LENTI A CONTATTO

“Il green new deal, unica strada percorribile per salvare il pianeta e noi umani che l’abitiamo”

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Forse è venuto il momento di “guardarsi un po’ dentro” e cercare di essere sinceri con sé stessi evitando di scivolare nel vizio nostrano dell’autoassoluzione pervicace e senza soluzione di continuità. E’ arrivato il momento di guardarsi un po’ dentro senza bisogno di autoinfliggersi punizioni esasperate che sono il contraltare dell’autoassoluzione.

Forse è venuto il momento di occuparsi con laicità dei nodi che abbiamo lasciato impolverare con tutto il tappeto sotto cui abbiamo nascosto quello che non ci piaceva affrontare con crudezza.

La situazione si è denudata ora senza pietà. I veli sono caduti e le rughe del sistema sono evidenti. Non c’è verso di nasconderli. Mi incuriosisce capire su che basi appoggeranno i percorsi tracciati per la ricostruzione di cui con insistenza si parla.

Utilizzando un gergo militare si parla infatti di dopoguerra e il pensiero di tutti va a quel periodo di florilegio di iniziative, di grande operosità che caratterizzò gli anni della ricostruzione, quegli anni inquadrati a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta.

GREEN NEW DEAL COME METODO… PER LA NUOVA FRONTIERA?

Anni un po’ lontani dal dopoguerra. Di almeno15 anni. Di quel decennio o più prima che l’iniziativa, l’estro, la creatività e il desiderio di prendere quota degli italiani (per la prima volta nella loro storia) trovassero una strada, non vanno dimenticati le contrapposizioni, le divisioni, i rigurgiti che caratterizzarono la vita sociale. Soprattutto sul piano dell’affermazione dei diritti civili, sindacali, democratici. Il dopoguerra non fu subito boom. Teniamolo presente e quello che poi accadde ebbe il lavoro come cardine.

Lavoro che oggi – e probabilmente una similitudine con allora la si può trovare in questo senso – è spesso polverizzato, sommerso, nero e per tanti aspetti assimilabile a una nuova schiavitù.

Forse è venuto il momento di guardarsi un po’ dentro.
Per questo motivo ho pensato di declinare alcuni confronti legati al dopo Covid.

In questa chiacchierata che abbiamo fatto via skype è Mino Politi, economista che è stato anche assessore comunale allo sviluppo economico negli anni Novanta che risponde ad alcune domande che gli ho posto. I temi affrontati sono generali, ma in questo mondo che abbiamo costruito ciò che è globale è anche locale. Di Politi Leggi anche

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Cominciamo con una provocazione. Mino Politi, l’intervento europeo è incerto, tribolato rispetto alle richieste dell’Italia. Cosa può succedere del nostro paese, corriamo il rischio di “morire” cinesi, che la Cina ci porti aiuti oltre alle mascherine?

“L’Europa ha delle carte fortissime in mano, deve andare avanti nel processo di unificazione per parlare con una voce sola nel mondo. In Germania i socialdemocratici più intelligenti parlano di questo. Nessuno ha interesse a rompere questo giocattolo.

Il rischio oggi? Beh, il nazionalismo fino ad ora abbastanza controllato”.

GREEN NEW DEAL COME METODO… NELL’INDUSTRIA

Quindi il Covid. L’esperienza con la pandemia ci indirizza verso altre scelte. Quale potere può avere una catastrofe di queste proporzioni per raddrizzare i vizi di un Paese, il nostro, che se li è sempre nascosti? E ai propositi per il dopo c’è da crederci?

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“L’Italia ha sempre gli stessi problemi: debito pubblico, instabilità politica, politiche clientelari di corto respiro… In sostanza l’Italia non è cambiata dopo il crollo del muro di Berlino e non è cambiata neppure dopo la crisi del 2008. Questa crisi è simile ad un dopoguerra sul piano della finanza pubblica. Possiamo uscirne solo con l’aiuto dell’Europa. Nel dopo guerra aiutò il piano Marshall e fino ad una certa epoca sempre gli Stati Uniti vennero in soccorso.

La situazione che stiamo vivendo oggi è simile invece alla crisi del 2008 per i riflessi sul piano industriale. Credo però che se riprende il commercio mondiale, l’industria italiana sarà reattiva, perché è flessibile e competitiva. Ma se non facciamo le riforme per diventare più efficienti, questa volta rischiamo veramente grosso. Rischiamo di non farcela.

GREEN NEW DEAL COME METODO PER… LE RIFORME

La prima riforma necessaria dovrebbe essere un sistema elettorale alla francese per dare stabilità ai governi. La nostra instabilità è la vera causa della sfiducia che la Germania ha in noi e che complica il modo in cui l’Europa ci può aiutare. E questo lo sanno tutti i primi ministri che si sono susseguiti in questi ultimi decenni. Tutti tornando in Italia dopo i colloqui con la Germania riportavano lo stesso commento ricevuto dai leader tedeschi: “Ok, tu dici così, ma cosa ne sappiano se tra qualche mese arriva un altro al tuo posto e quell’altro cosa farà”. Incertezza come cifra nazionale. Così non funziona”.

Veniamo al green new deal. Viene richiesta e indicata come strada maestra. Non è cosa nuova e richiama quel bisogno di un nuovo modello di sviluppo a gran voce richiesto da larghe fasce ambientaliste della società fino ad ora inascoltate. E’ dunque arrivato il momento?

“Il green new deal è l’unica strada percorribile per salvare il pianeta e noi umani che l’abitiamo. Non so certamente dire in che tempi. E se ce la faremo. Ma non ci sono alternative.

Gli scienziati dicono che tempo ne resta poco. Sembra tuttavia che soprattutto in Europa e in Cina, grazie ai governi, e ora in USA grazie a multinazionali, alcuni stati federali e comunità locali, si stia muovendo qualcosa di concreto e significativo verso una nuova rivoluzione industriale basata sulla nuova infrastruttura energetica, quella degli impianti di produzione delle energie rinnovabili, distribuite sul territorio e connesse mediante internet per una distribuzione ottimizzata e intelligente.

Così spiega e cerca di documentare l’economista americano Jeremy Rifkin nel suo ultimo libro. Non si tratterà solo di una rivoluzione tecnologica, ma anche socio economica. Per esempio, il solare sarà prodotto anche dalle famiglie e dalle piccole imprese. Non più solo da grandi impianti, come era per le fonti energetiche fossili. Per questo saranno decisive anche le tecnologie digitali e l’internet delle cose”.

GREEN NEW DEAL COME METODO…. MA COME ATTUARLO?

Come si declina – velocemente – una politica green new deal oggi nel dopo coronavirus?

“Questo proprio non lo so. E’ certo che il green new deal riguarda anche un nuovo approccio all’agricoltura e quindi agli allevamenti animali, che insieme producono più gas serra delle automobili. Una natura molto antropizzata in modo sbagliato sembra mandarci dei segnali di pericolo attraverso virus letali”.

GREEN NEW DEAL METODO… E CON I NAZIONALISMI?

L’imprevedibile è accaduto. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare un tale scenario se non in una trama di romanzo fantascientifico. Eppure è accaduto. Quali le conseguenze del lockdown? Quelle più immediate e quelle a lunga scadenza?

“Ambiente e Coronavirus ci mandano un messaggio inequivocabile, oltre ai problemi economici. Sono problemi che gli stati piccoli e grandi non possono risolvere da soli. Serve un grande impegno di cooperazione fra gli stati.

Il contrario del nazionalismo predicato da Trump e Salvini, che porta voti, ma non risolve i problemi. D’altra parte anche Cina, Russia e stessa UE ci hanno messo del loro per creare questa empasse della cooperazione internazionale.

Il fatto che globalizzazione e nuove tecnologie digitali abbiano migliorato la vita a tanti abitanti della terra, ma poi anche tanti problemi, come impoverimento del ceto medio in occidente, precarizzazione del lavoro e ingiustizie nella distribuzione dei redditi e della ricchezza mai viste prima, non significa che si debba tornare ai nazionalismi, bensì che si debba correggere e riformare questa globalizzazione. Certo che di strada ce n’è da fare se si pensa a tutti i problemi del mondo attuale. E in questa cooperazione mondiale solo l’Europa può avere un ruolo di primo piano, non certo i singoli stati europei.

Scenario europeo. A tuo parere quale dovrà essere dunque il ruolo dell’Europa in questa situazione e soprattutto quali sono le “garanzie” che l’Italia dovrà essere consapevole di mettere sul tavolo?

 “A questa domanda ho in parte già risposto. Oggi l’Italia non può offrire all’Europa garanzie economiche (storia dell”Euro) se non supportate da riforme strutturali in grado di rendere più produttivo il paese. E per trovare un equilibrio finanziario accettabile dobbiamo crescere.

Il PIL cresce se esportiamo di più, ma anche se la PA è più efficiente, e quindi produce più servizi con costi minori.  E se è più efficace, cioè produce servizi utili. Se le infrastrutture funzionano meglio. Se la scuola prepara i giovani a stare sul mercato. Se proteggiamo il nostro territorio e valorizziamo i beni culturali che abbiamo ereditato. E così via. Ma per fare tutto ciò abbiamo bisogno di governi stabili. Non è un caso che facciamo molte chiacchiere a cui seguono fatti inefficaci o nulla”.

GREEN NEW DEAL COME METODO… E LE FRAGILITA’ ITALIANE?

Il virus ha messo un primo piano tutte le fragilità strutturali del nostro Paese. Primo fra tutti il digital devide di cui si è fatto un gran parlare, ma a cominciare dallo smart working fino alla scuola si sono mostrate molte falle. Tra queste anche la poca disponibilità dei datori di lavoro, per tacere degli strumenti mancanti in molte aree del paese, per tacere della pubblica amministrazione che non è stata in grado di adeguarsi alle tecnologie è questa una delle scelte indifferibili?

“Non vi è dubbio. In questo il Coronavirus sta aiutando a velocizzare l’utilizzo delle tecnologie digitali. C’è da chiedersi perché in poche settimane la PA italiana ci permetta di gestire solo ora pratiche semplici su internet, evitando code agli sportelli in orari di lavoro.

Questo fenomeno mette in evidenza un lampante esempio di resistenza al cambiamento e di inefficienza con costi altissimi: pago personale per stare allo sportello facendo perdere tempo prezioso a famiglie e imprese. Meglio pagare personale per migliorare scuola, sanità, infrastrutture … Speriamo che il processo continui, passata l’emergenza sanitaria. Ma non è scontato”.

GREEN NEW DEAL COME METODO E…. LE INFRASTRUTTURE “DEBOLI”?

A proposito di sistema efficiente, parliamo di ponti l’ultimo crollo ad Aulla a due anni da quello di Genova. Ebbene, quanto pesa questo gap oggi per un’Italia con il fardello del debito pubblico nello sforzo di mettere in campo milionate di interventi per aggiustare un paese che per 20-30 anni si è abbandonato a raccontarsi bugie, a sistemare gli amici degli amici e a non occuparsi della realtà a cominciare dai ponti.

“Quando crollò il ponte di Genova, qualcuno disse: passiamo tutto all’ANAS. Ma a Piacenza era crollato un ponte gestito dall’ANAS …(quello sul Po a Piacenza che collega Lombardia ad Emilia ndb)  il problema non è chi gestisce l’infrastruttura. Il problema è l’efficienza e la serietà del sistema paese.

Per questo ripeto fino alla noia che abbiamo bisogno di governi stabili come gli ammalati di coronavirus dell’ossigeno. Non di uomini forti, che non esistono, ma di forti governi in un sistema dotato di tutti i bilanciamenti democratici. I commissari come Sala per l’Expo e Bucci per il ponte sono sì efficaci, ma rischiano di fare credere agli italiani che un uomo forte al governo risolverebbe i nostri problemi. La storia dovrebbe averci insegnato che fine fanno gli uomini forti. E non solo in Italia”.

Quanto influirà il distanziamento sociale sulle città che già si stanno svuotando di contenuti. Città già invase da masse di visitatori veloci e voraci nelle quali già non c’è più spazio per la dimensione civica, uno degli elementi costitutivi dei nostri centri storici…

“Il problema non è appunto il distanziamento sociale, se non in periodi di pandemia come quello attuale.

Il problema è di puntare su un nuovo turismo più adatto al nostro paese. Noi italiani, nella moda, nei prodotti per la casa, nel cibo e nell’auto siamo competitivi nei mercati di nicchia di alta qualità. Non capisco perché non dovremmo puntare su un turismo “slow” anche per i nostri centri storici.

A partire da Venezia, Firenze, Roma … E soprattutto a una distribuzione dei flussi, che sempre le nuove tecnologie digitali ci permettono di organizzare, per evitare il sovraffollamento, dannoso per la nostra immagine e per gli stessi turisti. E basta grandi navi a Venezia!”

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