Cultura è scelta per lo sviluppo. Alcune considerazioni espresse da Stefano Pareti che di Piacenza è stato sindaco tra il 1980 e il 1985. Riflessioni ma anche idee per dare slancio a un’attività culturale che possa durare nel tempo per far crescere la comunità nel suo insieme

“Tutto quello che riguarda la città, dallo spazio pubblico alle scelte che riguardano la casa, la vita quotidiana, i luoghi di lavoro, accoglienza e cura, è prima di tutto una questione politica che porta con sé scelte amministrative, sociali, progettuali ed economiche che possono fare la differenza”.
E’ Stefano Pareti a intervenire nel dibattito culturale di queste settimane che ha avuto al centro il concerto di Radio Bruno ospitato in piazza Cavalli. Polemiche innescate dalla location, ma non solo.
Francesco Paladino, avvocato e regista piacentino, (se ne è parlato in un post di questo Blog) ha richiamato lo stridere tra l’ambizione di “candidare Piacenza a città della cultura europea per il 2033 con le scelte compiute in questi anni in cui si punta sull’obiettivo di riempire le piazze e non sulla costruzione di un canovaccio culturale vero e proprio (dai Venerdì piacentini ai concerti popolari)”. Paladino confronta quello che accade a Piacenza con le politiche culturali avviate a Parma con un affondo molto critico.
“Che c’entrano – si era chiesto Paladino – queste scelte con l’ambizione di vestire nel 2033 il ruolo di capitale europea della cultura? Città di cultura non equivale a grandi numeri di presenze, il profilo di città di cultura si delinea con scelte centrate sull’intrattenimento. Fare cultura è cosa diversa”.
Sul tema cultura ora Stefano Pareti illustra la sua visione. Non usa mezze misure nel suo argomentare “la città di Piacenza ha conosciuto un solo decennio di attività culturali straordinario – dice – e mai più ripetuto, che ha investito le maggiori Istituzioni cittadine”.
Quale?
“Tra il 1980 e il 1990 (sindaci tra ’80 e 85 lo stesso Pareti e tra ’85 e ’90 Angelo Tansini) il fermento culturale non ha avuto eguali un periodo in cui l’assessorato alla cultura era espresso da Aldo Lanati che ha sempre goduto del consenso dell’opinione pubblica cittadina e del sostegno dei sindaci e delle forze politiche del tempo”
Può portare qualche esempio?
“Presto detto: i Musei di palazzo Farnese, Il Museo di Storia Naturale, Palazzo Gotico, la Biblioteca Passerini Landi, il Teatro Municipale, gli affreschi del Pordenone in Santa Maria di Campagna, i cavalli del Mochi, l’ex chiesa di Sant’Ilario con il progetto di Piergiorgio Armani e Renato Barilli, il Centro Civico della Farnesiana con il progetto di Aldo Rossi, poi snaturato dalla giunta Tansini, ecc.”
In questa fase storica quali sono i contorni che definiscono un’azione, un progetto culturale a suo modo di vedere?
“La cultura va intesa in tutte le sue declinazioni. E’ luogo d’incontro, pur se chi ne fruisce ha valutazioni diverse dal proprio vicino. Si esce di casa e, in tanti, si va in uno stesso posto per il medesimo motivo. Si guarda, si ascolta, si condivide, si critica, si dialoga. In una parola: si compie il primo passo per capirsi. E’ quello che la televisione, che ognuno accende nel buio del proprio salotto, non può e non riuscirà mai a fare (specie di questi tempi! Ma è anche altro…”
Ci indichi le altre potenzialità sulla società che aziona la cultura
“La cultura è conoscenza, approfondimento, ci rasserena ed eleva i nostri pensieri. Fa bene alle nostre città e al nostro paesaggio perché ne impedisce il degrado, e migliora la qualità della vita dei residenti. Le città culturalmente vive attraggono una popolazione di giovani creativi, che ne rivitalizzano l’economia, come si è verificato a Londra, Berlino, Bilbao, Lione e Marsiglia.
E poi va detto e ce lo dobbiamo ricordare sempre che i beni culturali sono l’unico settore in cui nessun Paese al mondo può competere con l’Italia e quindi proporre cultura significa avviare un motore che attrae turismo, anche dall’estero. E diciamolo, la cultura è una precisa scelta per lo sviluppo di una realtà!”
Scelta per lo sviluppo: che cosa intende? E quali forme deve investire?
“Il tema è vasto. Bisogna declinare la dialettica fra città e natura, tipica dell’antichità: per ridare vita, misura e cuore alla nostra città. Per questo è il momento di dire basta, perché rendiamoci conto che siamo arrivati ad un punto di non ritorno”
Intende sulla questione ambientale rapporto tra la città e il suo ambiente?
“Sì. Vorrei proporre, e sperare che sia emanata, una moratoria contro il consumo di suolo libero. Non un blocco totale dell’edilizia, che può benissimo orientarsi verso edifici vuoti o abbandonati, nella ristrutturazione di edifici lasciati a se stessi o nella demolizione dei fatiscenti per far posto ai nuovi”.
Alcuni passi, insufficienti sono stati fatti in questa direzione. Ma la cultura del sistema pare non sia tanto avanti.
“La sensibilità ambientale delle pubbliche amministrazioni, proclamata nei programmi e dispensata a piene mani in feste, convegni, dibattiti e iniziative di vario genere, cede il passo alla ricerca di risorse finanziare portate da oneri di urbanizzazione, licenze edilizie (non importa che l’incasso sia una tantum) ed IMU e affini (che invece garantiscono cospicue entrate annuali)”.
La cementificazione negli anni di ristrettezze finanziarie ha avuto un’espansione esponenziale anche perché le pubblice amministrazioni avevano le casse vuote. In quel periodo – almeno fino al primo decennio degli anni 2000 – si è andati avanti con l’espansione residenziale e produttiva… logistica a go-go che ha toccato tutti… nessuno escluso...
“D’accordo che i Comuni piangono miseria perché l’eurodotto romano porta meno soldi d’una volta, però dovrebbero chiedere ai cittadini se preferiscono dire addio alla campagna o avere, grazie agli introiti da urbanizzazione, qualche opera in più”.
E’ certo che la sensibilità che lei espressa sia già tanto radicata e diffusa tra i cittadini?
“Ci sono alcune domande che vanno poste con chiarezza. Perché si butta via per sempre prezioso terreno della fertilissima pianura padana quando da tante parti l’agricoltura è considerata il business del futuro? Perché con atti di autolesionismo si deturpano in maniera brutale e permanente zone che hanno una remunerativa vocazione turistica sotterrando così la loro ricchezza? Cultura e Green Economy sono il futuro, ma ancora non lo si capisce e ci si attarda su posizioni autolesionistiche”.
Torniamo a focalizzare l’attenzione sul concetto di cultura… e città. Piacenza può ambire a diventare una città d’arte? non ha grandi punti di forza, ma tra territorio e bellezze minori potrebbe ritagliarsi una sua attrattiva?
“Se per città d’arte si intendono quelle città in cui le attività artistiche e del turismo culturale sono prevalenti rispetto a quelle dell’industria e del terziario produttivo, Piacenza forse non appartiene alla categoria. Ma ciò non toglie che sicuramente e storicamente Piacenza sia una città di cultura, perché qui la cultura non solo alimenta molte significative attività di ricerca, dibattito e studio, ma è uno dei fattori connettivi della nostra comunità e ne nutre l’anima.”
Pareti, dal suo punto di vista di osservatore attento delle cose cittadine qual è il termometro culturale oggi?
“In vista delle elezioni comunali del prossimo anno, ci si confronta sul destino della nostra città, più di quanto non si faccia di solito, e di conseguenza anche sulla sua capacità di attrarre, produrre, divulgare cultura. Il che comunque la si pensi è un bene”.
E’ un bene però le sue parole sembrano includere un dubbio non espresso… quale?
“La cultura deve essere un fattore basilare di democrazia, al quale ogni cittadino ha diritto: una città nutrita dalla cultura aumenta la qualità della vita dei suoi abitanti. Vorrei citare un episodio che mi pare eloquente. E che risale al passato…”
Quale?
“Faccio un esempio che pesca nella storia lontana… Nel luglio 1897 il comune di Milano con il voto di una maggioranza di centro-sinistra, cattolici e progressisti, soppresse il contributo di 240.000 lire destinato alla Scala per erogarlo alla refezione gratuita per gli scolari indigenti. Prevalse cioè il ‘primum vivere’ e la Scala dovette chiudere. Riaprì il 26 dicembre 1898 e solo grazie ad una gestione privata. Ma così non fu alla fine della guerra…”.
Che cosa accadde?
“Quello stesso Comune si comportò ben diversamente quando tra il 1946 e il 1947, con la città ancora sconvolta dai bombardamenti, volle con urgenza ricostruire integralmente e riaprire la Scala, oggi il Teatro più prestigioso del mondo, e poi inaugurare il Piccolo Teatro. E ancora nel 1952 quando anche grazie ad una sottoscrizione popolare acquistò la “Pietà Rondanini”, una preziosa scultura di Michelangelo”.
E questo cosa ci dice?
“L’insegnamento che possiamo trarre da quelle lontane vicende milanesi è che si deve trovare un equilibrio politico e contabile tra quanto una pubblica amministrazione destina a servizi di immediata necessità (asili, assistenza, trasporti, verde pubblico, ecc.) ed altri meno evidenti come quelli culturali, che però non possono essere considerati alla stregua di “roba per ricchi, un lusso che si godono i benestanti e che se li vogliono se li devono pagare”.
Quindi il tema culturale non può passare in secondo piano quando c’è una prospettiva per creare sviluppo? Può solo subire una frenata, una sospensione nei momenti di pesante difficoltà?
“Credo che un’Amministrazione pubblica debba ricordarsi di avere anche un livello formativo e culturale non secondario tra i propri fini sociali; e deve adoperarsi per evitare un andamento altalenante della vita culturale, tra periodi (rari) di felici iniziative e altri di desolata latitanza, che alternano la vitalità ai deserti progettuali.
Sono convinto che i servizi culturali debbano entrare a far parte di un disegno amministrativo moderno e razionale del Bilancio comunale, evitando che nella realtà siano considerati servizi “di complemento” che navigano a vista, giorno per giorno, con risorse di dubbio reperimento”.
Quindi secondo lei la cultura deve continuare a rinverdire il potere formativo e il veicolo sono le amministrazioni che lo devono rendere possibile?
“La cultura, con la forza dirompente di ogni strumento di democrazia, riesce a mutare i convincimenti politici, l’economia, il costume, l’educazione, i comportamenti sociali; sviluppa le funzioni critiche e autocritiche, avvicina gli uomini e abbatte i pregiudizi. E a chi di questi valori pensa si possa far a meno, va ricordato che la cultura, quando viene assunta come progetto strategico, è anche uno strumento di crescita economica e di rilancio delle città, come ci dimostrano i casi di Rovereto, Brescia, Mantova, Torino, Genova, Treviso, e altri ancora”.
Lei richiama l’attenzione anche sui giovani. Coltivare il terreno culturale e premere sulla capacità formativa è rivolto soprattutto alle nuove generazioni?
“La cultura è comunque “speranza” da trasmettere ai giovani e una città la deve pensare come qualcosa che duri nel tempo e che possa diffondersi per migliorare la coscienza della comunità, perché questa abbia conoscenza di sé, capisca il passato, indaghi il presente e presagisca il futuro.
Quando il piacentino Giangiacomo Schiavi teneva sul Corriere della Sera la rubrica “Dalla parte del cittadino” scrisse (12 dicembre 2007) una sacrosanta verità: “ … il rilancio di una città è un fatto culturale e non (solo) edilizio”. Infine voglio concludere con un suggerimento…
Sì, dica..
“Il prossimo sindaco di Piacenza non pensi di “fare” cultura solo con le sponsorizzazioni. Anche le imprese private attraversano un brutto momento. Bisogna che esse vedano che il Comune propone seriamente progetti culturali in cui crede: “mettendoci anche del suo”, ma se il Comune per primo si sottrae non saranno certo le imprese a farlo al suo posto”.