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Operazione memoria: l’autunno caldo dei lavoratori di Piacenza

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Operazione memoria, operazione riflessione, operazione futuro: è tutto questo il volume “Anni Operai” – Piacenza 1969-1972 – Memorie da un lungo autunno caldo a cura di Eugenio Gazzola e Gianfranco Dragoni che esce per la casa editrice Scritture a cinquant’anni dall’autunno caldo dei lavoratori italiani.

Del triennio – cuore del libro e fondamentale anche per la storia sociale, politica e culturale piacentina – si parla domani, venerdì 17 maggio alle 17,30 nella Sala del centro “Il Samaritano” in via Giordani 14. Intervengono all’incontro Vincenzo Colla, vicesegretario nazionale della Cgil, Marco Bentivogli, segretario nazionale Fim-Cisl, Rocco Palombella segretario nazionale Uilm, durante il confronto, coordinato da Eugenio Gazzola, previsto il saluto di Giuseppe Chiodaroli (Caritas).

La memoria si sedimenta in noi tanto più è viva quanto più contribuisce a non disperdere un patrimonio ideale certo ma anche ricco di conquiste concrete che hanno visto protagoniste a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta milioni di persone in Italia e migliaia a Piacenza. Il libro “Anni operai” è puzzle di vari autori che prende avvio dalle testimonianze dei protagonisti delle lotte sindacali del periodo: Gianfranco Dragoni (Cgil), Fernando Olivi (Cisl), Daniele Libé (Uil), Giuseppe Chiodaroli (esponente dell’associazionismo cattolico democratico piacentino), Giacomo Ercoli che racconta in prima persona l’impegno di un giovanissimo nelle prime lotte operaie e ci accompagna fino agli anni Ottanta. Anni controversi, cosiddetti del riflusso, sconvolti dalla violenza del terrorismo a cui forse far risalire una sorta di sfaldamento di quell’unione del lavoro (Marcia dei 40mila di Torino, referendum sulla scala mobile per citare alcuni fatti) che ha tenuto ferma la barra per tutti gli anni Settanta.

Quei protagonisti sono stati in prima fila nella rivendicazione dei diritti sul lavoro a cominciare dalle condizioni economiche fino a sfociare in piattaforme più complesse e culturalmente pesanti. E’ di quegli anni il fiorire di una nuova consapevolezza che si può chiamare desiderio di emancipazione e affrancamento da una condizione di emarginazione culturale di classe che caratterizzava la società del tempo in cui il livello di scolarizzazione di cui parla Gianna Arvedi alla fine del volume non lasciava spazio a dubbi.

 “Negli anni Sessanta – scrive – i dati sulla scolarità in Italia erano i seguenti: 8,32 analfabeti; 34,20 alfabeti senza titoli; 42,32 licenza elementare; 9,59 licenza media; 4,5 scuola superiore; 1,32 laurea”. Ecco perché è importante un aspetto di cui si parla nel volume “Anni operai” e che non sempre ricorre nelle riflessioni storiche, le 150 ore per il diritto allo studio. Esse rappresentavano uno strumento di crescita culturale collettiva – scrive l’avvocato Alessandro Miglioli esperto di diritto del lavoro nel capitolo dedicato allo Statuto dei lavoratori – il più consistente e diffuso sforzo di innalzamento del livello culturale della popolazione adulta legato a una strategia di eguaglianza. Proponendo percorsi diversi da quelli tradizionali del lavoratore studente, le 150 ore hanno costituito un’alternativa collettiva alla ricerca individuale di percorsi e traguardi di istruzione, di speranze individuali, di promozione sociale”.

Leggendo le pagine di “Anni operai” ci si emoziona perché si parla della quotidianità di tante persone mosse e spinte dalla prospettiva di migliorare le proprie condizioni di vita per sé e per le proprie famiglie. Spinta caricata di passione politica e sociale e anche religiosa. Infatti di quel canovaccio hanno fatto parte integrante  e attiva le comunità cattoliche, sacerdoti in prima fila anche a sfidare le convenzioni sedimentate che hanno affiancato e sono stati parte attiva di quel periodo. Ci si emoziona ma si attinge anche una considerazione che ha un sapore amaro e riguarda i diritti. Il messaggio che si trae è che i diritti scaturiti da lotte, sofferenze, battaglie contro le ingiustizie, i diritti per un lavoro giusto, riconosciuto, rispettato, per una eguale cittadinanza tra maschi e femmine; i diritti  raggiunti a fatica e trasformati in pietre miliari della nostra vita sociale a conti fatti non possono mai essere considerati per sempre. La vigilanza su quelle pietre miliari non può cedere di un passo. Quelle pietre miliari non possono diventare ricordi da seppellire nella memoria. Non sono quisquiglie da conservare ingessate, cristallizzate in qualche ripiano di biblioteca utili solo agli storici, agli studiosi o da inquadrare nel banale “come eravamo”. Di tanto in tanto – e vale per tutti noi – è bene rispolverare ciò che siamo stati, nel bene e nel male, serve per progredire e per non ricadere negli errori. Altrimenti…

Antonella Lenti

(Pubblicato su Libertà il 17 maggio 2019)

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