Di seguito i tre articoli usciti su liberta nelle ultme settimane a partire dal 27 gennaio. E’ una nuova rubrica che si chiama outfit di strada. Appuntamento ogni lunedi. ************************************************************************
Scusate signori, la vanità non è femmina… che sia maschia?
di ANTONELLA LENTI
Un collega entra in ufficio e mi dice: «Ti devo chiedere
una cosa importantissima, molto più importante di tutto il resto. Ho comprato
questo giaccone, l’altro non mi si chiudeva più, mi è piaciuto, l’ho pagato
poco poi quando sono uscito dal negozio mi è venuto un dubbio: non sarà
mica da vecchio? Secondo te è da vecchio?» «Ma certo che no – rispondo
– devo anzi dire che finalmente hai smesso di vestirti come un marines».
Poi mi è venuto da sorridere. E mi è piaciuto questo suo scivolone verso
una maschia vanità. Ulteriore conferma, se ce ne fosse bisogno: la vanità
non è femmina. Affatto, e basta girare un poco lo sguardo per averne conferma.
Domenica scorsa sulle vie dello shopping di Milano – incoronata dal mondo
la città del trendy – mi sono imbattuta in curiosi quadretti modaioli.
Protagonisti alcuni ragazzi under 20 ma anche altri già palesemente oltre
la soglia degli “enta”. Che ho visto? Gesti tradizionali con outfit ultra
moderni.
Gesto tradizionale è farsi ritrarre con lo sfondo di un magnifico
duomo, quel giorno irrorato da una luce cristallina, più bianco che non
si può grazie al contrasto con un cielo blu spazzato da un vento del nord
freddissimo, anticipo del freddo che poi sarebbbe arrivato nei giorni successivi.
«Un po’ più a destra, ancora leggermente… bene, così va bene» diceva
l’improvvisato fotografo all’amico tutto in nero dal cappello alle scarpe,
“ddddddritto!!” come un fuso in posa un tantino napoleonica con la mano
infilata nel cappottino corto o giacca lunga che dir si voglia. Nero dal
cappello alle scarpe. Ma i calzini? Niente calzini. Anzi a voler sottolineare
la finezza (?) i pantaloni un decimetro sopra il tallone da lasciar scoperta
la caviglia bianco lattea. Che dire, ci vuole il fisico. E intanto mi stringevo
nel mio giacchino vintage per difendermi dalle folate gelate incanalate
da via Dante. Come poter andar per strada così scoperti? “Ma è stoicismo
maschio, che ne sai tu”, mi son detta. Sarà così. E poi ho pensato che
fosse casuale. Qualcuno che aveva avuto la pensata di mettersi originale
per far la vasca nel cuore dell’urbe. Ipotesi smentita sul nascere… di
lì a poco uno, due, tre, quattro, cinque ragazzi (e anche non più ragazzi)
senza calze con i pantaloni da acqua in casa e le caviglie diafane scoperte.
Non solo giovani, in via Durini è un signore sulla quarantina che scende
da un’auto e attraversa la strada e, guarda un po’ che strano, anche lui
è senza calze. Evidentemente è una moda. Milano città della moda.
Uomini
trendy. Tanti e tanto trendy confusi nella folla di una domenica di gennaio,
lì tutti a stagliarsi nella loro originalità da moltitudine per rendersi
riconoscibili e creare un cliché, una forma dell’essere esterno. Chissà
quale relazione avrà con l’essere interno. Sarà anche per questo sentirsi
a proprio agio con se stessi che ho notato tante vestaglie in giro per
la città. Gente da upper class, senza calze e vestiti alla super moda con
cappotti a forma di vestaglia. Non erano certo vestaglie anche se, trattandosi
delle 11 di mattina l’equivoco non era fuori luogo. Si trattava di cappotti
veri e propri, e raffinati a giudicare dai tessuti pregiati, ma appoggiati
sul corpo come su una gruccia avendo cura di farli sembrare come occasionali
e dire ai passanti… scusate ho indosso questo straccetto, è leggero,
ma tiene un caaaaldo!!
E lì intorno a fischiare un vento gelido dal nord
che ci ha seguiti fino a Piacenza, nel cuore di una provinciale normalità.
Il pensiero mi corre alle vecchie canzoni milanesi e, al caso, si sposa
bene quella di Giovanni D’Anzi “La Gagarella del Biffi Scala” in questo
caso, peró, declinata al maschile.
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Accidenti, questo mi manca… la crisi della fashion victim
di ANTONELLA LENTI
Una delle godurie per la fashion victim è fiondarsi
fuori casa per cercare qualcosa di nuovo pur sapendo di avere tutto. E’
profondamente convinta che là fuori, in quel tripudio di merci, troverà
qualcosa che non ha. Alla prima le viene in mente quella pashmina con quella
sfumatura… Le manca, era quella che cercava da mesi ed era come se giocasse
con lei a nascondino. Perfino un fermacapelli, un anello “finto equo-solidale”
può bastare alla bisogna: non interrompere il ritmo dell’accumulo di oggetti.
Il collezionismo per la fashion victim è un binario che non si interrompe.
Guai. Chi non aggiunge cose è perduto.
Quella pashmina – vista giorni
prima – le è rimasta impressa. Ma eccola: le si para davanti facendo capolino
in una vetrina vestita a saldi, se non è un segno questo! E’ il must have
di quel momento. Non si può dire no. E con nonchalance acquista pur sapendo
di stare per commettere un ennesimo cedimento che la farà sentire in colpa.
“In fondo sono solo venti euro, che differenza può fare”? E’ il pensiero
consolatorio. Una volta uscita e ritrovata la strada delle vetrine, il
senso di vuoto la riconquista irrimediabilmente. E si instilla un altro
cruccio: perché non ho un cappotto senza le maniche? Possibile che tra
le tante cose di quel forziere di armadio (gonfio come il deposito dei
dollari di Paperone) quel pòpò di abiti non ci sia una cappotto smanicato?
Non è cosa. Bisogna correre ai ripari. E si ripromette di provvedere. Riempire
quel vuoto diventa necessità. Il vizio della fashion victim oltre a ricercare
le griffe è quello di fantasticare su di sé e immaginarsi sempre migliore
nell’aspetto, pensa di acquisire sicurezza solo se riesce a impadronirsi
di un capo che ancora non possiede. Solo così si sentirà completa. Mente
a se stessa, lo sa, ma prosegue nel cammino e si mette alla ricerca del
cappotto smanicato. Stranamente le riviste sono piene dell’oggetto del
desiderio, ma le vetrine no. Ne adocchia casualmente uno. Non la convince
tanto: è color ottanio, è peloso, doppiopetto. Sa che non le starà bene,
ma prova. Non senza un minimo tentativo di resistenza. Con un inventario
veloce cerca di convincersi che non ne ha bisogno e che in fondo è un’assurdità
un cappotto senza le maniche. Come si porta? E poi quel colore non le sta
bene. Lascia un pezzetto di cuore in quella vetrina e se ne va. Fa poca
strada e torna sui suoi passi. Va bene, bando agli indugi: vado, lo provo,
non mi entrerà e così è finita. E’ cosciente che acquistarlo sarebbe un
gesto scemo, ma si accorge che già parla di acquisto e non più di sola
visione. La prova non dà i risultati sperati. Il cappotto smanicato è stretto,
a malincuore abbandona l’idea. Ma più in là, su un altro stand del negozio
le fa l’occhiolino un gilet peloso, “ecologico – le spiega la commessa
– è in vendita al 50 per cento e lo può portare anche più avanti con un
maglioncino”. Cosa non si fa per vendere e cosa non si fa per comprare.
La nostra fashion victim ha un moto d’orgoglio e resiste. “No, non fa per
me” dice senza tanta convinzione. La commessa insiste e le offre di provarlo.
Non si rifiuta una prova. “Sta bene anche sulla giacca che porta…” le
dice e sfodera, da attrice navigata, occhi da cerbiatta che trasudano spontanaea
innocenza. Così la commessa mette a segno anche questo colpo. Un gilet
peloso, ecologico, o meglio sintentico in meno in esposizione e uno in
più nel forziere della fashion victim . Ha accalappiato il secondo must
have del suo elenco ideale e, per di più, sente di aver fatto una buona
azione. Il gilet a pelo lungo è sintentico ripara dal freddo e copre anche
la coscienza. Ma quanti barili di petrolio siano stati necessari per produrre
in serie questi oggetti del desiderio nessuno lo sa. La nostra amica, non
si sofferma si questo, si sente buona, profondamente buona: gli animali
sono salvi. Che importa se hanno respirato pure loro i fumi prodotti dall’uso
del petrolio per confezionare il capo sintetico, la fashion victim è in
pace, è stato un comportamento politically correct. E pensare che prima
di uscire di casa, di fronte al poderoso armadio, si era sentita soddisfatta
del giacimento messo da parte in questi anni. Un vero giacimento. In realtà
una montagna di stracci. Ogni mattina un rito: passare in rassegna e farsi
ispirare, in quel caleidoscopio di colori e trovare il cromatismo coerente
per presentarsi al mondo con la giusta armonia nel vestiario da indossare.
Ora il giacimento ha un ospite in più: un gilet peloso che appena uscito
dal negozio aveva già perduto tutto lo smalto sfoderato per conquistarla.
E brava f.v.
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Lei è molto glam… come si permette, “glam” sarà sua sorella
di ANTONELLA LENTI
Il lessico della moda è un pianeta sconosciuto che
affiora anche quando si potrebbe parlar semplice.
Durante una passeggiata
mattutina mi sono infilata in un magazzino per curiosare tra gli scaffali.
Sono stata accolta da una signora con voce suadente che dall’altoparlante
mi invitava a comprare on line e a ritirare in store qualsiasi cosa avessi
scelto. Comodo, se mai avessi voluto comprare qualcosa.
La community della
moda – così sembrava da quell’invito all’acquisto – mi avrebbe accolto
volentieri e avrei potuto sentirmi virtual glam. Chi ci capisce è bravo.
Sfogliando le riviste, navigando in internet sembra di entrare in un’altra
dimensione del linguaggio. Un mondo esclusivo riservato alle “vittime della
moda” tra cui, pur non avendo conoscenze specifiche, mi devo a malincuore
iscrivere, vista la tendenza manifesta. Linguaggio a parte, sono le figure
di quelle pagine la vera bussola per comprendere. È pur vero che la moda
è internazionale e parlarne nella lingua globale fa moda in sé…
Francamente
non capisco un’acca di tutto questo florilegio di clutch o pochette (quasi
antiquato) per dire borsettina, di pumps che sta per scarpa a tacco 12
che “gonfia” l’altezza, alza a dismisura la lunghezza delle gambe tanto
da far sembrare fenicotteri urbani chiunque non abbia una proporzione del
corpo armoniosa. Ma le pumps sono glam e fanno parte dei must have di tutte
le donne che si sentono di appartenere alla community delle fashion victims
convinte molto cool, non vittime.
Pumps. Come ci si possa sentire a quelle
altezze camminando per strada tra i cubetti di porfido non si sa. Mah!
Invito a provare in una qualsiasi zona del centro. E allora se in quei
frangenti – nel pieno del tentativo di non farsi travolgere dalla forza
di gravità – qualcuno osasse dirti, “con quelle scarpe è proprio glam”
sarebbe assicurata una ripostaccia Glam? Ma lo dica a sua sorella! (con
un sottinteso, non vede che sto quasi cadendo?). NOn ruzzolare è infatti
un’impresa. E poi, poveri piedi! In bilico su 12 centimetri di altezza
per tutto il giorno, così si ricorre ai rimedi classici. Uscire di casa
con le sneakers e portarsi nella shopper bag le tacco 12 da calzare in
ufficio seminando invidia tra le colleghe e ammirazione tra i colleghi
che ti guardano con occhi da triglia tanto che dietro al sipario del loro
sguardo intravedi ben altri racconti. Ma tant’è.
A New York la shopper
con le “12” non è una novità da anni. Tante donne e ragazze sulla Fifth
corrono con le scarpe da jogging e poi d’improvviso arriva il cambio di
calzari e si è pronte per l’ufficio. Forse non sarebbe così complicato
e macchinoso se invece di portarsi le scarpe di scorta si scegliessero
normali décolleté (si usava dire così negli anni in cui la moda era dettata
dalle sartine professionali e non dalle griffe) con tacco massimo sei centimetri
(è già da acrobate), ma sarebbe … troooooppo antico! Il tacco 12 è un’invenzione
a cui chi ha l’ambizione di essere trendy deve sottostare altrimenti esci
per forza… dalla community delle fashion victims. Le scarpe – che qualcuno
interpreta come l’esternazione di bisogni affettivi non meglio precisati
– sono tra gli oggetti più ricercati per un look alla moda, puoi indossare
uno straccetto di jeans, ma se hai le scarpe vertiginose ti senti a posto.
E’ come dare carattere a qualcosa che altrimenti sarebbe sciatto.
Talvolta
dalle pumps si scende per salire, su veri e propri battistrada da cammino
che assomigliano alle calzature di Frankenstein e che trasmettono un che
di molto hard-rock alla figura e all’abbigliamento dando un tocco aggressivo
che per strada non guasta mai.
Ma anche in questo caso è questione di
gambe. Incontri certe ragazze che camminano altere e sicure poggiate su
tanto spessore. Certo, l’altezza sotto i piedi dà sicurezza (soprattutto
se la statura non è da passerella) e tronchetti di questa foggia garantiscono
stabilità. Ma sono le proporzioni a stonare un tantino. Così ti chiedi
come possano gambette così esili portarsi dietro tanta gomma. Per tacere
delle ginocchia sofferenti e a rischio di cedimento improvviso. Ma tutto
si sopporta. Ogni sospiro che arrivi dalla moda è irresistibile. Bisogna
essere cool. Potere del lessico della moda, pianeta sconosciuto, ma dominante
nel cielo astrale delle fashion victims.