Con l’augurio che il problema possa essere risolto a beneficio delle pazienti.
Gentile direttore generale dell’Ausl di Piacenza,
Le scrivo questa lettera aperta perché sono stata malata di cancro al seno e sono stata operata e curata nelle strutture piacentine. La sanità l’ho vissuta da vicino, prima da giornalista raccontando le cose della politica sanitaria della nostra provincia, poi da malata frequendando via via i reparti che ti accolgono quando ti fanno una diagnosi di tumore al seno.
Tanti sono gli angoli della cittadella sanitaria che diventano i tuoi luoghi della speranza. Qui medici, infermieri e tecnici sono sempre al tuo fianco disponibili a lottare con te contro l’anonimo aggressore che ti ha colto alle spalle.
Vivi dal vero quella che i direttori generali che si sono succeduti negli ultimi dieci anni hanno sempre sintentizzato bene con un’espressione precisa: presa in carico del paziente. Dove la persona ammalata è accompagnata per mano lungo la strada in fondo alla quale spera di trovare la luce. Guai se si abbandonasse questo virtuoso meccanismo che, ne sono convinta, già esso stesso aiuta a sentirsi curati. Già da solo aiuta il tuo corpo a mettere in campo risorse necessarie per lottare contro la malattia.
Qualche incrinatura in quel concetto o dichiarazione d’intenti mi sembra che si sia aperta.
Per due ragioni mi pare di capire: la spinta alla riduzione delle prestazioni per ragioni di finanza a cui si aggiungono anche ragioni organizzative interne.
Credo che se una persona viene presa in carico per un periodo di tempo è perché quella malattia potrebbe avere conseguenze pesanti per alcuni anni a venire, per il cancro si conteggiano in cinque quelli cruciali. Se a metà di questa strada si lascia a se stesso il malato, si addossa al singolo individuo il compito di organizzarsi i controlli, fare le file per essere visitato, per avere le analisi, allora è come lasciare a se stesso un bambino che ancora non ha le ossa robuste per reggersi in piedi.
E proprio di ossa si tratta. Cito un episodio vissuto in prima persona.
Dopo la prescrizione della terapia ormonale che devo fare per cinque anni (l’ho iniziata nel 2012) sono stata immessa in un percorso di controllo stretto perché questa terapia oltre alle proprità benefiche per le operate di tumore al seno ne ha altre malefiche. Tra queste la capacità, come dico io impropriamente, di smangiare le ossa e consumare calcio.
Al primo approccio con questo nuovo percorso mi sono sentita protetta e al sicuro perché, ho pensato, se è un’altra sfortuna che si aggiunge, almeno c’è un luogo fisico con persone attente e competenti che mi aiutano e mi possono tenere sotto controllo e, per dirla con i politici della sanità, mi prendono in carico.
Bene. Fatte le analisi del sangue per cercare i valori che testano la perdita di calcio ho dovuto fare la Moc. Fatta la prenotazione a Castelsangiovanni entro due settimane tutto concluso. Questo succedeva nel 2013.
In queste settimane ho dovuto fare un secondo step di questo screening perché sono passati due anni dalla prima Moc.
Rifaccio la trafila, ma scopro che quel sistema protetto per le donne ammalte di tumore al seno non c’è più. E mi domando: allora è stato solo per caso che mi ci sono imbattuta? Ma è intervenuta la forbice… troppo costoso, evidentemente. Così dopo gli esami prenotazione Moc in farmacia. Mi conforta leggere la data… 17 marzo, dice la carta e penso ingenuamente: così si completano gli esami fatti. Peccato che il 17 marzo fosse quello del 2016. Così per avere il quadro completo delle mie ossa ho fatto l’esame privatamente. Non è una questione di soldi anche se – si badi bene – le malate di tumore hanno il codice 048 per l’esenzione dai tickets ed è perciò paradossale pagare un esame per intero. Ma il problema che voglio sollevare è ben altro.
Mi spiega cosa significa “presa in carico” se una persona con una patologia da sorvegliare per cinque anni viene, a metà del percorso, abbandonata a se stessa per uno dei più importanti effetti collaterali prodotti dalla medicina ormonale prescritta alla quasi totalità delle donne ammalate di tumore al seno? E’ possibile che queste donne – mi risulta se ne siano accumulate circa 700 negli anni – baciate in fronte dall’esperienza del cancro siano immesse nel circuito normale della Moc? Fare gli esami del sangue per valutare i valori del calcio nel 2015 e la Moc nel 2016, signori della sanità, in che relazione razionale stanno?
Quanti ammalati in questo modo si perdono per strada? Quanti non essendo più accompagnati e seguiti nei cinque anni fatidici lasciano perdere prima per innumerevoli ragioni tra cui l’età anagrafica, i problemi familiari, la distanza dal luogo di cura e di verifica, ragioni che spesso possono superare il diritto-dovere di mantenersi sani?
Voi direte, costa troppo seguire tante persone visto che il cancro è una malattia che si allarga a macchia d’olio.
Avete mai pensato quanto costerà una persona non curata bene se ricadesse nella malattia? Forse di più.
Questa la risposta, pubblicata da Libertà il 9 maggio scorso, del direttore generale Baldino che ringrazio per l’attenzione riservata alla mia lettera.
Gentile signora Lenti, voglio innanzitutto ringraziarla per la sua segnalazione;
le sue parole, quel “sentirsi coccolata e poi tradita” a cui accenna nella
prima parte della lettera, sono la reale dimostrazione che anche i percorsi
più studiati possono essere approfonditi e migliorati.
Fin dai primi giorni del mio insediamento ho dichiarato alle Istituzioni che ho incontrato,
e l’argomento è stato ripreso anche dal suo giornale, tutto il mio impegno
per far sì che i percorsi di cura siano sempre più completi e conosciuti
dai cittadini. Questo vale per il percorso oncologico a cui lei fa riferimento,
ma anche per i percorsi di presa in carico di ogni altra patologia complessa
specialmente se essa richiede lunghi periodi di cura o sorveglianza.
Voglio approfittare del suo racconto per fare alcune considerazioni di carattere
più generale… anche per essere pronti, cittadini e organizzazioni sanitarie, a raccogliere
le sfide che i nuovi concetti di salute e di cura ci pongono.
Credo che sempre di più la cura non vada intesa come somma di prestazioni puntiformi,
ma come un insieme coordinato e appropriato di azioni (tra l’altro non
solo di carattere sanitario) che devono vedere alleati cittadini e operatori
sanitari.Per questo, una volta garantita l’equità di accesso a tutti,
indipendentemente dalla sede della propria abitazione e nel rispetto di
ciascuna cultura, avendo comunque assicurato la “qualità” delle prestazioni,
diventa meno importante “dove” le stesse vengono erogate.
Diventano invece cruciali due aspetti: una informazione completa ai cittadini perché sia
realmente condiviso il percorso di cura e le azioni che l’organizzazione
sanitaria può mettere in atto per facilitare l’accesso a questa serie di
prestazioni coordinate, nei tempi e nei modi che soddisfino sia i criteri
di appropriatezza del percorso stabilito sia le aspettative dei pazienti.
Il cambiamento a cui ho fatto riferimento richiede un grande sforzo, sia
culturale che organizzativo che coinvolge istituzioni, cittadini e operatori
sanitari. Abbiamo la fortuna di vivere in una regione che ha un sistema
sanitario all’avanguardia e anche a Piacenza la strada non comincia da
zero: molti passi importanti in questa direzione sono già stati compiuti
anche nella nostra Azienda. L’attenzione a far si che il prendersi globalmente
cura delle persone che si rivolgono ai nostri servizi sia sempre più supportato
da ogni articolazione dell’azienda, senza interruzione, soprattutto in
quegli snodi critici che coinvolgono professionisti di reparti diversi,
anche ricorrendo ad ogni soluzione che le nuove tecnologie ci mettono a
disposizione, è quanto mi propongo di fare durante il mio mandato di direttore
generale dell’Azienda Usl, proprio per evitare quella sensazione di abbandono
a cui lei fa riferimento.
In particolare, come lei stessa ha potuto sperimentare
nel percorso oncologico, durante il lungo periodo di sorveglianza delle
eventuali recidive i nostri ambulatori provvedono alla prenotazione diretta
degli esami ritenuti essenziali: si tratta di esami ecografici, mammografie
ed ogni altro esame che il day hospital oncologico ritiene utile caso per
caso. Il percorso, pur preparato con cura, può essere ampliato e comprendere
altri esami, i test di laboratorio per esempio, e la MOC, che oggi non
fanno parte di quel “pacchetto”, e che il cittadino prenota direttamente.
Sarà mia cura da subito, e per questo la ringrazio per la sua segnalazione,
verificare ogni possibilità di ulteriori facilitazioni d’accesso agli esami
appropriati del percorso.
Come lei giustamente segnala, in questo generale
ed impegnativo lavoro di costruzione dei percorsi, un aspetto importante
ricopre il contenimento dei tempi di attesa affinché le singole prestazioni
possano rientrare nei percorsi di cura in modo efficace.
Su questo stiamo intervenendo dando piena attuazione agli strumenti già messi in cantiere
lo scorso anno e individuando ogni nuovo accorgimento che possa contenere
il tempo di attesa; tra l’altro proprio, nei giorni scorsi sono stati convenzionati
posti MOC presso alcune strutture private della città.
E approfitto dell’occasione per ricordare a tutti i cittadini che la rete complessiva dell’azienda
mette a disposizione diversi punti di erogazione su tutto il territorio
provinciale, tra le quali è possibile scegliere il percorso più favorevole.