SALUTE - SERPE IN SENO

Donne mutate, invalidità riconosciuta dall’Inps

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Basta essere portatrici del rischio genetico col il gene BRCA1-2 mutato perché alle donne sia riconosciuta la valutazione di disabilità e quindi l’invalidità civile da parte dell’Inps.

Il diritto a una percentuale d’invalidità verrà riconosciuto alle donne che sceglieranno, da sane senza aver ancora sviluppato la malattia, di sottoporsi alla chirurgia preventiva. Alle donne sane che scelgono la chirurgia di riduzione del rischio verrà riconosciuta, se lo richiedono, una determinata percentuale di invalidità civile per la menomazione permanente di tali organi e per lo stress psichico subito secondo lo status di “handicap non grave” (legge 104, articolo 3, comma 1), salvo che la sofferenza psichica non sia tale da aggravare ulteriormente la situazione. Questa novità, assoluta sulle donne sane, comporterà un innalzamento della percentuale d’invalidità anche per le donne malate e BRCA positive, che decideranno di affrontare la chirurgia preventiva per gli altri organi non affetti da neoplasia. Il risultato è stato raggiunto con l’azione congiunta che ha messo attorno allo stesso tavolo dell’Inps l’Associazione aBRCAdaBra, nata per essere portavoce dei bisogni delle persone con mutazione genetica e la Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO).

Quindi la tutela sarà riconosciuta sia alle persone sane che devono convivere con un elevato rischio di ammalarsi di tumore lungo il corso della loro vita, sia a quelle che sono già pazienti oncologiche e devono affrontare i rischi di salute a causa della stessa mutazione. Non esistono dati nazionali sulla diffusione del rischio BRCA tuttavia si stima che i casi in Italia potrebbero oscillare tra i 75mila e il 150mila.

Che cosa significa avere in corpo la mutazione genetica BRCA? Significa che le donne sono esposte al rischio di sviluppare in giovane età, anche sotto i 30 anni, i tumori al seno, all’ovaio, e all’endometrio, oltre ad altre neoplasie. Le linee guida nazionali e internazionali raccomandano alle donne ad alto rischio tre diversi percorsi: una sorveglianza “speciale” con periodicità e prestazioni diagnostiche specialistiche ravvicinate nel tempo e diverse rispetto a quelle delle altre donne; una chirurgia di riduzione del rischio oppure una chemio prevenzione.

Si tratta di una novità importante che investe tantissime donne portatrici di quello che viene comunemente chiamato il gene Jolie. Dichiarazioni di grande soddisfazione da parte delle associazioni dei pazienti oncologici come Elisabetta Iannelli segretaria generale della Federazioni delle associazioni di volontariato in oncologia. “Segna un’importante innovazione nel sistema di welfare – ha dichiarato alla diffusione della notizia – una novità che tiene il passo con le più recenti innovazioni in campo medico e specialmente genetico.

Ora che la via tracciata dal progresso scientifico ci porta nella direzione della medicina di precisione, i cui necessari presupposti risiedono nei test biomolecolari e genetici, le indicazioni date dall’INPS per una corretta valutazione della disabilità anche per le persone sane portatrici di un rischio genetico ma che affrontano interventi terapeutici preventivi di non poco rilievo, costituisce una vera e propria apertura di orizzonti che in futuro riguarderanno anche altri rischi di malattia diagnosticati prima dell’insorgenza della stessa».
Concordi tutti nel considerare questa novità come molto positiva. Il riconoscimento di una percentuale d’invalidità associata a un rischio e non alla presenza di una malattia rappresenta e testimonia la necessità di valutare le donne con occhi diversi, tenendo in considerazione non solo gli esiti degli interventi chirurgici – viene segnalato – ma anche gli effetti che la scoperta della mutazione BRCA provoca su una donna che dovrà convivere con questa consapevolezza per moltissimi anni e che potranno influenzare anche pesantemente la sua qualità di vita.

SCHEDA 1 – Che cosa sono i geni  BRCA 1-2 e cosa determina la mutazione

Tante possono essere le cause di un tumore ma alcuni fattori come la presenza di cellule impazzite caratterizza tutti i tipi di cancro. Cosa significa cellule impazzite? Significa che non riescono più a controllare i meccanismi della proliferazione e della sopravvivenza cellulare e quindi si moltiplicano a dismisura. I geni contengono le istruzioni per produrre proteine che svolgono funzioni specifiche e ci sono anche le proteine che regolano il ciclo cellulare vale a dire comunicano alle cellule quando è il momento per crescere e dividersi in due. Di tanto in tanto s’incappa in una mutazione e quindi a questo punto entrano al lavoro le proteine riparatrici che riparano anche i danni prodotti al DNA da agenti esterni. Può succedere che alcune anomalie non vengano corrette e quindi si accumulino. Può succedere che le cause delle mutazioni non provengano dall’esterno ma siano ereditarie e che quindi alle cellule arrivino istruzioni difettose e quindi producano una proteina BRCA 1 danneggiata che non è in grado di svolgere la corretta funzione di proteina riparatrice. Avere delle mutazioni in questi geni significa non essere in grado di riparare correttamente i danni che possono derivare al DNA e quindi ne deriva un conseguente aumento del rischio di sviluppare tumori. Quindi nei portatori di mutazioni BRCA 1 e 2 ogni cellula del corpo contiene la proteina difettosa (non riparatrice) e in teoria è potenzialmente in grado di trasformarsi da cellula normale in tumorale. Dalla ricerca è emerso inoltre che questo fenomeno si osserva quasi esclusivamente nelle cellule dei tessuti mammario e ovarico da qui un conseguente aumento di incidenza di tumori al seno e alle ovaie.

SCHEDA 2 – Le ragioni cliniche alla base della decisione dell’INPS

Riprendiamo alcuni stralci del documento tecnico- scientifico che è stato alla base della decisione dell’Inps di considerare invalidante il rischio portato dalle mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2. (…) Alcune neoplasie possono mostrare una ricorrenza familiare che almeno in una parte dei casi, risulta correlata alla trasmissione ereditaria di specifiche mutazioni geniche predisponenti all’insorgenza di neoplasie. In particolare si stima – si segnala nel documento dell’Inps sulla mutazione dei geni BRCA – il 5-10% dei carcinomi mammari sia legato a fattori genetici e che circa un quarto dei casi sia imputabile alla trasmissione ereditaria di una mutazione inattivante del gene BRCA-1 (allocato sul cromosoma 17) o del gene BRCA – 2 (Cromosoma 13). Tale mutazione può essere trasmessa ai figli, sia maschi che femmine, indifferentemente dal padre o dalla madre e la sua prevalenza complessiva (BRCA-1 + BRCA –2) è variamente stimata tra 1/400 e 1/800.  I geni BRCA normalmente controllano la proliferazione cellulare e la riparazione di tratti cromosomici danneggiati, funzioni che vengono perdute in caso di mutazione pertanto le persone che ereditano la mutazione hanno un’elevata possibilità di ammalarsi di cancro. Il rischio di sviluppare un carcinoma mammario nel corso della vita è variamente stimato.

SCHEDA 3 – Donne mutate rischio altissimo di ammalarsi

Secondo le linee guida AIOM-2018 sarebbe pari al 65% per le donne portatrici di mutazione del gene BRCA-1 e al 40% per le portatrici di mutazione BRCA-2 (contro il rischio del 12% per la popolazione femminile senza mutazione. Recenti studi prospettici – prosegue il documento INPS – su una popolazione complessiva di 9.856 donne con mutazione BRCA 1-2 sembrerebbero indicare un più elevato rischio sia per la mutazione BRCA-1 (72%) che soprattutto per quella BRCA-2 (69%). Il carcinoma mammario BRCA – associato ha un’alta possibilità di insorgenza giovanile (tra i 30-40 anni per BRCA 1 e tra i 40 e i 50 anni per BRCA-2), è più spesso multifocale e/o bilaterale e con caratteristiche biologiche aggressive (G3, alto indice proliferativo, tripla negatività) BRCA- 1 mutate. Nelle donne con mutazione al prevalente rischio mammario si associa anche un rilevante rischio ovarico pari al 44% per la mutazione BRCA-1 e al 17% e per quella BRCA-2 (contro l’1,5% della popolazione femminile senza mutazione). Il rischio di sviluppare un carcinoma ovarico è basso (2-3%) prima dei 40 anni; per le donne BRCA-1 mutate aumenta nettamente a partire dai 40 anni per le donne con mutazione BRCA-2 solo in epoca post-mestruale. Un discorso a parte merita il rischio oncologico nelle donne BRCA mutate, di sviluppare un carcinoma all’utero. Pur gravato da un rischio relativamente basso – si afferma nel documento INPS – stimato sotto il 5% va considerevolmente incrementato nel caso di lunga assunzione di tamoxifene, il carcinoma uterino associato a mutazione BRCA presenta in genere un’istologia peculiare (carcinoma sieroso o similsieroso) con aspetti simili a quelli dell’analogo carcinoma ovarico e un comportamento particolarmente aggressivo con una mortalità fino a 4 volte superiore a quella del carcinoma dell’utero nella popolazione generale.(…)

SCHEDA 4 – Stile di vita e prevenzione

Per quanto riguarda lo stile di vita e le abitudini alimentari – si afferma nel documento INPS – emergono evidenze a favore di una correlazione diretta tra introito calorico totale e sovrappeso in età adulta e un maggior rischio di carcinoma mammario e viceversa una correlazione inversa tra dieta sana e attività fisica in età adolescenziale. Per ciò che riguarda i tumori ormonali e riproduttivi un recente studio retrospettivo dimostrerebbe che la gravidanza e l’allattamento riducono il rischio di tumore mammario nelle donne BRCA mutate. Nella stessa popolazione l’uso della pillola anticoncezionale non aumenterebbe il rischio di carcinoma mammario e ridurrebbe significativamente quello di carcinoma ovarico. A prescindere da tali considerazioni sul ruolo dei fattori concausali, il rischio oncologico nelle donne BRCA mutate è sempre di entità tale da giustificare l’adozione di adeguate misure preventive personalizzate. La gestione della prevenzione nelle donne sane BRCA mutate presuppone una valutazione disciplinare, condivisa con l’interessata cui compete, previa adeguata informazione, l’opzione finale tra i diversi approcci possibili (chirurgia profilattica, sorveglianza clinico-strumentale; chemioprevenzione) o per una loro modulazione integrata su base individuale che tenga conto del grado di rischio, dell’età, della storia personale e familiare nonché delle aspirazioni riproduttive di ciascuna donna.

info@antonellalenti.it – Tratto dall’edizione 2019 della rivista “Nuova Armonia”

DALLE PAGINE DEI GIORNALI: MUTAZIONE JOLIE, DALL’EUROPA VIA LIBERA AL NUOVO FARMACO

Donne con la mutazione genetica Brca1 e 2, c’è il farmaco. Come per il farmaco che era stato approvato per il tumore ovarico ora lo è anche per il tumore al seno. Notizie di stampa recenti hanno indicato nell’Olaparib il farmaco che che ha dimostrato di essere efficace nelle donne che presentano le mutazioni che riguardano i due geni Brca 1 e 2. “Ora la Commissione europea – ha riportato il quotidiano La Repubblica con un articolo di Tiziana Moriconi  – ha infatti dato il suo via libera per l’estensione dell’indicazione per le forme di cancro al seno localmente avanzato o metastatico BRCA mutate, negative al recettore HER-2, e che progrediscono dopo una prima linea di trattamento (o che non possono essere trattate con altri farmaci)”. Il via libera della Commissione europea trae il supporto da uno studio chiamato OlympiAD. “La decisione della Commissione europea che era stata preceduta tra l’altro – rileva l’articolo – dal parere positivo del Chmp lo scorso 1 marzo si basa sui dati dello studio OlympiAD (randomizzato, aperto, di fase III), in cui il farmaco è stato comparato alla chemioterapi”. La sperimentazione è stata condotta “su oltre 300 donne: 205 erano state trattate con Olaparib e 97 con un’altra terapia decisa dai medici. La maggior parte (71%) aveva fatto in precedenza una chemioterapia per malattia già metastatica, mentre il 28% aveva ricevuto una terapia a base di platino in fase neoadiuvante, adiuvante o metastatico. I risultati hanno mostrato un tasso di risposte più che doppio rispetto al confronto (59,9% contro 28,8%), mentre la percentuale di risposte complete è stata del 9% contro l’1,5%”. Infine si spiega nell’articolo di Tiziana Moriconi su Repubblica “Le mutazioni dei geni Brca 1 e 2, presenti dal 5 al 10% di tutti i tumori al seno, causano difetti nei meccanismi di riparazione del Dna, in cui intervengono anche specifici enzimi chiamati Parp. Olaparib è il primo della classe dei farmaci parp-inibitori, che agiscono principalmente bloccando la riparazione del Dna con mutazioni e facendo in modo che la cellula difettosa non si replichi e muoia”. Ad oggi Olaparib è approvato in oltre 60 paesi per il trattamento di mantenimento del tumore dell’ovaio recidivante sensibile al platino, indipendentemente dalla presenza di mutazioni Brca. Negli Stati Uniti è anche approvato per la terapia di mantenimento di prima linea nel carcinoma ovarico avanzato BRCA mutato. Per quanto riguarda il tumore al seno metastatico, invece, è già approvato in diversi paesi, tra cui Stati Uniti e Giappone.

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