Se qualcuno due anni fa mi avesse detto: diventerai uno dei soggetti di un calendario avrei risposto siete matti? Neanche morta. Due anni dopo il cancro invece ho detto sì al calendario e mi sono fatta ritrarre a seno nudo insieme ad altre 11 donne e a un uomo. Perché? Perché… ho avuto il cancro e non sono morta. Che stupidaggine è mai questa, si dirà. Semplice: il cancro ha aggredito il mio corpo, le cure per sconfiggerlo lo hanno indebolito, mi hanno lasciato in eredità qualche problemino di salute da governare ma ora, dopo questa esperienza, il guscio con cui mi presento al mondo, il corpo, si prende la rivincita per lanciare un messaggio di vita.
A volte quelle che siamo costretti ad affrontare sono prove ad ostacoli: superata la prima ne arriva un’altra. E, parlando di cancro, quello del rapporto col corpo, anche finita la fase acuta, può diventare uno dei principali ostacoli. Per molte insormontabile. Bisogna evitare di sentirsi menomate e soprattutto bisogna evitare di trasmettere questo messaggio a chi ci sta vicino. Dietro agli sguardi delle donne ritratte nel calendario di Armonia c’è insieme alla sfida del corpo rinato e pronto per una vita nuova, diversa, più profonda e consapevole, la sfida personale che ognuna ha dovuto combattere per arrivare fino a qui.
Ma che bisogno c’era, si potrebbe obiettare, di esprimere tutto questo presentandosi senza veli? Un anno trascorso con un compagno di strada che non ti molla mai per un attimo come il cancro – si può proprio dire che è tenace – ti fa passare le paure, i timori e anche i pudori. Mia madre per un eccesso di pudore si è trascinata fino a morire. Non deve succedere a nessuno. Così, mostrarsi dopo il passaggio del cancro al seno è un messaggio portato a tutte le donne, un messaggio che vuole dire loro di non nascondersi e di andare fiere di una vittoria conquistata sul campo. Ed è anche un suggerimento a volersi bene. Comunque. E’ questo il perché del mio sì al calendario.
L’aggressione al corpo con il cancro avviene subito con la chemio. Quella malefica “rossa” che ti fa perdere i capelli. E’ stato un colpo al cuore, in un pomeriggio via la chioma. Manciata dopo manciata, alla fine della terza settimana della prima infusione, i capelli cominciano a cadere. “Alla fine del primo ciclo se ne andranno. Conviene che se li faccia tagliare perché fa male. Ho sentito il racconto di tante pazienti che mi segnalavano quello dei capelli come il problema maggiore che hanno avuto nell’impatto col cancro e con queste cure”, mi aveva avvertita Nicoletta, l’infermiera del day hospital.
E’ vero. Quello dei capelli è un colpo basso. Ti domandi chi sei diventata, che cosa hai nutrito dentro di te, se per attaccarlo devi passare attraverso la devastazione del tuo corpo. E’ crudele. I capelli se ne vanno e per sette lunghi mesi. Ed è il primo assaggio di quello che succederà dopo, quando il chirurgo inciderà la tua carne per togliere il seno malato. Ma come spesso succede il diavolo non è così brutto come lo si dipinge e, io stessa incredula, sono riuscita prima ad apprezzare la testa pelata, coperta da un misero foulard, e ora a mostrarmi nel calendario. C’è chi ha parlato di coraggio nel gesto di noi 13. Non so se si possa parlare di coraggio. Forse è una fase nuova della vita, fase ignorata prima di essere passate attraverso il cancro. E’ come se, entrate in quella catena, attraversassimo un piano nuovo dell’esistenza dove si trovano, più di prima, calma interiore, ricerca di autenticità, insofferenza verso le banalità. Tutte le banalità. Il risultato sono persone nuove che sentono forte la spinta ad essere d’aiuto agli altri mettendo in gioco se stesse. Non è forse questa la funzione dell’essere umano?
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