LENTI A CONTATTO

CITTADINANZA, POLITICA SENZA CORAGGIO

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Hanno sfilato per dire “Io non rischio”. Hanno cantato le canzoni italiane che hanno ritmato il trekking urbano da barriera Genova a Piazza Cavalli. Bambini sorridenti e divertiti hanno preso parte al “gioco” della Protezione civile, un fiume chiassoso e colorato che si fatto notare e apprezzare dai passanti. Nessuna differenza tra loro. Eppure tanti bambini portavano sul loro viso sorridente, divertito, gioviale e sereno i tratti somatici di una provenienza lontana.
Bambini nati in Italia da genitori di altri paesi non europei. Erano numerosi. Tanti. Non un mistero per nessuno: il numero di bambini “stranieri” alle elementari  alto. Un conto dirlo con una cifra, con una statistica, un conto vedere i loro occhi curiosi, indagatori, sornioni e anche un po’ birichini, vitali, di quella vitalità fanciullesca che non conosce nazionalità se vissuta nella serenità. Quella vitalità fanciullesca che non ha sfumature diverse da un bambino all’altro a seconda della tonalità della carnagione. E qui che ho sentito riecheggiare tutta l’assurdità e la crudeltà del dibattito sul diritto di cittadinanza (ius soli) negata in nome di interessi indefinibili. Il dibattito di un ceto politico che si palleggia per mancanza di coraggio un problema la cui soluzione palese. Elementare. Quei bambini italiani nati da genitori stranieri, non sono estranei, sono parte del nostro Paese.
Quei bambini con i loro compagni di scuola scherzavano, sorridevano, prendevano in giro i grandi che avevano il compito di affiancarli lungo il percorso. Prendevano parte, sotto lo sguardo divertito delle loro maestre e dei volontari di protezione civile, a una piccola esercitazione di cittadinanza per imparare ad essere i futuri cittadini della nostra città, del nostro Paese. Le sagome delle loro mani con i loro nomi esotici, si sono mescolate a quelle dei loro compagni coi nomi italiani e si sono affiancate, sovrapposte, a testimoniare la presenza e la partecipazione a una lezione in piazza in cui il filo conduttore era capire, comprendere, stare insieme per contribuire con gli altri a tenere botta in caso di emergenza. Arriverà un momento in cui lo spazio comune di cittadinanza per quei bambini non sarà più come quello dei loro compagni, considerati uguali per tanti anni. Eppure quello spazio di cittadinanza lo hanno appreso nello stesso modo a scuola e anche quel giorno in piazza Cavalli. Alcuni di quei bambini, una volta cresciuti, non potranno dirsi cittadini del nostro Paese. Saranno italiani, penseranno in italiano, avranno gusti italiani, ma resteranno stranieri. Hanno imparato come gli altri le canzoni italiane, hanno appreso l’accento della parlata, hanno sfilato in un sabato assolato di ottobre insieme ai loro compagni per apprendere che la natura può essere matrigna e se si sta insieme si possono affrontare i rischi che s’incontrano… ma non è servito per diventare cittadini italiani. Saranno lasciati soli. E allora perché quelle lezioni di cittadinanza?
Antonella Lenti
alenti92@gmail.com
(Pubblicato su Liberta’ a fine ottobre)

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