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Società satolla e ineluttabilità dei senza diritto

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Abbiamo subìto una mutazione antropologica? E’ l’interrogativo che da tempo mi frulla in testa. Mutazione che investe il sistema di relazioni improntate alla separatezza tra quello che è ok, bello, accettabile e sopportabile, parte di un comune sentire e quello che, invece, è da relegare in una specie di escrescenza da abbandonare, da guardare dall’alto al basso, non degno di essere inglobato nel regimentato stile di vita indirizzato, a tappe forzate, verso un nuovo progresso. Il tema è chiaro: si parla di quell’umanità che ha bisogno di un aiuto per liberarsi dalle catene di una nuova schiavitù (povertà, dittature, guerre di conquista, sfruttamento del mondo ricco ecc.) e di fronte alla quale si chiudono, una dopo l’altra tutte le porte. Lasciando a terra una fetta di umanità iscritta nel girone dei senza diritto per nascita. Non piace quello che è povertà, quello che rinverdisce il terrore atavico di perdere le proprie conquiste. Già sembra sia una battaglia di diritti tra chi li ha e chi li vorrebbe. Una questione di diritti incisi su due facce della stessa medaglia.

La mutazione ha agito nel profondo.

Fa credere che, in una società così super tecnologizzata, va da sé vi siano zone d’ombra di cui è meglio non occuparsi. E si procede così nella logica (quasi un credo) di un indifferente “non ti curar di loro”. Come se si fosse sancito il principio secondo cui una società che progredisce e rasenta vette di modernità mai raggiunte prima, abbia in sé un lato oscuro, intrinseco che determina l’ineluttabile marginalità di chi non è degno di salire la scala della modernità stessa. Una modernità che nutre e fa crescere una schiera di “senza diritti” che devono essere ignorati per non creare turbamento. Questo pensiero mi angoscia perché a priori nessuno è iscritto a una categoria o l’altra. Nessuno né per nascita, né per geografia, né per destino è un senza diritto. Ciascuno di noi potrebbe finire in quel girone e non è questione di pelle. La mutazione antropologica fa dire che di certe cose non ci si vuole accorgere né occupare perché infestano il modo di vivere e di pensare consolidato. Tutto quello che esce dallo schema nel quale si ragiona da alcuni anni non può interessare, non può colpire perché, aprendo la porta, si rischia di compromettere lo standard di vita. Ma di quale vita si sta parlando? Una vita nata da una mutazione antropologica che induce dolore.

Mutazione la cui accelerazione è stata indotta dalla tecnologia entrata prepotentemente nella testa e governata in modo distorto. Mutazione che ha inciso sui tempi di vita, sulle scelte del giorno per giorno, sui rapporti sociali reali sostituiti con quelli virtuali. La tecnologia di cui si parla, infatti, non riguarda gli ausili per alleggerire dalla fatica braccia, schiena e gambe ma quella tecnologia che forma il pensiero, il cuore, la sensibilità e trasfigura anche il nostro bisogno di socialità.

Le mutazioni antropologiche sono sempre avvenute nella storia umana, saremmo certamente altra cosa se non fossero accadute in passato. Oggi si è nel pieno di una nuova epoca di mutazione. Credo infatti che sia avvenuta anche per la società che stiamo vivendo e per la percezione che su di essa abbiamo riguardo il bello, il brutto, lo sporco, il cattivo. Brutto, sporco, cattivo è tutto quello che sta fuori dallo schema e per questo è necessario non occuparsene lasciarlo alla deriva, anzi allontanarlo per evitarne il contagio. Una domanda resta inevasa. Dove si è nascosta la specificità che faceva dell’individuo un animale sociale?

Antonella Lenti

 alenti92@gmail.com

2 Comments

  1. Inserisco il commento postato da Valter Vivaldi:

    Penso che le risposte siano nel tuo stesso ragionamento, l'ineluttabile non esiste in realtà, ad ogni situazione estrema vi è un estrema conseguenza, quindi che sia una mutazione o cambio di rotta poco importa, l'uomo e quindi ogni società è in continuo cambiamento. La rivoluzione francese insegnò facendo mutare l'estrema povertà del popolo…e l'estrema arroganza e dissolutezza del Re e la propria Corte, in una società che non esisteva prima di allora. Le Crociate allo stesso modo mutarono con guerre sanguinarie le relazioni religiose. Ogni era ha la sua mutazione, si può tranquillamente affermare che l'era tecnologica non è dissimile dall'aridita' dell'anima , quindi viviamo in un momento in cui il possesso di cose, vale molto di più del possedere idee e cuore. Quindi come dici giustamente l'animale sociale più che sociale oggi come oggi è solamente animale. L'interrogativo principale ora è… dove è il limite..e la svolta? Le conseguenze della malattia le viviamo e la cura da adottare? Prenderne coscienza è già un rimedio o aspettare che l'uomo imploda ripiegando su se stesso rovinosamente ?

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