L’io ferito dal cancro nel canovaccio artistico di
Emanuela Lo Magno e Khadija Tabite con foto e pittura
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| Fotoservizio nella pagina di Fernanda Trecordi |
“Il nostro obiettivo era lavorare attorno al tema del segno. Segno inteso come le tracce del passato che lasciano un ricordo di sé nel presente. Lo volevamo affrontare in senso molto generale e non lo avevamo inquadrato applicato alle persone. Volevamo elaborare il segno artistico intorno alle cose, agli oggetti. Volevamo provare a innescare una relazione e un effetto tra la fotografia, il disegno e la pittura partendo da oggetti ad esempio un muro scrostato, una vecchia sedia ritrovata in una stanza di una casa abbandonata. Poi il progetto ha preso una nuova svolta. Del tutto inaspettata. E abbiamo voluto rappresentare il segno che lascia nell’anima e nel corpo una malattia come il cancro”.
A parlare è Emanuela Lo Magno, 21 anni piacentina studente a Brera. Lei e un’amica, Khadija Tabite, studente e appassionata di fotografia sono state protagoniste della mostra Segni. Nell’esposizione sono stati esposti i loro lavori, undici, che hanno avuto protagoniste 9 persone malate di tumore. E il segno che loro hanno interpretato e proposto alla riflessione di tutti, ha lasciato sicuramente un segno nei tanti che sono passati in via Roma a Palazzo Ghizzoni-Nasalli e che uscendo hanno portato a casa un’emozione che ha aperto il sipario su una nuova visione sulla vita, sulla sofferenza, sulla rinascita dal proprio io ferito. “Volevamo che dai lavori non uscisse solo il male. Non volevamo rappresentare solo il male, le ferite. Non solo quello ma anche la resilienza e il bello della loro vita che ci hanno raccontato con tanta partecipazione, emozione e convinzione”. Segnala Emanuela.
Nove volti, nove storie di sofferenza e di rinascita le immagini tra foto e disegno hanno ricevuto uno sguardo profondo, non indifferente, non frettoloso dai visitatori che hanno lasciato messaggi toccanti e partecipati volendo lasciare essi stessi un Segno del loro passaggio, dell’empatia che in quel bellissimo spazio si è manifestata espressa e certamente sedimentata. Ecco quello scritto da Daniela: “Emozione è quello che ho provato entrando… un percorso che ti suggerisce di accostarti lentamente evitando di calpestare sentimenti. Grazie a coloro che hanno accettato di condividere un momento difficile della loro vita e grazie a chi lo ha reso a noi con grazia e delicatezza”.
Nove volti per raccontare la vita, i problemi che l’affiancano come un’ombra; le sfide che ci mettono alla prova; il bagaglio di passioni, interessi; il paniere colmo di momenti di sconforto ma anche di felicità, di amore da ricevere e da dare, di segni da cancellare. L’esposizione è nata dalla collaborazione tra Emanuela Lo Magno, Khadija Tabite e il reparto di Oncologia dell’ospedale di Piacenza. Il progetto – a cui hanno lavorato anche la psicologa Camilla Di Nunzio e l’infermiera Fernanda Trecordi – è stato possibile grazie al sostegno del prof. Luigi Cavanna e dall’associazione Associazione malato oncologico piacentino (AMOP). Le immagini della mostra sono stati i volti di nove pazienti del reparto di oncologia Silvia, Patrizia, Angela B., Fiorella, Cosetta, Angela P., Enrico, Vittoriana e Marisanna.
Colore e foto in un tutt’uno che, insieme, hanno trasmesso un messaggio toccante che ha colpito al cuore. La serra di palazzo Ghizzoni Nasalli èstata poi un valore aggiunto anche attraverso l’allestimento curato da Fernanda Trecordi e le installazioni di Graziella Trecordi. Quella mostra, tanto breve quanto intensa, è stata una narrazione visiva di uomini e donne che hanno parlato di vita, della loro vita che abbraccia quella di tutti. Il segno che le artiste hanno voluto interrogare, fissare nell’immagine e nell’emozione che ne deriva, è dunque quello interiore prodotto dal cancro. Partendo dagli incontri, dalla relazione stabilita con i protagonisti delle opere hanno voluto dare un’immagine a quel mostro, al cancro attraverso la bellezza dell’arte.
“Il nostro progetto – spiega Emanuela – doveva unire fotografia e pittura. Khadija (26 anni marocchina studente universitaria a Parma ora in Palestina per il suo periodo di Erasmus) è una fotografa ed io dipingo e disegno. Poi attraverso Camilla (la dott. Di Nunzio, psicologa del reparto di Oncologia) abbiamo conosciuto persone malate e da lì il nostro progetto iniziale ha preso un’altra direzione. Il segno che andavamo cercando avrebbe potuto essere anche quello psicologico”. E quel segno ha incantato e toccato nel profondo.
Come si èconcretizzato questo lavoro e in quanto tempo?
“Come dicevo si era partite dall’idea di realizzare un progetto che raccontasse i segni del tempo sugli edifici, sul paesaggio, sulle cose. Io studio didattica e comunicazione dell’arte a Brera e nel mio corso che è prevalentemente teorico ci sono anche parti molto pratiche e lo sviluppo di quel tema ci frullava in testa da tempo.
Poi ha cambiato direzione e tutto è partito una volta stabilito il contatto con Oncologia di Piacenza ed è stato possibile grazie alla disponibilità delle persone che hanno accettato di far parte di questo progetto artistico. Non è scontato che tutti siano pronti a raccontare il proprio vissuto soprattutto se riguarda la salute. Ci siamo incontrate più volte con queste persone nell’arco di un paio d’anni. Talvolta all’ospedale altre volte a casa loro. In più incontri ci hanno spiegato il loro rapporto con la malattia con la vita di tutti i giorni, i loro interessi. Uno di loro, Enrico, ci ha mostrato i suoi falchi, di fronte a noi li ha fatti volare. Nessuno ha avuto alcuna difficoltà a raccontarsi. Una di loro ha raccontato come la forza di andare avanti nonostante tutto le derivasse dal vedere il marito scomparso in ogni cosa. Sentivamo il peso della responsabilità mentre stavamo elaborando il progetto: avevamo di fronte persone di cui dovevamo raffigurare e raccontare la malattia attraverso un segno grafico e fotografico. Raccontare la malattia e il messaggio che dalle loro parole ci arrivava”.

Un’esperienza profonda anche per voi, immagino. Che cosa vi ha lasciato?
“Ha marcato certamente il modo di essere artiste. Credo che resteremo molto segnate dai loro racconti dalle loro esperienze e anche il fatto di vederli emozionare, sia durante il lavoro, sia di fronte alle loro opere è stato qualcosa di molto forte per noi. Ci ha lasciato un segno”.
“A livello di crescita personale, a livello artistico, questa esperienza ha fatto scoprire un modo diverso di rappresentare i sentimenti, l’interiorità che non avevamo mai praticato nella nostra esperienza. È stato qualcosa di veramente nuovo e per arrivare al lavoro che è stato esposto abbiamo sperimentato tanto”.
Come sono state lavorate le foto?
“Ho adottato varie tecniche a seconda della personalità del soggetto. Ho utilizzato vari materiali, dalla cera, all’inchiostro, alle parole, la carta e poi gli acquerelli che è la mia tecnica preferita.”
Due giovani artiste partecipi di racconti molto intimi hanno raffigurato sì la sofferenza, ma anche la capacità di resistere e dare valore, un valore diverso alla vita.
Antonella Lenti
alenti92@gmail.com