Violenza sugli altri è come viverla sulla propria pelle – Da quel giorno non posso fare a meno di pensare a quello che è successo su un tetto di Piacenza. Mi sono chiesta ripetutamente se avrei potuto trovare le parole giuste per esprimere quello che ho provato quando, venerdì mattina 25 ottobre, ho letto quel post sui social … “Ragazzina… tetto… via IV novembre”.
Anche ora mentre sto cominciando a scrivere il mio sentire, la mia coscienza emerge e ingabbia tutto il senso del mio stare al mondo e mi rendo conto che, da quando ci sono, al mondo, non ho fatto che rifiutarlo questo mondo pur facendo tutti gli sforzi possibili per restarci. Con un’ambizione che resta viva da decenni: cambiarlo, questo mondo. A cominciare dai rapporti tra le persone. L’impresa, però, non mi è mai riuscita e ho sommato un’infinità di fallimenti.
Cambiare i rapporti a partire dalle regole di sudditanza che impongono in ogni trama il confronto tra un “forte” e un “debole”. Vale per i confini territoriali e vale per gli essere umani.
Tra uomo e donna sempre (o tanto spesso) impostati sulla forza. Domanda elementare: quando si nasce non siamo tutti esseri che si affacciano alla vita con pari dignità, pari future possibilità a prescindere dal sesso? È solo retorica? Raccontarselo è solo esercizio di facciata?
Non posso che rifiutare questo mondo, non posso che allontanarlo da me, da noi, da tutti. Come poterlo fare? È giusto farlo?
Credo che tutti vorremmo non aver mai sentito e visto quello che è successo su quel tetto nella mattinata del 25 ottobre a Piacenza.
Violenza. Tutto ha sempre a che fare con la violenza.
La reazione alla violenza, da sempre, mi provoca un senso fisico di nausea. Allo stesso modo i sensori dentro di me si attivano quando una persona sta male. È come se vivessi sulla mia pelle quel dolore… ogni dolore. Quella notizia, quel volare giù. Quella morte tanto violenta che come primo impulso non si vorrebbe accettare. Quella morte di una bambina/ragazzina che si stava trasformando che stava vivendo quello che i professionisti chiamano preadolescenza. Un periodo, più o meno lontano, nel quale tutti sono passati.
Se torno indietro e rispolvero nella memoria come avevo vissuto io quel tempo, ebbene mi sono trovata all’improvviso di fronte a un’altra me senza sapere a quali appigli sostenermi.
Ed è stato un tormento prolungato. Non ero tanto disinibita come alcune mie coetanee. No, provavo vergogna perché in fondo avrei voluto essere ancora piccola per un po’. Era un angolo nel quale tutto sommato provavo conforto. Avevo la fantasia spinta dai libri che leggevo, l’aria aperta che in campagna mi permetteva di non sentirmi costretta.
Poi ho ascoltato una conversazione tra adulte. Ho preso coscienza di quei ruoli che ben presto ho capito… Parlavano di me quando mi vedevano leggere un libro, quando si pretendeva che imparassi il lavoro domestico da cui scappavo… Mi volevano docile, ubbidiente e “a modo” come mi dicevano sempre.
Ero una femmina e il mio destino era segnato. Non per mia mamma che – seppure combattuta tra la consuetudine e il desiderio di aiutarmi a uscire dalle secche in cui lei stessa si era trovata – assecondava una diversità che man mano si mostrava: volevo dimostrare che quel destino per me… no, che non era segnato. Qualche volta non capiva e si offendeva, ma prendeva atto. Non volevo che parlassero di me in quel modo per quel destino scritto già nella culla..
Anni Sessanta, piena adolescenza carica di punti di domanda senza risposta. Come faccio a uscire da quello schema, da quei ruoli che mi hanno ritagliato addosso senza chiedere nulla a me?
Quelli dell’adolescenza non erano tumulti emotivi che potessero interessare i genitori. Non erano preparati a sentirsi dire che dopo averci pensato a lungo avevo fretta di crescere, di uscire di casa, volevo prendere la vita di petto e non aspettare i tempi dettati dagli altri. L’impegno principale della loro funzione era insegnarti a prepararti una vita migliore (i miei per fortuna lo hanno fatto).
Per questo facevano sacrifici. Si occupavano di non farti mancare nulla nel cibo e nel decoro della persona. Il resto? Paturnie giovanili che ti dovevi spupazzare da sola o con le amiche (forse). Del resto loro, i miei genitori, alle prese con storie di guerra e povertà, che aiuto avevano avuto per costruire la loro personalità? Nessuno. Mandati allo sbaraglio non appena potevano reggersi sulle loro gambe. Punto.
Preadolescenza o adolescenza: esci da un limbo e quando te ne rendi conto scopri che ora sei tu che devi fare le scelte (tante volte le sbagli) le cambi, hai fretta che passi il tempo, che nessuno ti dica più cosa puoi o non puoi fare.
Lo rivendichi come diritto di persona, femmina con le stesse speranze e desideri di un maschio. Ma questo stona nelle rigide regole di convivenza di un mondo che ti vuole sempre allo stesso modo: “sei una ragazza, devi essere a modo”. Ecco. A modo. Ma cosa vuol dire oltre 50 anni dopo dalla mia adolescenza essere considerate “a modo” giuste per iniziare una vita adulta? E come può essere la vita adulta di una ragazza oggi nel 2024?
Quali regole bisogna seguire oggi? Essere docile, assecondare, prepararsi a una vita di sudditanza e di riti non scritti, ma ancora ferree anche se impalpabili? Per farsene un’idea basta osservare come si diffonde, si coltiva e si ingigantisce ancora l’immaginario femminile ideale… Anni e anni di discorsi e propositi lasciano ancora la parte femminile di questo mondo sospesa nella dinamica del forte e del debole. Un fatto gravissimo che però sembra non essere colto, anzi quasi assunto come normale dialettica tra generi. Possiamo tentare di fissarci un’ambizione da raggiungere: cambiarlo, questo mondo. A cominciare dai rapporti tra le persone.
Antonella Lenti