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“Beatles: chiedimi chi erano”…

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Il libro di Pier Luigi Bersani parla ai giovani. Le nuove generazioni ignorate dalla maggior parte del mondo politico

“Chiedimi chi erano i Beatles…” Se lo fai può aprirsi un mondo davanti a te. Perché il libro di Pier Luigi Bersani – edito da Rizzoli, uscito ad aprile di quest’anno – è tutto questo e anche di più. Innumerevoli i contenuti.

Raccontano politica, esperienze personali, valutazioni sulla nascita del Pd,  scelte come le “lenzuolate” alla prima esperienza da Ministro che agitarono l’Italia del commercio. Parlano di un tempo precedente: il periodo dell’incontro tra Dc e Pci, protagonisti Moro e Berlinguer, una stagione che “ha aperto un pertugio nella logica dei blocchi”… esperienza che, con il rapimento Moro, portò a una “palude politica” proseguita per tantissimo tempo attraversando – a inizio 90 – la stagione di tangentopoli e il crollo dei sistema dei partiti.

E sono solo alcuni accenni di un libro non massiccio ma denso e di spessore.

Bersani punzecchia, semina pulci che non lasciano in pace chi non vuole sentire, innesca curiosità, spiega, fa ragionare, porta al centro la memoria, ironizza, fa autocritiche, parla della perdurante necessità di un partito della sinistra che non sia comitato elettorale alla bisogna delle scadenze con il voto, ma capace di fare politica e decidere sulle cose che servono… scuola e sanità in primis. Un partito che abbia l’orecchio a terra e metta in azione le antenne che lo colleghino alla società.

Pagine che alzano l’attenzione su un mondo possibile da realizzare con il contributo di tutti o di tanti. Un futuro immaginario? Sarebbe bene per tutti che potesse diventare un futuro reale. “Se no si rischia di andare a sbattere.”

Futuro reale soprattutto quando si parla di immigrazione. Confida nel libro che “il primo atto se fossi diventato presidente del consiglio nel 2013 sarebbe stato lo ius soli perché – spiega – sfondare il muro che ancora resiste sulla cittadinanza ai bambini può aprire l’orizzonte”.

Parla di economia di mercato ben distinta dalla “società di mercato” in cui è compreso anche il lavoro governato dagli algoritmi in una società in cui le parole guida non sono più “giustizia e uguaglianza” ma “opportunità e merito”, “un mare nuovo in cui – spiega – la stessa sinistra mondiale aveva immaginato che tutti potessero navigare positivamente”. Ma così non è stato.

Sono alcuni ingredienti imprescindibili per tenere a bada la tendenza (che abita già tra noi e talvolta modifica le menti e il pensare) che vede la tecno-globalizzazione presenza costante e sempre più tentacolare. Si aprono già scenari inimmaginabili per chi ha conosciuto la politica nel Novecento. Scenari appartenuti a racconti di fantapolitica.

Ma no, è realtà. Chi potrà impedire – ad esempio – che basti un clic per votare? Suggestioni di un mondo già presente, già potente e ancora troppo sconosciuto e per questo ignorato e forse anche snobbato.

Tra le righe del libro di Bersani si può capire una cosa importante. Ci fa pensare a un’alternativa, alla possibilità di un altro mondo possibile, anche se non usa esplicite parole in questo senso. Il libro ha uno scopo dichiarato già nel titolo: parlare ai giovani. In politica oggi sembra che nessuno se li fili. Lui no. Vuole raccontare, raccogliere le loro idee, il loro sentire. E vede nella mobilitazione intorno alla Palestina uno spiraglio di impegno. Del resto ai tempi giovanili di cui Bersani è stato protagonista si mobilitavano sul Vietnam. Guerra, sempre guerra.

Gli interlocutori sono loro, i giovani. Chi altri se no? Sono loro che dovranno prendere il testimone da chi è venuto prima e disegnare i contorni di quel mondo possibile. Ma con quali strumenti? Prima devono conoscere, devono sapere ciò che è successo prima. Nulla nasce da nulla. Parla di politica, ne traccia nuovi contorni proprio partendo dai giovani: “Il passaggio di fase che vive la condizione giovanile dovrebbe essere la vera palestra di un progetto Paese (significativo che non usi Nazione, la parola più utilizzata nelle stanze della politica) intenzionato ad afferrare il futuro”.

Sono loro, fa capire, che dovranno farsi carico del futuro. Sono loro il nostro futuro. Guai se non lo saranno. È da questa convinzione soprattutto che li incita a non “stare fermi, a ribellarsi quando qualcosa non va”. Ribellarsi è giusto – raccomanda loro  e li incita: “Se c’è qualcosa che vi urta nel profondo, non state a pettinare le bambole. Non importa in quanti sarete, se in tanti o in pochi o da soli. Impegnatevi e collegate l’impegno a un pensiero. Magari collegandovi a chi ha praticato la politica per tutta la vita e dovrebbe dedicare la vita a seminare, non a raccogliere”.

“Chiedimi che erano i Beatles…” Un titolo e un programma politico insieme. Un libro e un racconto di vita personale e politica, di pensieri, osservazioni sull’oggi pescando nei ricordi di ieri espressi in prima persona. Parole che di tanto in tanto ricorrono al pensiero dei filosofi per essere più incisive e chiare. La chiarezza, il dialogo constante con le persone è una cifra che, nelle varie presentazioni Bersani solleva. E al linguaggio, alle sue metafore, dedica la parte conclusiva del libro.

E avverte sul valore della sua scelta: se fanno sorridere, talvolta le metafore possono parlare di cose molto serie: “A me è sembrata la figura retorica più democratica e quindi da coltivare” scrive. Per spiegare meglio cita il terzo libro della Retorica di Aristotele: “Il linguaggio è verità in quanto mostra la cosa come essa è e porta il fatto davanti agli occhi”. Ma la sostanza alla base di questo modo di comunicare è fondamentale: la necessità di far capire a tutti quello che si vuole esprimere. La sua cifra da una vita.

Molte le presentazioni in tutto lo stivale; Bersani da “volontario della politica, sono un po’ come l’Auser” dice ironizzando a Rivergaro durante la più recente presentazione nel Piacentino in una Casa del popolo gremita. Portare in giro le sue idee in città grandi e piccole. È questo il principale impegno in questa fase della sua esperienza politica. Il senso del libro è questo. Si trova nelle prime pagine dell’introduzione in cui si spiega anche la ragione del titolo. È preso da un verso di Roberto Roversi messo in musica da Gaetano Curreri degli Stadio.

Chiedi chi erano i Beatles

Voi che li avete girati nei giradischi e gridati

Voi che li avete ascoltati e aspettati, bruciati e poi scordati

Voi dovete insegnarci con tutte le cose non solo a parole

Chi erano mai questi Beatles

Chi erano mai questi Beatles?

Bersani vuole raccontare,  ma anche aprire il pensiero, riflettere su ciò che è stato. Anche sugli errori. Con l’obiettivo di andare avanti. Sempre mossi dal pensiero, mai dalle pose, dalle sterili convenienze, dai meri calcoli di sopravvivenza. Un alter ego della politica di oggi, si potrebbe pensare leggendo le sue pagine.

Da un lato può dare carica e dall’altro mette in moto una sequenza fitta di tante immagini di tempo perduto, lasciato correre senza che la politica abbia colto il senso del suo esistere: lavorare per far progredire la vita delle persone con i problemi pesanti che i vari momenti hanno posto e pongono.

Ci sono aspetti, parole e considerazioni che riportano alla solitudine dell’individualismo in cui siamo confinati. Un io ristretto che ha confini corti, che ha necessità di riscoprire il collettivo ma non riesce, non ce la fa.

Un io che recita a soggetto senza sapere che direzione prendere per tornare ad esprimersi in rapporto al noi.

Quelle pagine descrivono anche questo e soprattutto argomentano perché la storia personale o collettiva che si racconta qui non è quella roba che si liquida in qualche battuta buona per i social o altro. No. Presuppone analisi, pensiero, conoscenza ed elaborazione di tutte e tre i momenti insieme. Insomma stimola il ragionamento.

In cui i problemi enormi di un lavoro sacrificato, obbligato e tante volte ricattato e senza possibilità di migliorare possa finire che ancora coinvolge i giovani; in cui si possa riconoscere l’altro come possibilità e non come problema (nuovi italiani), in cui si parli coi giovani e non li si collochi in ghetti sociali da tenere a bada. Un mondo diverso.

E dalle sue parole si può immaginare che può essere possibile. Difficile ma possibile. Il motore? Dovrebbe essere la politica che agisce, programma e attua le idee declinandole in progetti.

I partiti, la sinistra a cui in particolare si rivolge Bersani ha molto da lavorare se lo vorrà. Ma lo vorrà?

Ipotizza un programma politico rivolto al centro sinistra: un fronte umanista tra sinistra, sensibilità religiose e i liberali autentici… è questo il perimetro ma avverte già che il tragitto è lastricato di difficoltà e i tempi non sono brevi… ma è l’unico modo per uscire dalle secche in cui si naviga da decenni. Una politica nelle secche è quella che si ritiene il punto di equilibrio del sistema declinata negli ultimi vent’anni con “l’ovvia vocazione a governare”.

Parla del Pd e delle esperienze di Ulivo (fine 90) e Unione (primi anni 2000). I toni sono di critica soprattutto riguardo alla nascita del Pd.

Prevalse la linea di un partito  – scrive Bersani – “leggero a vocazione maggioritaria secondo  una formula affine a quella dei partiti elettorali della tradizione americana”. Si era nel 2007 e l’interprete era Veltroni.

La nuova forza politica aveva il nome di partito ma la sua struttura non ripercorreva le formule dei partiti novecenteschi. Una svolta, questa scelta,  nella quale – secondo quanto scrive Bersani – segnava il peso del discredito che per almeno 15 anni (dopo tangentopoli) aveva accompagnato l’idea stessa di partito.

A favore di una supposta “innocenza” della società capace, quest’ultima di “illuminare la strada fuori dal vincoli opprimenti di partiti chiusi in una logica di potere”. Un’analisi lucida e chiara. Spiega anche come per il nuovo partito leggero abbia avuto difficoltà fin dalla sua nascita a rendersi interprete di politiche nuove espressione dei mutamenti nella società. Di un programma di modernizzazione e di superamento delle disuguaglianze che soprattutto, con l’addentrarsi negli anni venti del Duemila, si sono manifestate sempre di più.

Sarà per questa scelta d’origine che è difficile individuare anche oggi quale sia il percorso programmatico che il Pd si è dato inseguendo una “vocazione maggioritaria” radice fondante del Pd e mai raggiunta se non attraverso coalizioni nate all’occorrenza elettorale, zoppicanti fin dagli inizi. Fa autocritica Bersani quando parla della spinta (non riuscita)  a costruire qualcosa di nuovo per il partito tentata dal 2009 al 2013 come segretario nazionale: “Sento come un fallimento non essere riuscito a offrire alle nuove generazioni il riferimento più solido di cui avrebbero avuto un gran bisogno”. 

Prende atto in quel periodo di direzione del Pd che nessuno dei dirigenti aveva nelle corde l’idea di mettere mano alla riforma dell’organizzazione del partito. “ non se ne fece nulla” la conferenza organizzativa proposta finì, come tante cose in quel 2011 di forte crisi finanziaria, nel dimenticatoio e ci restò. Il problema partito (un’idea che vede nell’arena di un congresso il confronto delle idee e dei contenuti) resta, secondo Bersani.

Anzi si fa più urgente in un contesto di rivoluzione tecnologica, con nuove forme di comunicazione il tema si fa più urgente. “Discutere oggi della forma partito – scrive – significa in realtà chiedersi come la politica possa avere attrezzi per interpretare e condizionare la realtà avvalendosi di un proprio sguardo e di un proprio cammino”. Ne va della qualità della democrazia. Un messaggio prezioso.

Antonella Lenti

beatles
info@antonellalenti.it

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