
Il blog si apre a un esperimento. Ingredienti idee scritte, riflessioni sull’oggi, valutazioni sulla difficoltà di comunicazione e di partecipazione che si toccano con mano nel profondo. Eppure gli strumenti a disposizione per discutere sono tanti. Utilizzati per lo più non per arricchirsi l’un l’altro ma per demolirsi a vicenda. E’ il mondo che stiamo vivendo. Che si può fare per riprendere i fili di un confronto civile? Non tifoso ma capace di aiutare a capire meglio l’aria che respiriamo, il mondo in cui ci è dato vivere? L’idea è dare vita a una nuova rubrica del Blog Il Taccuino.

In questo spazio virtuale ho penato di avviare un dialogo a distanza. In questo caso Stefano Pareti (già è stato pubblicato in questo spazio con una riflessione sul tema della cultura) mi ha dato lo spunto per arricchire il Blog parlando a due voci di partecipazione. Sale di democrazia che di questi tempi non vive una stagione florida. Stefano Pareti, con le sue riflessioni, sulla cultura, sulla politica e sulla città mi ha dato l’idea di cominciare questo dialogo. I protagonisti saranno due: Pareti e il Blog. Espressione di due punti di vista che possono concordare, integrarsi ma anche divergere. Due punti di vista espressi in forma scritta che hanno entrambi lo scopo di suscitare in chi legge nuove riflessioni e magari stimolare altre posizioni che possono diventare oggetto di altrettanti dialoghi a distanza. Il tutto naturalmente tenendo ben stretti i contorni della nostra realtà cittadina e provinciale, ma con un occhio anche verso un altrove sempre più vicino. Capace talvolta di aprire gli orizzonti, ma irruente al punto di deviarci verso chine pericolose, violente e divisive. Chissà se un dialogo, un confronto d’idee semplice e a “tu per tu” e addirittura a distanza potrà aiutare… a capirsi di più.
(Antonella Lenti)

su tela 50×60 cm(2024)
Partecipazione, il ruolo storico delle piazze
Stefano Pareti – “Bene, pensando al tema della partecipazione il primo pensiero corre alle piazze. Sì, sono le piazze e i luoghi di ritrovo (bar compresi) che in un tempo, nemmeno troppo lontano, alimentavano discussioni non banali. C’erano personalità che sapevano uscire dal “ma mi conviene?” per elaborare messaggi, proposte, critiche. S’innescava un circuito virtuoso che faceva bene alla comunità. La gente teneva le antenne dritte. E Piacenza se ne avvantaggiava in bellezza e avanzava socialmente, culturalmente, economicamente. Ora ci si incolonna come automi in centri commerciali tutti uguali e i neuroni scattano solo di fronte alle offerte commerciali. C’è desiderio di partecipazione e deve essere incoraggiato e ricercato dai poteri amministrativi locali, se hanno a cuore un confronto con la città e se intendono rifuggire da una gestione chiusa e autoreferenziale”.
Blog Il Taccuino – “Concordo con Pareti. Del resto le città, tutte le città italiane nei secoli alle loro spalle, hanno incoronato nella piazza il luogo per eccellenza. Dai signori locali per esibire la loro potenza. Nei secoli le piazze sono diventaste luogo di scambio, di contrattazioni, di mercato. Ma non solo nelle piazze si chiamano a raccolta i cittadini per eventi, date significative. La piazza è stato il luogo in cui ha vissuto la politica, dominata dai vari leader del momento. In passato e anche oggi. Mi piacerebbe però alzare il tiro sulla qualità della partecipazione. Sul tipo di partecipazione che oggi si respira. Non diretta, non franca, non tesa a capirsi come quella che fluttua nella rete. Sospinta più da certezze e convinzioni ferree che da un desiderio di dialogo sincero e capace di arricchire i protagonisti. Tante volte non ci si ascolta. Si fa solo rumore e si finisce in un braccio di ferro verbale. Inutile. Pareti nella sua riflessione tocca anche un altro elemento importante: la partecipazione che dovrebbe concorrere a stimolare la pubblica amministrazione, le istituzioni. Già. Anche questo aspetto resta in ombra. E non trova tanto slancio. Se vogliamo passare in rassegna i casi in cui questo è avvenuto. Ebbene, si resterebbe pressoché a secco. L’elencazione resterebbe vuota…”
Come spingere alla partecipazione nel tempo della delega?
Stefano Pareti – “Ritengo che anche per un pubblico amministratore sia faticoso creare strumenti e momenti di partecipazione. Perché deve trovare i modi per suscitare l’interesse e intercettare l’attenzione del cittadino, spingendolo ad occuparsi della cosa pubblica. Anche superando quel suo ritenere che il principio della delega sia onnicomprensivo e per sempre. Salvo poi scoprire che spesso la delega è stata mal esercitata e che è necessario dare vita a comitati spontanei per rivendicare controllo e cambiamento di rotta. Anche per un pubblico amministratore è faticoso creare strumenti e momenti di partecipazione. Perché deve trovare i modi per suscitare l’interesse e intercettare l’attenzione del cittadino, spingendolo ad occuparsi della cosa pubblica. Resta il fatto che gran parte della discussione sulla cittadinanza è centrata sul problema di come migliorare l’impegno dei cittadini e la loro partecipazione nei processi della società democratica. E’ sempre più evidente che il voto periodico dei cittadini è insufficiente, sia che si vogliano rendere coloro che governano pienamente responsabili, nel periodo di transizione, sia nel promuovere sentimenti di responsabilità tra i semplici cittadini. Peraltro la bassa affluenza alle urne, da parte della popolazione, indica livelli di apatia politica che pregiudicano seriamente il funzionamento effettivo della democrazia”.
Blog Il Taccuino – “Quando si avvicinano i momenti elettorali l’argomento partecipazione diventa centrale. Da diversi anni ormai la partecipazione al voto è sempre più in diminuzione. Così anche la voglia di conoscere i contenuti (scarsissimi) che la politica porta avanti a beneficio della società civile e del bene comune. E’ difficile sentire contenuti nelle dichiarazioni politiche di oggi. Più attente a inseguire il momento che cercare di promuovere e proporre contenuti concreti riguardanti i bisogni, le esigenze, le riforme (sì anche le riforme) necessarie per contribuire al progresso della società. Negli anni, è vero, la delega a chi si è votato è la via più comoda. Della serie “pensateci voi“. Ma non può essere questa la strada. Partecipazione democratica è quando chi è delegato a fare scelte per conto dei cittadini deve cercare di confrontarsi a fondo e possibilmente senza cedere alla propaganda (diffusissima). D’altro canto però i cittadini non possono chiudere il capitolo partecipazione una volta che si è espletato il diritto di voto. Ci deve essere un’osmosi continua tra chi è delegato a governare (il politico) e chi ha delegato a governare (i cittadini). Il principio che regola questo equilibrio è il controllo costante di come si organizza la vita pubblica. Sì questo controllo spesso viene meno e quindi – sulle singole questioni – si attivano i comitati dei cittadini che chiedono conto, fanno proposte e discutono di come risolvere una data questione. A Piacenza abbiamo visto tante di queste forme partecipative. Spesso positive e anche incisive”.
Partecipazione è anche collaborazione Comune-cittadini
Stefano Pareti – “C’è anche un altro punto di vista da considerare. E mi rifaccio a un’esperienza praticata anche da noi e già da tempo. Molti Comuni, a partire da Bologna dal 2014, hanno approvato, ad esempio, un regolamento molto innovativo: quello per la collaborazione tra Comune e cittadini per la gestione, cura condivisione dei beni comuni urbani. Il regolamento sulla collaborazione tra Comuni e cittadini, invece, si comporta diversamente: apre l’amministrazione pubblica ai cittadini. Chi abbia un’idea, un progetto per migliorare le condizioni di un determinato contesto di vita (un parco, una scuola, un edificio abbandonato, eccetera) può presentare una richiesta per stipulare un patto con i Comuni e, attraverso questo, svolgere un’azione che porti beneficio alla collettività con il supporto del Comune. Solitamente questi patti sono chiamati “patti di collaborazione”. Per quanto possa sembrare semplice, questo modo di procedere è un’assoluta novità. Questo modo di amministrare la cosa pubblica è ora riconosciuto come modello dell’amministrazione condivisa: ciò che si condivide, cioè, è l’amministrare. I vantaggi dell’amministrazione condivisa sono tanti. Ritengo innanzitutto che l’amministrazione condivisa valorizzi la capacità dei cittadini di offrire un contributo per risolvere problemi che riguardano tutti. In questo senso libera le energie presenti nella società e dà forza ad esse. In secondo luogo, sono interventi che risolvono problemi concreti e quindi le persone sono solitamente molto motivate. In terzo luogo, l’amministrazione condivisa è capace di rimediare alla difficoltà delle amministrazioni pubbliche di dare risposte ai cittadini, perché la sua rigidità spesso impedisce di dare una risposta giusta”.
Blog Il Taccuino – “Interessante non c’è che dire. Sono d’accordo. Vien da pensare però che questo atteggiamento collaborativo vicendevole dovrebbe essere supportato da una buona dose di senso civico. Sia da parte dei cittadini che vivono la città e dovrebbero considerarla come una propaggine del proprio spazio di vita esattamente come fanno con la loro abitazione. E anche da parte del Comune che dovrebbe sburocratizzarsi un pochino e aprirsi alle istanze e alle domande dei cittadini su determinate soluzioni. Nel complesso la città ne gioverebbe e in questo modo si svilupperebbe maggiormente il sentirsi parte del tessuto urbano che talvolta sembra frantumato, disperso se non del tutto inesistente o eccessivamente individualizzato nel mio problema , la mia comodità, le mie abitudini senza contestualizzare le questioni nella visione generale”.
Partecipazione, i bilanci partecipati
Stefano Pareti – “Sì, un’altra forma importante di partecipazione al momento decisionale, che
ha conosciuto larga sperimentazione a livello locale, è quella dei bilanci partecipati. Tra le principali decisioni che solitamente un organo collegiale assume è l’approvazione del bilancio. Con il bilancio qualunque organo di gestione di un’istituzione o di un ente pubblico stabilisce quante risorse economiche ricavare nell’anno successivo e dove spendere le risorse a disposizione. Si tratta di una decisione molto importante perché decidere, per esempio, se spendere di più sull’istruzione o sulla sicurezza significa indirizzare la vita pubblica in modo diverso. Con la formula dei bilanci partecipati s’intende che in alcuni casi gli enti pubblici, soprattutto i Comuni, stabiliscono che una quota delle risorse da destinare sia rimessa alla decisione dei cittadini. Si svolgono, cioè, assemblee pubbliche in cui funzionari dell’amministrazione chiedono ai cittadini dove investire alcune risorse e quanto. In questo modo questi possono determinare la destinazione delle risorse pubbliche, partecipando a una delle decisioni più importanti nella vita di un’istituzione o un ente pubblico”.
Blog Il Taccuino – “Su questo argomento Piacenza ha avviato una sperimentazione con il bilancio partecipativo mettendo a bilancio 210mila euro per finanziare progetti proposti dal basso da vari quartieri. Il primo Bilancio partecipativo del Comune di Piacenza chiamato “Piacenza partecipa” è stato dedicato a progetti proposti e votati dai cittadini. Tutti gli interventi sono stati selezionati per migliorare e rendere più sostenibili le aree urbane sette i progetti che hanno vinto tra cui quello della sistemazione dei giardini Merluzzo. Ma il punto resta, come stimolare la partecipazione in un’epoca in cui sembra prevalere il disinteresse, la sfiducia nella cosa pubblica e in chi l’amministra?”
Partecpazione, fatti concreti e non solo impegni verbali
Stefano Pareti – “Per stimolare la partecipazione dei cittadini credo che non basti fare delibere che prevedano la partecipazione. Occorre crederci, promuoverla, incrementarla, farla diventare una prassi normale e consapevole dell’Amministrazione. Esiste perennemente il rischio che la partecipazione sia considerata una cosa bella, ma di scarso rilievo, quasi un sovrappiù, qualcosa di superfluo, una sperimentazione un po’ artificiale, che serve più all’apparenza che alla sostanza. La partecipazione invece è un fatto costitutivo della nostra repubblica, esprime e realizza la forma di governo che è stata prevista dalla nostra Costituzione. Passi avanti, indubbiamente, ne sono stati fatti e ormai la strada è aperta, ma certamente l’approccio rimane timido e limitato; soprattutto non ha ancora portato la partecipazione a diventare una forma organica del modo di governare. La Pubblica Amministrazione ha bisogno della partecipazione per avere consenso e legittimazione, anche perché la partecipazione costituisce un processo essenziale di democratizzazione. Spetta innanzitutto ai Comuni, le amministrazioni più vicine e più sentite dai cittadini, compiere un passo decisivo in questa direzione, dimostrando di credere effettivamente ai cittadini come a una ricchezza sociale. Si tratta evidentemente di processi che non hanno la pretesa di essere immediati ed impositivi di una volontà popolare, ma che consentono di intavolare un dialogo alla pari tra istituzioni e comunità, in termini di informazioni e dati a disposizione e con un ruolo che va oltre la semplice consultazione, verso un rovesciamento del processo decisionale verticale”.
Blog Il Taccuino – “Giusto. Ma è una lunga strada che attiene anche alla conoscenza dei cittadini di un’educazione civica (si apprendeva, forse male) a scuola. Non mi sembra che sul terreno generale sia presente tanta sensibilità in questo senso. Tanto più che il sentire generale verso la pubblica amministrazione si sviluppa sempre più partendo da considerazioni distanti scritte volanti in rete che spesso infiltrate di insulti, di prese di posizione precostituite (succede per tantissimi argomenti) che non denotano alcuno sforzo per addentrarsi nel problema e comprendere fino in fondo di cosa si tratta. C’è poi da sottolineare che la pubblica amministrazione spesso si stacca dalla relazione coi cittadini avvolta come è avvolta da un sistema burocratico tante volte ostico. Favorire la partecipazione dei cittadini significa anche raccontare le cose in modo comprensibili, facendo comprendere che in democrazia resta uno spazio di discussione che non può essere abolito, bypassato delegando la persona sola al comando alle decisioni finali. Allo stesso tempo lee scelte pubbliche non possono avvenire attraverso forme plebiscitarie che non sono certo democratiche perché spinte da altri scopi. Insomma il tema di base è l’educazione civica sia dei cittadini sia della pubblica amministrazione. Concordo nel pensare che siamo ancora distanti. Anni luce. Anzi negli ultimi anni – spinti da un decisionismo che prescinde dal confronto e dalle sintesi finali – direi che è del tutto sparita l’esigenza di affermare la partecipazione… Esagero? Forse sì… tuttavia…”
Partecipazione e cittadinanza attiva. Esempi vissuti…
Stefano Pareti – “Rimanendo su questo aspetto vorrei citare un altro concetto ed è la cittadinanza attiva che diventa attore politico, oggi anche soggetto costituzionale e contropotere diffuso che lotta per l’attuazione della Costituzione, che chiede di essere sostenuto e non osteggiato nella attuazione dell’interesse generale e che mette in pratica l’idea di un dialogo “aperto, informato, ragionevole e acceso” con le istituzioni, le imprese e le amministrazioni pubbliche. Ma questo non basta, occorre lavorare per qualificare sempre di più la partecipazione e renderla effettiva ed efficace in termini di cambiamento della realtà. Per esempio, quando il coinvolgimento di cittadini avviene per iniziativa delle istituzioni, si dovrebbero tenere in considerazione almeno quattro elementi: la capacità delle istituzioni di coinvolgere tutte le persone interessate; il grado di potere, cioè la capacità di riconoscere e attribuire potere a cittadine e cittadini sulle questioni oggetto della partecipazione l’esito, cioè la capacità di garantire risultati di tutto il processo partecipato”.
Blog Il Taccuino – Già la presenza dei cittadini nei tavoli decisionali è un fatto politico di grande rilievo. Peccato che, come si diceva prima, accada raramente e quasi sempre quando cittadini e pubblica amministrazione si trovano su fronti contrapposti. Negli ultimi tempi sono i temi ambientali ad accendere la partecipazione dei cittadini in contestazione con le amministrazioni. Se si torna indietro nel tempo tanti esempi si possono citare. Ad esempio il grande movimento (che ha mobilitato un intero paese) contro l’ipotesi di una discarica di rifiuti speciali ad Agazzano che poi tramontò anche in virtù di quella partecipazione massiccia che portò tanti abitanti di quel territorio ad opporsi. Agazzano era diventato l’argomento mediatico più importante di quel periodo (giornali, televisioni trattarono l’argomento come ad esempio una trasmissione molto seguita dal titolo “Mi manda Lubrano” ed era conosciuto come la protesta delle tende di Rivasso. Erano gli anni Novanta….
Stefano Pareti – Sulla discarica di Agazzano… voglio ricordare che in quel momento ero assessore provinciale, lo sono stato fino al 1994 e gestii la problematica con l’aiuto di Franco Acerbi, mio capo divisione. Ho trovato la conferma di un atteggiamento già collaudato all’epoca del PRG 1980, quando ero assessore all’Urbanistica con Trabacchi sindaco”.
Blog Il Taccuino – In quegli anni la politica era molto diversa, nel giro di pochi anni sarebbero nati nuovi partiti, i sindaci sarebbero stati eletti direttamente dai cittadini. Si era in un mondo diverso da quello che si vive oggi. La politica si avverte lontana, quasi un’espressione eterea, i partiti sono diventati leggeri, le istanze politiche veleggiano sopra di noi senza toccare con mano la realtà quotidiana che vivono gli stessi cittadini. Torno al tema partecipazione portando un altro esempio più vicino nel tempo sul coinvolgimento spontaneo dei cittadini occorre citare piazza Cittadella. La mobilitazione ha prodotto una raccolta di firme a cui hanno aderito almeno 34mila cittadini per dire no al parcheggio interrato (non si farà) in quella zona, no al taglio degli alberi (sono stati abbattuti) e sostenere scelte tese a contrastare gli effetti delle isole di calore sempre più frequenti con il cambiamento climatico in atto. A lavori avviati, poi sospesi si è proceduto all’apertura di un breve percorso partecipativo che ha prodotto un progetto nuovo. Diverso da quello per cui in Cittadella si è scavato e abbattuti gli alberi…”
Partecipazione, che dire del PNRR?
Stefano Pareti – “Detto questo ci sono tanti altri esempi in cui nelle decisioni importanti i cittadini sono rimasti fuori dalla porta. Una di queste è il PNRR Chi ha deciso dove spendere i soldi? Non certo i cittadini. Era indispensabile che, vista l’emanazione del più imponente piano di spesa pubblica e privata sostenuto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), venissero realizzate misure per prevenire l’insorgere di conflitti con i cittadini, causati da una scarsa informazione e da un loro mancato coinvolgimento, nella realizzazione dei progetti di sviluppo e di ammodernamento del Paese o di una città. Chiedo: siamo sicuri che gli investimenti pubblici del PNRR siano stati tutti pubblicamente dibattuti? O ci siamo rimasti con un palmo di naso rispetto alla Curia e ai privati? E i cittadini sono stati coinvolti o bypassati? Come? Quando? Con che strumenti? O bellamente ignorati?!”
Blog Il Taccuino – “Già ampio capitolo che andrebbe indagato. E’ pur vero che da quando fu deciso il PNRR in epoca immediatamente post pandemica i propositi erano virtuosi all’ennesima potenza. Poi passando di crisi in crisi i governi (diversi tra loro) hanno modificato, tolto, tagliato, cucito. Gli obiettivi primari del PNRR erano la sanità territoriale che nella pandemia aveva mostrato tutta la sua debolezza, assenza e una diffusione molto lacunosa in tante zone d’Italia. La scuola, era un altro argomento forte, ma anche la modernizzazione, il tema dell’energia. Difficile capire quanto è stato fatto e se quel che è stato fatto si sia incanalato del tutto nelle istanze inizialmente contenute nel provvedimento europeo. Si vedrà. Sicuramente in tutto questo discutere i grandi assenti sono stati i cittadini. Ancora una volta”.
Ok. abbiamo concluso. Alla prossima!
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