibito alle vaccinazioni. Chissà quanti bambini di Piacenza ricordano di essere passati da lì negli anni dell’infanzia. L’albergo San Marco (o meglio ex albergo San Marco) che prende il nome dalla stessa via in cui si trova quasi all’imbocco è nel cuore di tanti piacentini non perché è un edificio storico, non solo per la sua impronta liberty ma per un altro motivo che tocca da vicino il “sentire” piacentino.

Era il luogo in cui risiedeva (per brevi periodi sul percorso per Milano), lavorava e riceveva amici e colleghi il maestro di Busseto: Giuseppe Verdi. Tante le voci cittadine che si sono alzate per sostenere la causa di un recupero di questo luogo del cuore locale. Un progetto di nuovo utilizzo fu redatto nel 2013 dall’architetto Benito Dodi nel quale si prevedeva per le stanze dell’albergo un piccolo museo dedicato a Verdi e aule per il Conservatorio Nicolini. Commissionato dall’Ausl il progetto esiste ma giace. Inutilizzato.

E’ poi datato lo scorso anno un’altra idea progettuale – uno studio promosso Fondazione di Piacenza e Vigevano di cui si è parlato nel dicembre 2025 all’auditorium di via Sant’Eufemia – presentata dall’ingegner Paolo Milani per la cui realizzazione sarebbero necessari oltre 7 milioni di euro. Quale l’utilizzo in questo caso?

Lo studio di fattibilità propone “un albergo storico, un museo dedicato a Verdi con sala per musica da camera e convegni e una caffetteria nella splendida sala degli stucchi”. “Un progetto da 7,35 milioni di euro che – è stato detto durante il convegno suddetto – condivideremo con Soprintendenza e Ministero e che ora entra nella fase più sfidante: la ricerca dei finanziatori“.

La storia del recupero del San Marco ha radici lontane. Di tanto in tanto torna attuale. Come una manciata di mesi fa quando l’idea di un futuro utilizzo ha ripreso vigore con l’arrivo a Piacenza del ministro alla cultura Alessandro Giuli che durante la visita all’edificio ha sostenuto l’idea del restauro della struttura segnalando anche la possibilità di un congruo finanziamento pari a 7 milioni di euro.

A Piacenza, nel corso di questi anni, tanti si sono mossi per sostenere l’idea. E per raccontare le varie tappe che ha visto protagonista la discussione sull’albergo occorre compiere qualche salto indietro nel tempo e tornare al Novecento. Perché parlare del San Marco vuol dire parlare di un pezzo di storia di Piacenza ma non solo. Il destino del palazzo s’interseca con la riforma sanitaria dell’80 e con le prescrizioni sull’uso degli spazi adibiti – prima della riforma -a utilizzi sanitari.

Ma la “riconsegna” di questo pezzo di storia all’uso comune della città è stato, e e resta il punto di forza che muove i sostenitori del recupero – non si parla solo di un edificio storico di pregio, di una struttura pregevole dal punto di vista architettonico. E’ di più. Là dentro batte il cuore piacentino verdiano, il sentire all’unisono con il maestro che scelse di abitare nel Piacentino.

Tanti i sostenitori che affermano essere l’ex albergo San Marco uno degli spazi più identitari e di conseguenza da salvaguardare e recuperare a una funzione pubblica sia per sancire, come si diceva, un legame indissolubile che Verdi stabilì con il territorio (fu anche consigliere provinciale a Piacenza anche se non prese mai parte ai consigli) scegliendo di vivere gran parte della sua vita a Sant’Agata nella sua villa ora anch’essa in cerca di nuova vita e destino.

Tra i protagonisti e sostenitori di ridare valore alla struttura storica che acquisì l’attuale aspetto con una ristrutturazione d’inizio 900 quando assunse visibili caratteri Liberty “caratteristiche architettoniche di assoluto pregio, come la pensilina in ferro battuto e lo scalone interno” come viene detto nel sito del FAI che sottolinea inoltre essere “a rischio di scomparsa per l’incuria, nonostante il provvedimento di tutela della Soprintendenza su alcune parti dell’edificio“.

Luogo identitario, si dice, punto di riferimento culturale che riporta la macchina del tempo su una delle personalità musicali più importanti. Perché del recupero dell’albergo San Marco si discute soltanto e di tanto in tanto ma tardano ad arrivare azioni concrete? Lo chiediamo a Stefano Pareti tra le personalità piacentine più attive su questo fronte. Iniziando da eventuali sviluppi – se ce ne sono – palesati con la visita del ministro Giuli sette mesi fa.

san marco

a.le.

Pareti, a che punto siamo sul San Marco dopo la visita del Ministro a Piacenza?

“Direi che siamo fermi a sette mesi fa. Dopo la sua visita ha fatto sapere, tramite il ministro Foti che sarebbero stati stanziati 7 milioni di euro per il recupero della struttura… Ma a questo punto si apre un problema…”

Quale tipo di problema?

“Il fatto che siamo in presenza di due progetti. Il primo del 2013 che porta la firma dell’architetto Benito Dodi che riguardava non solo il San Marco ma anche un edificio accanto quello che il Comune utilizzava come condominio da utilizzare per le famiglie sfrattate. E l’altro progetto è quello di cui si è parlato di recente per il quale la Fondazione ha finanziato uno studio di fattibilità. Quanto alle ultime notizie si è appreso che la sindaca Katia Tarasconi ha inoltrato il dossier al Ministero della Cultura ma non se ne conoscono i contenuti né se è stata o meno operata una scelta tra i due progetti.”.

Quindi c’è speranza che si arrivi a una soluzione?

“Credo che a questo punto la situazione la può sbloccare solo il ministero. Anzi su questo è stato importante l’impegno profuso dal Centro Studi Piacenza (CESP) di Federico Scarpa che si è adoperato per i contatti con i Ministri e il Governo per ottenere i finanziamenti tesi al recupero dell’ex Hotel. Quanto al Comune, proprietario per un terzo dell’immobile di cui la restante parte è di proprietà dell’Ausl di Piacenza, aveva dato un bel segnale togliendo l’immobile dall’elenco di beni alienabili però ora che, come sembra, il ministero finanzierà l’operazione potrebbe tornare tutto indietro… Comunque credo che in quello spazio, insieme a un piccolo museo dedicato a Verdi – ci sono tante testimonianze che parlano della sua presenza a Piacenza – proprio in quelle stanze, potrebbe essere una scelta giusta collocare nuove aule del Conservatorio ma anche spazi per i concerti”.

Nel gennaio di quest’anno hai firmato un documento come coordinatore del Comitato per il San Marco nel quale solleciti le istituzioni a “fare sul serio” per questo progetto culturale e introduci l’argomento parlando di aspetti al contempo inconraggianti e scoraggianti. Perché, troppi anni a discutere e non concretizzare? Poca convinzione?

“Considerazioni che mi hanno spinto a chiedere un salto di qualità rispetto a questo progetto culturale…”

In che cosa deve consistere?

“Ci vuole una vera regìa. Concreta e fattiva. Serve che Comune, Provincia si impegnino direttamente e assumano la regia di questo prostigioso comparto culturale. Solo un ruolo dirigente delle maggiori istituzioni locali potrà infatti mobilitare anche altri enti locali, e soprattutto Camera di Commercio Unificata, Fondazione di Piacenza e Vigevano, Regione Emilia Romagna, Unione Industriali, associazioni del Commercio, dell’Artigianato e dell’Agricoltura. Perché queste ultime possano individuare una vocazione aggiuntiva a favore del nostro territorio per investire sul loro futuro”.

Tu sostieni che la Cultura è sviluppo. Ne abbiamo parlato di recente anche in questo spazio del blog. Come s’innesta la “partita Verdi” nella tematica culturale di Piacenza e nelle possibilità di sviluppo?

“Crediamo che il nome del maestro Giuseppe Verdi può far crescere anche Piacenza e la sua provincia, perché musica, cultura, ambiente e agricoltura possono costituire un’opportunità strategica per la nostra gente e per il nostro territorio. Parma docet. Tutto questo vale per Villa Sant’Agata a Villanova sull’Arda, per l’ospedale di Villanova voluto e finanziato da Verdi, per le terre che sono state parte delle aziende agricole del Maestro e per l’ex Albergo San Marco a Piacenza, destinabile in parte a Museo dedicato a Giuseppe Verdi filantropo, compositore, agricoltore, amministratore pubblico e patriota. Ma la parte prevalente dovrebbe soddisfare le attese del Conservatorio Nicolini che da tempo ne propone l’utilizzo. Ciò potrebbe rappresentare una proposta innovativa in alternativa a percorsi, forse più interessanti ma certamente già più esaurientemente battuti da studiosi e storici verdiani e con complete disponibilità di documentazioni”.

In che modo dovrebbe partire la regìa da te auspicata da parte delle istituzioni?

“Chiediamo che Comune e Provincia di Piacenza decidano di indire un Convegno che affronti tutte le tematiche qui richiamate e altre che si potrebbero aggiungere come momento di riflessione e proposta della comunità piacentina sulle politiche verdiane. Un armonico, produttivo intelligente mix tra Cultura, Turismo, Agricoltura e Ambiente. Se non ci impegnassimo in tal senso non saremmo né consapevoli né degni dei sentimenti che il maestro Giuseppe Vredi ebbe per la nostra gente e per il nostro territorio. L’esempio della vicina Parma è categorico.

E’ ancora e anche un problema che investe la storica competizione con i cugini di Parma? E’ questo il punto?

“Certamente no. Però dobbiamo osservare e capire le politiche verdiane che lì si sono concretizzate. In quella città e nella sua provincia sono i negozi, gli alberghi, i ristoranti, gli enti locali e le associazioni culturali che “vendono” Verdi e la sua musica. Tutta la comunità ne è consapevole, ed è proprio questo che manca al territorio piacentino. C’è a Parma una mobilitazione generale che a Piacenza deve ancora essere avviata. La nostra comunità si deve organizzare per rispondere alle attese degli studiosi e dei turisti, valorizzando i lasciti verdiani finora trascurati o ignorati. Si tratta di operare un imprescindibile salto di qualità”.

Verdi, è poi ancora così presente nel sentire dei piacentini?

“Siamo convinti e lo ripeto che devono essere le istituzioni locali Comune e Provincia di Piacenza che devono assumere la regì di questa progettualità nuova intorno a Verdi. Su questo chiediamo al ministro della Cultura di adoperarsi in tal senso. Verdi e Piacenza sono ingredienti che si sono integrati nella storia della nostra comunità provinciale. Questa potrebbe essere un’occasione imperdibile per costituire un circuito verdiano che coinvolga la città e la provincia. Un circuito che potrà valorizzare le nostre tradizioni e le eccellenze che appartengono alla tradizione verdiana e far emergere la ricchezza musicale, storica e agricola che il Maestro Verdi ci ha tramandato.

Questo rispetto verso Verdi Piacenza lo ha sempre tributato. Gabriella Carrara Verdi – come ha riportato il quotidiano Libertà in occasione dell’intitolazione a Giuseppe Verdi dell’aula consigliare della Provincia, nel novembre 2013 ha rilasciato un attestato con parole chiare e inequivocabili: Piacenza, a differenza di Parma, ha sempre avuto un sovrano rispetto per la figura di Verdi: quando ha usato il suo nome in circostanze ufficiali lo ha sempre fatto per onorarne la memoria e mai per fare pubblicità a se stessa. Ecco credo che sia questo lo spirito con cui si debba continuare ad agire…”

Facciamo un salto indietro. Torniamo al 2008 ormai quasi vent’anni fa, insieme a William Xerra hai lanciato un appello con lo scopo di puntare i riflettori sullo stato di degrado di una struttura che ha un valore per Piacenza… Perché questa iniziativa?

“Già allora eravamo preoccupati dello stato di abbandono in cui versava (e versa) un edificio che è parte della storia cittadina e della nostra comunità. Ciò per la frequentazione di Giuseppe Verdi ma non solo; per l’utilizzo a sede dell’ufficio d’Igiene e delle conseguenti vaccinazioni; per la destinazione a sede del comando della Polizia Urbana; e infine con il trasferimento quasi integrale della proprietà all’Azienda Unità Sanitaria Locale di Piacenza, in applicazione della Riforma Sanitaria. Dico quasi integrale e non totale perché una parte del fabbricato è rimasta in capo al Comune di Piacenza. Per intenderci l’AUSL è titolare di 2.095 mq. al civico 1, mentre al Comune restano 513 mq. fra civico 1 e 3”.

A proposito del passaggio “sanitario” della struttura come avvenne e perché?

“Va considerato che intorno all’albergo San Marco si è infittita nel corso degli anni una fitta rete burocratica che forse ha allungato i tempi e complicato le soluzioni. Si deve risalire infatti al 1981. Era il 15 gennaio di quell’anno quando “Il consiglio Comunale di Piacenza in con atto n. 21 in esecuzione del Decreto del Presidente della Regione Emilia Romagna n. 938 del 1980 e in esecuzione della Legge Nazionale n. 833/1978 (detta di Riforma Sanitaria) in vigore dall’1.1.81, (in base alla quale tutti gli immobili comunali ad attività sanitaria dovevano essere trasferiti all’USL) ha affidato alla costituita USL con allegato D del citato atto, l’ex Albergo San Marco, già sede dell’ufficio di Igiene, (e dunque con destinazione sanitaria).

E successivamente ancora: “In applicazione dell’art. 5 del Decreto Legislativo n. 502 del 1992, il Commissario Straordinario del comune di Piacenza Perricone, con delibera n. 586 del 5.5.1994 operava il perfezionamento dell’atto e trasferiva all’USL l’ex Albergo San Marco, quale bene a destinazione sanitaria che così veniva classificato all’All. E/01 del citato atto, poi approvato con Decreto della Regione Emilia Romagna n. 669 dell’8.8.1995, e trascritto dal notaio dr. Alberto Vullo in data 8.5.1997 n. 5540 generale e 4515 particolare. Questo era diventato lo status dell’edificio…”

Quindi l’aspetto culturale che voi inquadrate oggi non era per nulla preso in considerazione

“C’era ed era vivo. Lo abbiamo sollecitato in un documento che il Comitato per l’albergo San Marco ha inviato al Comune di Piacenza alla direzione generale dell’Ausl di Piacenza e alla Soprintendenza di Parma e Piacenza nel giugno 2016 da un gruppo di persone tra cui il sottoscritto, Sergio Buonocore, Francesco Bussi, Pietro Chiappellotti, Domenico Ferrari-Cesena, Fabrizio Garilli, Carletto Loranzi, Marcello Spigaroli, William Xerra… Nel documento si mettevano in rilievo alcune esigenze: valorizzare le nostre peculiarità, tradizioni, eccellenze: i fiori all’occhiello di cui disponiamo, caratterizzarci come appartenenti alla tradizione verdiana; far emergere la ricchezza culturale e storica che ci è stata tramandata.

Dovremmo essere orgogliosi – dicevamo – e farci vanto dei nostri retaggi storici e culturali, conservarli e promuoverli rendendoli accessibili. Se, come si sostiene a ragion veduta, Cultura è Sviluppo, il turismo culturale può essere una chance con cospicui risvolti economici, e appare dunque immotivato l’atteggiamento dell’AUSL di Piacenza rispetto a questo fabbricato pregevole e carico di storia. Perché ad esempio non si destina il san Marco a sede di rappresentanza della Direzione Generale dell’AUSL?

O ad un museo verdiano da collegare al progetto della Baia di san Sisto, di cui si attende varo? Questo consentirebbe un intervento pubblico in grado di salvaguardare ogni testimonianza verdiana, che una proprietà privata non potrebbe garantire con eguale attenzione. Non basta per un simile fabbricato salvare alcuni elementi storici o apporre magari una lapide: l’ex albergo potrebbe rappresentare una tappa significativa in un ideale circuito culturale e turistico dei luoghi  verdiani piacentini”.

Come si tradusse?

“Ne parlammo in un convegno nel salone Pier Luigi Farnese. In quell’occasione ci permettemmo di ricordare a noi per primi e ai nostri amministratori, quanto ebbe a dire in un convegno il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano (Il Sole 24 Ore, 18.11.2012) : ‘… la responsabilità della politica sta nello scegliere, nel dire dei no e nel dire dei sì. E io credo che debbano essere detti più “sì” a tutto quello che riguarda la cultura, la scienza, la ricerca, la tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio‘”.

Da cosa nasce questo lungo percorso e quali sono gli episodi che inquadrano Verdi a Piacenza?

“Intanto va detto che i piacentini hanno sempre rivendicato i legami certi e solidi che univano il maestro Giuseppe Verdi alla loro terra. Basti ricordare che la madre, Luigia Uttini, era piacentina di Saliceto di Cadeo; che Verdi visse per molti anni a Sant’Agata di Villanova; che fu eletto Consigliere provinciale di Piacenza; consigliere comunale a Villanova, e che volle realizzare l’ospedale di Villanova e l’asilo di Cortemaggiore; e infine che amava soggiornare a Piacenza, nell’albergo San Marco nei suoi trasferimenti a Milano, adibendo il proprio elegante appartamento del primo piano a sede dei suoi incontri di lavoro.

La materia è del resto stata trattata da una studiosa americana, Mary Jane Phillips-Matz, in un prezioso volume edito dalla Banca di Piacenza, intitolato “Verdi, il grande gentleman del Piacentino”. Ma queste indubbie radici piacentine di cui andiamo tutti orgogliosi, vanno valorizzate e fatte conoscere con atti concreti, perché non possano essere sottaciute o interpretate come manifestazioni di un provincialismo gratuito”.

A parte albergo San Marco “luogo del cuore”, quali sono le caratteristiche architettoniche specifiche e pregevoli per cui vale la pena investire sulla struttura e non solo per ridare vita alla memoria… che comunque ha una sua grande importanza

“Sono stati tanti gli scritti dedicati alla struttura del San Marco. Tra questi voglio citare quanto segnalato dall’architetto milanese Pierfrancesco Sacerdoti scrivendo a un componente del Comitato per salvare l’albergo. Così scrive nel 2015 l’architetto a Domenico Ferrari-Cesena: ‘Le scrivo a proposito dei ferri battuti della pensilina e della scala interna dell’ex Albergo san Marco, che mi hanno molto colpito durante una visita a Piacenza tanti anni fa. Ultimamente ho scritto un testo su tre edifici Liberty milanesi e mi sono tornati in mente. Sono quasi sicuro che siano opera dell’officina di Alessandro Mazzucotelli. Troverà a Nota 21 riferimento all’ex Albergo san Marco‘.

E in questa stessa nota si affermava: Nota 21 del volume ITALIAN LIBERTY Una nuova stagione dell’Art Nouveau – A cura di Andrea Speziali. Capitolo MILANO LIBERTY Casa Ferrario, Casa Guazzoni e Casa Campanini: ‘Colpisce la somiglianza, nell’insieme e nei dettagli, tra questa scala e quella dell’ex Albergo san Marco a Piacenza, risalente circa agli stessi anni e tra le più notevoli del Liberty italiano. Da ipotizzare pure in questo caso la paternità di parapetti ed elementi in ferro battuto a Mazzucotelli, cui è attribuibile per assonanza stilistica con opere analoghe di quel periodo anche la pastosa pensilina esterna‘.

Quindi Sacerdoti conclude dicendo:” Mi auguro che il mio modesto contributo possa aiutare a salvare dal degrado questo gioiello dell’architettura Liberty‘. Ecco se non è un buon motivo questo per non lasciar cadere tutto… Ma non è l’unico studioso ad occuparsi dell’edificio e dei tratti Liberty…”

Chi se ne occupò?

“Nel 1973 ne scrisse Gaetano Pantaleoni su Libertà in una pagina dedicata al tema ‘Il Liberty a Piacenza nell’età fiorente’ e ne scrisse con queste espressioni: ‘Altro discorso si può fare per l’edificio dell’ex Hotel S. Marco, nell’omonima via, di cui è conservata la tettoia d’ingresso, di elaborata sontuosità floreale. Crediamo non sia anteriore al 1910. Gli ambienti interni, per quanto rimaneggiati, conservano (col ben ritmato ed arioso scalone) dignitosa impostazione spaziale‘.

Pantaleoni ribadirà le sue valutazioni nel volume Il Liberty in Emilia con queste valutazioni: ‘L’arte del ferro battuto mostra qui di essere all’altezza dell’antica tradizione piacentina, riscontrabile nei palazzi della città fin dal Settecento. I motivi decorativi liberty e floreali si integrano nella struttura ardita e moderna della scala, la cui soluzione tecnica a scalini a vista è ingentilita dagli stucchi che ne seguono l’andamento. L’architrave a sostegno del pianerottolo superiore è animata dai due lumi a bulbo in cui i motivi ‘a colpo di frusta’ si rincorrono tutt’intorno. Le porte che dall’ingresso conducevano nelle sale (ora adibite a uffici, divisi da tramezzi) presentano belle incorniciature e vetrate di fattura liberty‘.

A quando risalgono i due interventi in ferro battuto?

“E’ stato lo stesso architetto e progettista Benito Dodi che ha firmato il progetto per il riutilizzo dell’albergo San Marco a segnalarlo. Scrisse Dodi ‘Le cronache locali registrano la notorietà di cui godeva l’Albergo san Marco, sede privilegiata per ospiti illustri che visitavano la città, tra i quali Vincenzo Gioberti, i principi di Savoia e il maestro Giuseppe Verdi. L’attività dell’albergo terminò nel 1910.

Nel 1877 era stato riformato il portone d’ingresso e sopraelevata la facciata. Ai primi del Novecento risalgono la sistemazione dell’ingresso dell’edificio e la realizzazione della pensilina (“Marquise”) e della bella scala caratterizzata da una struttura ardita e assai moderna, nella soluzione tecnica adottata a scalini a vista, impreziosita dagli stucchi che ne seguono l’andamento sinuoso. La pensilina – conclude Dodi – fu eseguita da Angelo Conti che, probabilmente, eseguì anche la scala‘.

Come vi siete mossi per segnalare la necessità di salvare queste opere d’arte in ferro?

“Il Comitato San Marco già nel marzo 2012 ha indirizzato all’allora direttore generale dell’AUSL di Piacenza un appello concernente alcuni aspetti del fabbricato e in primis si chiedeva l’attenzione sulla pensilina. Ribadivamo l’esigenza di salvaguardia della pensilina esterna che già allora versava in pessime condizioni ‘tali – si diceva – da far temere l’insorgere di danni irreparabili.

A nostro parere è necessario rimuovere la pensilina con le cautele che la Soprintendenza potrà dettare, restaurarla e depositarla in magazzino, in previsione di una rimessa in pristino quando l’immobile sarà stato recuperato. Mantenerlo nello stato attuale potrebbe significare la perdita definitiva di uno degli originali  elementi liberty di arredo, richiamati nella Relazione con la quale la Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici dell’Emilia, l’11 marzo 2000 disponeva per il vincolo del fabbricato‘.

Che dire del risultato?… la pensilina è ancora lì…”

Ci sono notizie più antiche sul palazzo?

“L’edificio ha alle spalle una storia più antica. Per questo fanno testo le ricerche dello studioso piacentino Giorgio Fiori che tratta il tema nel suo volume Il centro storico di Piacenza (palazzi, case, monumenti civili e religiosi). Così riferisce: ‘L’edificio al numero 1/3 apparteneva nel 1737 al Capitolo della Collegiata di san Gervaso, che già lo aveva adibito a sede dell’Osteria detta di san Marco, e che ne conservava la proprietà nel 1810. L’edificio fu poi acquistato da Francesco Dosi, che vi fece rifare la facciata nell’aprile 1835. L’edificio infatti era diventato l’albergo più importante della città, tanto che il 14 aprile 1782 in esso avevano preso alloggio i principi ereditari di Russia Paolo Petrovich e Dorotea di Wurtemberg, condotta in incognito con il nome di conti del Nord’.

Tutto questo detto, il lettore può pensare che cosa si aspetta a intervenire?

Già. E noi da anni lavoriamo in questa direzione. In questo angolo della città – come ho cercato di riassumere brevemente in un documento diffuso nel maggio dello scorso anno – ebbe un valore indiscusso e dimostra che non meriti l’indifferenza e il disinteresse ad esso riservato dai nostri amministratori del Comune e dell’AUSL. Da tempo abbandonato al degrado, meriterebbe una decisa valorizzazione. E non di una alienazione, come fosse troppo oneroso gestirlo. Si parla di Giuseppe Verdi, ed è un bene, ma quel fabbricato lo rappresenta. Quindi conserviamolo”.

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