Una, due, tre, dieci, venti, cento. Si uccidono donne. Il terzo Millennio non è amico del femminile. Ha sepolto sotto la cenere tanti traguardi e altrettanti progetti di affermazione. Erano forse effimeri, formali e non sostanziali? Si uccidono donne.
Se ne è parlato tanto, ci si è interrogati tanto e ogni volta che succede – e per un episodio estremo che emerge chissà quante violenze restano celate nel sordo rifugio delle quattro mura – si mettono in fila parole, considerazioni emozioni, lacrime e si invoca il dover essere di una societàche tante volte, troppo spesso non è quella che ci aspettiamo. Non è quella che credevamo di contribuire a costruire.
Le parole che per noi avevano il significato di civiltà come una nuova cittadinanza alle donne, per tanto tempo esclusenella società italiana, hanno preso altre strade, diverse e avverse. Avviene sul nostro pianerottolo, avviene nella nostra città, avviene nel nostro Paese sedicente aperto, democratico, solidale, dialogante. Si uccidono le donne.Avviene nei piccoli gesti, tanto piccoli che non ce ne accorgiamo. Il tempo delle parole su questa nuova barbarie è finito. È più che mai necessaria una riflessione da parte degli uomini. È loro il problema. È nelle loro mani. Stavolta non si tratta di un potere da amministrare, ma di un esame di coscienza da compiere di un processo culturale da intraprendere, lungo e difficile. Dagli uomini nessuna parola chiara. Non intendo la mancanza di parole di condanna per gli autori degli omicidi, quelle arrivano copiose, forti, decise, talvolta retoriche. Sono parole normali, come se si parlasse di un male considerato ovvio in una società moderna. C’è una quota di incidenti, una quota di omicidi, una quota di rapine… Gli omicidi delle donne troppo spesso vengono inseriti nelle categorie di una statistica. Da lì a considerarli una quota fisiologica di tragici eventi in una società evoluta il passo è breve. L’omicidio delle donne da parte di uomini, quasi sempre a loro vicini, richiede molto di più. Richiede un processo di autocoscienza pubblica perché l’omicidio delle donne passa attraverso il superamento di un io dominante, di un io onnipotente, di un io superiore, di un io padrone, di un io che deve scendere dal piedistallo e finalmente confrontarsi alla pari con il femminile che è anche negli uomini.
Spetta agli uomini a loro e a nessun altro iniziare un percorso di civilizzazione che li porti a prendere atto che, nonostante la storia ascriva loro tante vittorie, tante conquiste, nonostante la narrazione della storia sia tramandata ai posteri al maschile, nonostante i vari credoche ne fanno i motori del divenire umano, in quello spazio umano ci sono due elementi diversi, complementari e indipendenti: uomini e donne, ciascuno con un portato di valori e di speranze che possono essere il sale di un futuro divenire. Ma non è così. Per cultura, per sottocultura, per dominio, per affermazione di potere l’uguaglianza di genere non solo non è compiuta, ma spesso è negata. Si uccidono le donne.