Commento uscito sul quotidiano LIBERTA’ del 7 settembre 2016
Di Antonella Lenti
Donne giovani colpite dal cancro hanno rifiutato la chemio. Ora se ne parla al passato. Loro non ci sono più. Hanno girato le spalle ai protocolli tradizionali della medicina, hanno optato per altre strade e non per la volontà di lasciarsi andare al male, ma convinte, nel fare questo, di curarsi e poter sopravvivere. Ora sono morte. Tutto questo provoca un’enorme tristezza e mi frulla in testa una domanda insistente: se non avessi fatto la chemio, se non mi fossi affidata alle cure canoniche e tradizionali? Se in me avesse prevalso la vocina della paura che mi ripeteva in sottofondo più o meno così… quei veleni ti devasteranno, faranno del tuo corpo una larva… ti lasceranno un segno indelebile dentro: cuore, reni e tutto il resto saranno compromessi per sempre. Se non avessi vinto quell’umanissimo terrore il cancro probabilmente avrebbe avuto la meglio. Una cosa è certa: il cancro non sparisce da solo. Non se ne va come può farlo un mal di testa dopo che ti sei chiuso in una stanza al buio restando ad occhi chiusi. Non se ne va neppure se compi gesti propiziatori di qualsiasi tipo. Il cancro può avere la meglio anche se lo combatti con le armi adeguate, ma se pensi di sconfiggerlo con l’acqua fresca non c’è storia. La chemio è un veleno. Posso ben dirlo dopo tutte quelle che mi sono succhiata. Uccide le cellule malate, ma colpisce anche quelle sane, peró tiene a bada il cancro. Che fare? «Avveleniamo queste maledette» ho pensato. Devo ritenermi un’ingenua credulona schiava di una scienza maledetta? Non credo.
Da credulona ho passato un anno in ginocchio tra febbri, dolori, inappetenze, nausee. Trama ciclicamente ripetuta ogni 21 giorni per i sei mesi dell’estate 2011 e poi per altri sei mesi nell’inverno dello stesso anno. Sofferenza dopo sofferenza mi è andata bene.
Se invece della chemio avessi seguito altre strade… Spesso sulla mia strada le tentazioni le incontravo. “Perché non provi il metodo x, ho saputo che dà gli stessi risultati e non rovina il corpo” mi veniva suggerito ogni volta che qualcuno mi vedeva sofferente e, certo, trasfigurata in quei giorni. All’orizzonte, io ignara, avrebbero potuto esserci miracolose soluzioni. Se avessi aperto le porte a queste tentazioni? Avrebbe vinto il cancro. Da subito. Espugnando il mio corpo già 5 anni fa. Di fronte a quel punto di domanda ho accantonato il dubbio e ho fatto la chemio.
Il prezzo pagato è stato alto. Nell’immediato e nel dopo. Ho perso i capelli, il mio corpo è invecchiato. L’alternativa? Decisamente meno conveniente: il corpo non avrebbe avuto il tempo invecchiare se avessi deciso di non accettare quel compromesso, la cura della medicina tradizionale, la chemio. Che non dà certezze, certo, è un tentativo. E quel tentativo ho voluto coglierlo. E poi chi ha certezze nella vita? Per me è stato il male minore di fronte al cancro.
Mi devo considerare un’ingenua credulona e facilona se dico che questi cinque anni li sento come regalati? So che intorno a me tante persone condividono questo sentire. Ora conservo dentro di me un elenco senza fine di tutte le cose che non avrei visto e fatto, di cui non avrei potuto godere se non mi fossi affidata alle cure. Se non ho mai avuto il dubbio sulle cure da scegliere un altro genere di dubbio in me è entrato. Interiore, morale e profondo: mi faccio curare, non mi faccio curare. Anzi ha rallentato un po’ la decisione di far emergere il problema che mi schiacciava la testa ogni giorno di più. Ne è valsa la pena. Mi sarebbero state negate le gioie della mia famiglia, dei miei animali eccezionali entrambi anche si odiano amabilmente a distanza secondo i cliché di cane e gatto. Non avrei camminato in mezza Europa, non avrei percorso in lungo e in largo i sentieri sotto le vette delle amatissime Dolomiti che sono state una culla di piacere e di libertà in questi anni, non avrei conosciuto tante persone che hanno arricchito la mia vita e continuano a farlo. Ho avuto il cancro, non sono ancora finiti i 5 anni dalla soglia di attenzione.
Nella mia mente ogni giorno sono presenti le persone che questo regalo non lo hanno avuto e sento di dover loro qualcosa della mia esistenza. E’ così che ritengo di ripagare il dono del mio esserci.
I regali non li cerco, non festeggio tanto le ricorrenze, non mi piacciono i riti celebranti in genere, ma questi quasi cinque anni li vivo davvero come un dono.
Un regalo dovuto al caso alla sorte che, pur avendomi messo alla prova, non mi ha girato ancora le spalle, ma anche un regalo arrivato dopo le cure che ho scelto, voluto, subito e delle quali porto con me il lascito. Sì, anche la malefica chemio, la rossa che fa perdere i capelli e rosicchia lo spessore delle arterie. Un regalo dei medici che mi hanno affiancato e accompagnato e un regalo che anch’io mi sono fatta perché fin dall’inizio non ho mai ceduto al diavoletto della disperazione. Diavoletto che, quando ti arriva un cancro, te lo vedi davanti. Ti ammicca sornione e ti offre un antro di riparo dentro cui accettare il male che alimenti tu. Il cancro è subdolo. E un male fisico che intacca l’anima e non esce più dalla tua testa. Non ci si può scordare di averlo avuto perché quando ne esci sei cambiato. Diverso. E il punto è questo, il privilegio di avere avuto il dono di poter ricordare.
In questi giorni mi sembra di vivere in un mondo irreale dove la realtà è ancora più fittizia di quella a cui ci hanno abituati i social. Mi sembra che si racconti una finzione, ma della quale non si riesce a prendere il bandolo, non si riesce a comprenderne i contorni. Si muore di cancro convinti di stare facendo il possibile per curarsi. C’è qualcosa che non funziona. Perché tutto questo? E’ davvero la paura di provare dolore, di soffrire che porta a questo punto?