SALUTE - SERPE IN SENO

Il mostro dormiente sotto di noi che ingoia e spaventa

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Commento uscito su Libertà del 25 agosto 2015 all’indomani del primo terremoto nel reatino. Lo vorrei condividere.

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La terra ci dà da mangiare. La terra ci dà da bere.
Sulla terra camminiamo. Sulla terra costruiamo le nostre vite. Della terra
conosciamo e amiamo quello che riusciamo a vedere: il mare, le montagne,
i fiori, le piante, gli animali. La terra ci permette di vivere. Arriva
un momento in cui la terra ci uccide. E’ quando il cuore spezzato della
terra lancia il suo sussulto. Ciclicamente sobbalza, ci fa tremare. Ci
fa morire. Si fa strada la parte buia della terra, quel mondo sconosciuto
su cui camminiamo alza la testa come un mostro dormiente che riposa sotto
le nostre case e poi, improvvisamente di notte, si stanca del riposo e
se ne esce travolgendo tutto ciò che trova.
Quel mostro che si alza di notte ci fa sentire nulla. E’ questo quello
che ho provato vedendo le immagini del nuovo terremoto che ha ferito l’Italia
compresa tra i due mari.
Che pensare? La mente è vuota, non sa trovare
un appiglio, non sa quali ragioni portare. Non ci sono ragioni per spiegare
l’impeto della terra.
Non è un incidente dove puoi cercare un responsabile.
Non è un conflitto in cui individuare una causa scatenante. Non c’è maneggio
politico su cui gettare le colpe. E’ la terra, la terra che rigurgita,
si sposta, balla, salta e abbatte tutto quello che le abbiamo messo sulla
crosta. Abbatte il nostro mondo. Possediamo questo mondo. Il mondo di superficie,
non quello che sotto si muove, cammina e crea distruzione. Quell’agenda non la governiamo. E non potremo governarla.
Di questa terra non possediamo nulla nonostante gli affanni ad avere, nonostante l’ansia di supremazia.
 
Di fronte alla terra che si spezza sotto ai nostri piedi nessun volere
è potere. Difficile ammetterlo, fa male. Fa molto male ancora una volta
a distanza di pochi anni dal dramma vissuto in Emilia. Tutto s’infrange,
si deteriora, si scompone. E poi le polemiche sui soccorsi, sulla sicurezza
delle costruzioni. Il ciclo si ripete e il copione anche. Tanto di questo
abbiamo già visto e sentito. Emerge nella memoria il ricordo dei terremoti
precedenti avvertiti anche qui nelle nostre case o sui posti di lavoro.
 
Il Friuli e poi fino all’ultimo vicino a noi, quattro anni fa. Tappe che
restano impresse nella memoria. Probabilmente ognuno di noi sa ancora oggi,
nonostante il tempo trascorso, dove si trovava in quel momento, quando
ha visto il lampadario danzare vorticosamente e allora ha preso la porta
per scappare… Il terremoto evoca un’immagine di apocalisse e di fronte
all’apocalisse non si può non provare empatia verso le persone che lo vivono,
lo subiscono e ne restano vittime.
Di mattina presto ho visto in diretta il recupero di un uomo dalle macerie della sua casa. Lo hanno fatto uscire
con fatica e attenzione perché il rischio dei crolli avrebbe potuto provocare
il peggio. Gli occhi mi si sono inumiditi. Non più pareti, non più infissi:
il tetto schiacciato entrato quasi a far parte dell’asfalto: macerie, solo
macerie. Un vigile del fuoco ha abbracciato e baciato quell’uomo appena
uscito dalle rovine. Lui steso sulla barella con uno sguardo perduto. Lo
sguardo perduto di chi ha visto in faccia la morte. Ho immaginato i suoi
pensieri della notte. Forse ha tentato di vestirsi alla meglio e uscire
in strada come tanti suoi concittadini, forse aveva già rimediato qualcosa
quando la casa si è schiacciata su se stessa. Almeno sette ore deve aver
passato a osservare un soffitto mai visto così da vicino, ma che per fortuna
non l’ha ucciso come invece è accaduto a tanti. La giornata poi ci ha consegnato
una contabilità drammatica. Anche Piacenza porta il suo lutto. Quello del
terremoto è uno dei traumi che non si riparano mai, così dicono gli psicologi.
E’ l’ignoto, il mondo sconosciuto sotto di noi che si affaccia sulla terra.
Ciò che non si conosce è buio, inquieta e spaventa. Il terremoto è il buio
che ingoia e spaventa.
Antonella Lenti

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