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Prospero, lo sguardo sulla sua Piacenza

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Prospero, lo sguardo sulla sua Piacenza

Bastasse una macchina fotografica – anche la più tecnologica, anche la più fornita di supporti – a fare un fotografo! Saremmo tutti fotografi. Ma lo sguardo non è uguale per tutti. È stato lo sguardo degli occhi di Prospero, il suo cuore, la sua sensibilità e curiosità nell’osservare a fondo ciò che lo circondava – prima come persona e poi attraverso l’obiettivo – ad aver fatto la differenza. Era diventato un lavoro fin dal lontano 1955 ma spesso (quasi sempre) quel lavoro sconfinava nella passione e in un grande impegno che lo trasformava da fotografo in un testimone attivo di tutte le stagioni che ha attraversato.

Di questo ci rendiamo conto con chiarezza oggi che le sue immagini, custodite dalla famiglia in uno stipo capiente che contiene oltre un milione di negativi, sono uscite fuori allo scoperto e sono diventate mostre.

La prima, quella esposta in Santa Chiara nel 2022, un’antologica che ha presentato una piccola porzione del lavoro di Prospero e l’altra, quella che da qualche giorno e fino a marzo è visitabile nella sede della Fondazione di Piacenza e Vigevano in via Sant’Eufemia, una rassegna che propone 150 immagini tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. “Piacenza la città che cambia. Luoghi e volti della realtà urbana” è il titolo. Dobbiamo un grazie particolare – dice Gianni Cravedi – alla Fondazione di Piacenza e Vigevano per aver sostenuto queste due iniziative.

Due mostre che parlano di noi. In un qualsiasi anno di quasi 60 che Prospero Cravedi ha dedicato al suo lavoro, alla sua passione, la fotografia, o meglio il racconto attraverso la foto.

Le sue immagini, se fossero affiancate le une alle altre potrebbero comporre un lungometraggio che parla di Piacenza e dei piacentini. Tante inquadrature che mostrano i cambiamenti urbani, sociali e politici. Chi eravamo e chi siamo diventati.

Sono tutte sequenze frutto dello suo sguardo sensibile. Prospero è  il fotografo che ha registrato i mutamenti della sua amata – e spesso strigliata – Piacenza con la visione, non solo tecnica, ma profonda fino all’anima di un fotogiornalista che ha vissuto con curiosità e amore tutti i tempi che ha attraversato dal 1935, anno della sua nascita, fino al momento della sua scomparsa nel 2015.

È la moglie Angela Terzoni che, ogni giorno dal 2019 ad oggi, è all’opera per passare allo scanner tutti i negativi: una quantità immensa.

Sembra di vederli quei pacchettini che conservava gelosamente con titolo e data, raccolti nelle buste “artigianali” costruite da Prospero con la carta di scarto del giornale, Libertà, per la quale ha lavorato come fotografo passando in rassegna fatti di cronaca, di politica, di cultura, di spettacoli. Buste rimaste intatte per anni, avvolte dal buio delle scatole in cui erano conservate e poi, d’un tratto, diventate memoria per tutti. Quelle buste artigianali custodivano una memoria storica infinita che oggi ci viene svelata. Tante volte – dice Angela – quando iniziamo a prendere visione delle foto ci chiediamo con i miei figli, ma il papà farebbe così? Certamente avrebbe da ridire su qualcosa…. Sì, scrollerebbe la testa in un gesto di disapprovazione…  

Ma loro sanno che, alla fine, sarebbe contento. Sì – aggiunge il figlio Gianni – sarebbe contento della risposta che Piacenza ha mostrato con la prima mostra in Santa Chiara. I diecimila visitatori sono anche il segno dell’affetto che la città ha mostrato per lui per il suo lavoro. Lui amava molto questa città e i piacentini.

Rendere pubblico il patrimonio fotografico frutto di una vita di lavoro è sì una rivisitazione del fotografo ma anche un ritratto umano che dà risalto alla sua bravura e alla sensibilità che gli faceva puntare l’obiettivo proprio in quel momento, proprio per immortalare quella particolare espressione della persona che aveva davanti.

“Questo elemento – spiega Gianni – emerge in molte delle sue foto. Persino in quelle giornalistiche di cronaca spicciola. Nell’archivio ci sono tante foto significative anche tra quelle commissionate dal giornale. Ce ne siamo resi conto – prosegue – quando abbiamo deciso di digitalizzare tutti i negativi. Solo così avremmo trovato le foto di grande qualità. Nella quantità ci sono scatti di qualità fotografica molto elevata. Tra queste tante hanno anche un valore artistico anche se lui non era quel tipo di fotografo ma quando cogli l’attimo giusto e hai l’inquadratura che va bene…”

Gianni parla del padre chiamandolo per nome. Da sempre. Un modo per averlo sempre vicino e per rimarcare la stessa professione che con il fratello Ettore hanno appreso da lui. Lo hanno sempre seguito fin da giovanissmi.

“Non ha mai forzato la decisione – precisa Gianni – ma era nelle cose, seguendolo sul lavoro avevamo appreso tantissimo. Questo lavoro ci apparteneva. Lui ci aveva coinvolto nella sua attività pensando che per noi potesse essere stimolante perché si vivevano da vicino avvenimenti e fatti importanti e aveva l’occasione di conoscere tante persone. Quindi abbiamo preso questa strada in modo naturale. È stata una formazione costruita fin da piccoli, giorno per giorno.

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Prospero Cravedi durante una partita del Piacenza. Si giocava ancora nel vecchio campo di via Campo sportivo Vecchio

Oggi nell’esaminare tutte le sue foto – un milione solo i negativi scattati con la pellicola e ancora non sono state conteggiate le immagini digitali, ma certo sono tantissime – ci rendiamo conto che da ragazzi gli abbiamo dato una grossa mano nel suo lavoro. E da Prospero abbiamo imparato tutto. Di lui ci mancano tante cose, ma oggi quello che pesa di più a me è la mancanza delle discussioni politiche, con lui erano quotidiane e intense”.

Prospero Cravedi viveva a Borgotrebbia (Tobruk, un’altra sua passione) in una famiglia di quattro fratelli e una sorella, un’altra sorella era morta di malattia a 20 anni nel 1944, aveva anche un fratello gemello che però è sopravvissuto solo pochi mesi.

Quando Prospero ha incrociato la fotografia aveva circa vent’anni. Lavorava come elettrotecnico da Cattadori in via Borghetto. Accanto c’era un negozio di fotografo. Lui è sempre stato molto attratto dalla tecnologia – spiega Gianni – e probabilmente si era saldata un’amicizia tanto che ebbe in dono una macchina fotografica.

Da lì ha iniziato a studiare come autodidatta. Fotografava i suoi amici di Borgotrebbia, le gite che facevano in Liguria, le manifestazioni sindacali in piazza Cavalli, nel 54 lo sgombero della Camera del lavoro di via Borghetto. Collaborava con alcuni fotografi presso i cui studi andava a sviluppare i negativi. Poi è arrivato l’incontro col giornale. Il primo servizio firmato Cravedi è del 1962  che di fatto, si può dire, ha sancito l’avvio della sua professione. Quella foto fu scattata in occasione di un grande incidente ferroviario a Voghera in cui si erano avuti tanti morti. Probabilmente non era la prima sua foto che veniva pubblicata su Libertà, ma era la prima firmata.

Con quel servizio fotografico la svolta.

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Da qui un rapporto importante con Libertà quasi esclusivo, per tanti anni a Libertà  è stato l’unico fotografo. Aveva conosciuto il direttore Ernesto Prati e aveva stretto un rapporto di amicizia con il giornalista Gianni Manstretta e quindi quella di fotografo è diventata la sua professione. Seguiva tantissimi avvenimenti – racconta Gianni – : il calcio, le miss, le manifestazioni politiche. Per tre volte è andato negli Stati Uniti con i Viaggi dell’Amicizia per rinsaldare i legami con gli emigrati piacentini. Con il Ceis è andato anche nei paesi dell’Est, credo in Ucraina al seguito di don Bosini che aveva progetti sviluppati all’estero.

Tutto potrebbe davvero essere iniziato da quella macchina fotografica regalata a Prospero giovane, un dono che fatto scattare la scintilla. Quella stessa macchina fotografica fu protagonista di un episodio increscioso. “Un giorno decidemmo di andare a Grazzano Visconti in bicicletta – racconta Angela – io stavo seduta sulla canna e avevo in mano quella preziosa macchina fotografica che, non so come, finì sui raggi della bici. Bene, da allora mi fu proibito per sempre di toccare una sua macchina fotografica”.

Angela rievoca i primi tempi in cui si frequentavano. Parla di un giovane “che aveva bisogno di fare sempre qualcosa”. “Era un animatore instancabile di sport – soprattutto ciclismo e calcio – che promuoveva alla cooperativa di Borgotrebbia dove allora lavoravo. Ricordo che aveva raccolto le adesioni per una gita al Penice che ebbe molto successo”.

Lavoro e vita erano un tutt’uno. Da piccoli lo seguivamo Ettore ed io e praticamente il giornale di via Benedettine – ricorda Gianni – era per noi quasi una casa. Anche quando aveva lo studio in via Sant’Antonino, io andavo lì al pomeriggio per fare i compiti e ci trovavamo immersi in un mondo davvero stimolante. Allo studio da Prospero passavano tante persone, sportivi, politici, intellettuali, giornalisti, amici come Gianni Tagliaferri che per me è stato  quasi uno zio. Con Prospero abbiamo vissuto un’infanzia molto stimolante e se le vive un bambino queste esperienze sono un valore che resta.

Prospero non era un padre come tutti. “Quando tornava a casa era sempre dopo cena, non tornava alle 7 come tanti papà. Ricordo quei momenti con grande affetto. Veniva nella stanza e insieme leggevamo, guardavamo libri di arte, di foto. Dal punto di vista culturale Prospero  non ha avuto una formazione accademica, ma ha usato tutta la sua curiosità e la sua capacità di entrare dentro le cose”.

“Era curioso di conoscere, di partecipare, di raccontare la città e le persone che incontrava. Prospero è stato sempre questo. Leggeva, si informava e quando andava a fare i servizi voleva capire, sapere  che cosa c’era da fotografare. Voleva entrare dentro le cose – spiega Gianni -. Si arrabbiava molto se non gli spiegavano per filo e per segno cosa poteva servire al giornale. Comunque lui si informava a modo suo ed esercitava la sua fantasia e la sua curiosità.

Per noi è stato naturale esercitare questo mestiere che è di grandi sacrifici. Noi, oggi, non abbiamo la stessa tenacia. Quello che ha fatto Prospero è stato più duro perché alla Rai (Ettore e Gianni realizzano servizi per la Rai) può capitare di lavorare anche la sera, ma per Prospero si trattava di lavorare tutte le sere e  il sabato, la domenica. Lui ha avuto questa costanza, questa tenacia. E la mamma gli ha sempre dato un grande appoggio”. Mamma Angela oggi protagonista di questo lavoro di recupero del lavoro di Prospero: “Un ulteriore gesto di affetto che la mamma ha nei confronti di Prospero…”

Il prospero solidale a un certo punto della sua vita ha incontrato l’Africa: Africa Mission, l’Uganda, don Vittorione.

“Questo è un grosso capitolo della sua storia – spiega Gianni – e insieme ad Africa Mission stiamo preparando un libro. Su questo c’è un bagaglio fotografico enorme che merita di essere valorizzato. Non so quando sarà pronto, ma ci stiamo lavorando. Prospero è andato 14 volte in Africa. Tutta la famiglia è stata coinvolta in quello che per lui era prima di tutto una passione, una missione e poi un lavoro. Tutti siamo stati coinvolti in Africa Mission,  Ettore, mio fratello, è andato tre volte, la mamma 7 anch’io sono andato con Prospero quando avevo 18 anni alla fine degli anni Ottanta e ci sono tornato ancora ma trent’anni dopo. Ecco sì, facendo un racconto di quello che abbiamo visto attraverso le sue foto, Prospero ci ha lasciato una enorme eredità umana”.

E Angela quante ore passate allo scanner? C’è un periodo che più di un altro ha lasciato il segno nel rivedere quelle immagini?

“Sinceramente non ho mai contato le ore passate allo scanner, è certo però che su quello schermo ho visto passare su  tutta la mia vita. A volte, sono sincera, certe immagini mi innervosivano… Sì, le sue ragazze del lunedì (le miss) con lui scherzavamo su queste cose… Le foto che mi colpiscono di più ancora sono quelle degli incidenti, dei tanti annegati in Trebbia e nel Po. Ricordo che gli chiedevo sempre come facesse ad arrivare per primo, prima ancora dei soccorsi.

Lui aveva una rete di amici che lo informavano e lo aiutavano. Anche quando decideva di partire non lasciava scoperto il suo lavoro. Tante volte quando sentivo la voce di don Vittorio che lo chiamava al telefono ebbene, sì, sono sincera: mi arrabbiavo perché io avevo i figli piccoli e lui? Partiva. Ma che dire, era fatto così. E forse allora non si capiva fino in fondo tutte le cose belle che faceva e non avevamo neppure la percezione della loro importanza. Prospero era un personaggio tutto particolare”.

Era Prospero e chi lo ha conosciuto ha vivo il ricordo di una persona felice della sua vita e della sua famiglia.

Antonella Lenti

prospero
info@antonellalenti.it

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