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A primavera “prova di sisma” prima esercitazione con i cittadini

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Il progetto parte dall’Unione Valnure e Valchero e coinvolgerà tutta la provincia. “Messi a frutto gli insegnamenti del dopo alluvione 2015”

di ANTONELLA LENTI

alenti92@gmail.com 


Un piano di protezione civile mette in campo almeno tre soggetti attivi, le istituzioni, le prefetture e i volontari e un soggetto passivo i cittadini ai quali, con le prescrizioni del piano e con le azioni in esso contenute, deve essere garantita la sicurezza e soprattutto che devono sapere dove andare e che cosa fare in caso di necessità. Ma quanti sono i cittadini del Piacentino che conoscono i contenuti del piano di protezione civile del loro territorio? Probabilmente molto pochi. Come si fa informazione sui piani? E soprattutto come vengono coinvolti i cittadini?
Per rispondere a queste domande sono state messe in campo iniziative nuove. Tra queste quella dell’Unione Valnure e Valchero che intende avviare un percorso fitto di informazione che dovrebbe sfociare, nella primavera del 2018, in una esercitazione provinciale in cui si simula un sisma. Esercitazione che, per la prima volta coinvolgerà i cittadini.
Lo conferma il presidente dell’Unione Valnure e Valchero Giancarlo Tagliaferri. “Si tratta di una esercitazione molto complessa – dice – in cui saranno coinvolte tutte le istituzioni, dai comuni alla Prefettura e quindi necessita di un lungo lavoro organizzativo”. Il progetto sarà annunciato l’11 novembre in occasione del passaggio di consegne alla presidenza dell’Unione tra lo stesso sindaco di San Giorgio Tagliaferri e il sindaco di Vigolzone Francesco Rolleri.
«È un progetto ambizioso – sottolinea Tagliaferri – con un’esercitazione inedita per la nostra provincia. Ma non è l’unica iniziativa in campo per informare i cittadini. È in preparazione una brochure inviata a tutti i cittadini dell’Unione in cui si spiega, in modo semplice, chiaro e dettagliato tutto quello che si deve fare e soprattutto non si deve fare in caso di emergenza legata a eventi catastrofici. Sul nostro territorio sta crescendo il gruppo Vega con cui la nostra Unione ha stipulato una convenzione – segnala ancora Tagliaferri – siamo arrivati a 60 volontari dotati di un buon numero di mezzi. Il gruppo di Protezione civile ha sede a San Giorgio e puntiamo sulla crescita del numero dei volontari. Anzi colgo l’occasione per dire che i volontari sono sempre ben accetti!»
«È una tappa del percorso iniziato dopo l’alluvione disastrosa del 2015 – segnala Roberto Santacroce, assessore al comune di Podenzano delegato per l’Unione ad occuparsi di protezione civile.
Dopo quei fatti Regione e Anci hanno avviato una serie di incontri capillari con i comuni e da lì sono venuti input che l’Unione ha recepito». Si va dalle schede sull’evento alluvionale a nuovi schemi per snellire e uniformare i protocolli operativi per gli avvisi e il pre-allertamento della popolazione. Da qui è nata la proposta di velocizzazione dei Coc soprattutto di notte. Così è stata potenziata la rete di pronta disponibilità dei dipendenti comunali e dei mezzi. Sono state censite le aree esondate di tutti i cinque comuni interessati, avevamo i dati delle persone interessate e abbiamo costituito dei gruppi che entro un’ora possono raggiungere le zone colpite. È molto importante per l’efficacia dell’intervento – spiega Santacroce – il minor tempo di reazione possibile. Sono stati potenziati i piani, si e’ aiutato il gruppo intercomunale Vega, potenziata la sala radio, individuato il Com a San Giorgio e Com due a Vigolzone (responsabile il comandante della Polizia dell’Unione Paolo Giovannini). Non è però ultima la questione informazione e formazione. Siamo andati nelle scuole a San Giorgio e Podenzano – dice – e ora si apre l’ultimo capitolo, il coinvolgimento dei cittadini. Saranno necessari alcuni mesi preparatori e già da martedì al via i primi incontri.

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Emergenze e allerte:
48 piani comunali per
organizzare i soccorsi
Informazione ai cittadini, aggiornamento delle mappe: nodi cruciali per la macchina della protezione civile che ha mosso i primi passi nel 2002
Se scatta un’emergenza (qualsiasi) bisogna essere pronti; sapere chi chiamare; avere il quadro dei mezzi disponibili; sapere quanti abitano nelle zone colpite; se ci sono animali; se ci sono fabbriche, inquinanti o no…; è necessario avere a disposizione un’area sicura per ammassare i volontari con i loro mezzi e altre per accogliere le persone che devono essere sfollate dalle loro case se la situazione lo impone. Aree da predisporre in zone sicure. Se tutto questo è stato codificato in un piano i tempi si accorciano e gli interventi possono essere più incisivi. Le emergenze si battono anche sul tempo.
«Aver pensato nella fase di stesura di un piano all’eventualità più remota è sempre vincente, non è una fuga in avanti», spiega il dottor Fabrizio Marchi, geologo responsabile per Piacenza dell’ambito protezione civile della Regione. Molto è stato fatto, «nel 2003 erano pochi i comuni con i piani, ora ne abbiamo 48», ma di strada se ne deve fare ancora e riguarda l’aggiornamento. La revisione dei piani di protezione civile non è imposta per legge, ma il messaggio è semplice e chiaro: mettersi in sicurezza è la prima cosa che si deve fare e non sempre succede. Spesso si sottovalutano i rischi anche se qualcosa ora sta cambiando, anche a seguito di sempre piu’ numerosi eventi calamitosi.
Quindici anni di lavoro

 

I Piani di protezione civile risalgono agli anni 2000. Plichi di carte e cartografie che non basta redigerli una volta per tutte e poi chiuderli nel cassetto e dimenticarseli. E soprattutto nei singoli paesi non basta predisporre un solo punto operativo per l’emergenza, ne servono più d’uno perché devono essere coerenti con i vari tipi di calamità.
«Se si sceglie come quartier generale un edificio antisismico può andare bene in caso di terremoto, ma potrebbe non essere adatto in caso di alluvione se quel luogo indicato si trovasse in prossimità di un fiume e l’emergenza fosse proprio un’alluvione. Ecco quindi la necessità di diversificare le strutture a seconda del tipo di emergenza – assetto idrogeologico, terremoto, alluvione, incendio boschivo… ecc. e in un piano di protezione civile vanno previste tutte anche se certe zone potrebbero essere più soggette ad alcune in particolare». Il principio è non farsi trovare impreparati.
Una fotografia sempre fedele
Un piano di protezione civile è un corpo vivo che segue e cambia con la realtà. Anche quotidianamente. Bisogna conoscere nel dettaglio l’evoluzione che ha avuto il territorio, indispensabile per programmare gli interventi. Ci tiene a sottolinearlo con forza Fabrizio Marchi che fa un esempio: se siamo in presenza di un’alluvione devo sapere se in quell’area golenale o in quell’altra risiedono ancora delle persone oppure se prima era abbandonata devo essere a conoscenza se ora è abitata. Sono informazioni che devono essere riversate nel Piano di protezione civile che può cambiare in continuazione. Faccia conto di scattare una fotografia. Un minuto dopo che l’ha scattata la realtà è già diversa. Questa è la sfida e anche la difficoltà.
Manutenzione costante
Quella della protezione civile deve essere una macchina perfetta e ben oliata dove ogni pezzo deve incastrarsi nell’altro e soprattutto dove ogni tassello ha un ruolo preciso da svolgere. Per questo, come tutte le macchine è indispensabile la manutenzione. I piani di protezione civile comunali sono partiti all’inizio del 2000, ma è in questi ultimi anni che se ne sta facendo una profonda revisione. “È un percorso essenziale” sottolinea.
A che punto siamo? «Si può dire che siamo al 98% dei piani rivisti e revisionati – spiega il dottor Marchi – e con la legge 100 del 2012 con l’attività di coordinamento dell’emergenza è tornato alla Prefettura anche il compito di procedere all’aggiornamento dei piani stessi un quadro nuovo dove certamente la Regione darà il necessario supporto tecnico. Ora che dopo questi anni di cambiamenti istituzionali abbiamo raggiunto un assestamento sarà possibile inquadrare una modalità funzionale per tenere d’occhio la macchina della sicurezza. Ma resta determinante l’apporto dei territori, dei Comuni che possono fare da guida alla grande macchina della protezione civile. Il loro ruolo è sempre fondamentale. Come lo è altrettanto quello dei volontari che in questi anni sono cresciuti di numero e si sono altamente professionalizzati, meriterebbe un capitolo a parte nella narrazione sulla Protezione civile».
Antonella Lenti
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Verde, giallo, arancione e rosso a seconda della gravità
Attenzione, pre-allarme e allarme
I codici arcobaleno entrano nei Piani
C’è un compito all’orizzonte che spetta ai Comuni e riguarda l’adeguamento dei Piani di protezione civile ai nuovi “Codice colore” che la Regione ha impostato. Si tratta di un aggiornamento relativamente semplice – spiega Fabrizio Marchi – ma importante perché il sistema prevede di far corrispondere le fasi di emergenza ai colori. Quali colori?
Sono il verde, il giallo, l’arancione e il rosso. Si sostituiscono cromaticamente le segnalazioni di attenzione, preallarme e allarme. E qui entrano in campo le caratteristiche dei territori. Faccio un esempio se dalla Regione scatta l’allarme meteo di attenzione non in tutti i comuni questo messaggio può tradursi in un codice verde. Infatti se quel territorio è soggetto a problemi idrogeologici quell’attenzione in quel territorio potrebbe rappresentare un pre-allarme e quindi potrebbe diventare giallo a segnalare un rischio potenziale. L’esempio concreto il geologo Marchi lo porta con l’Arda, uno dei punti più a rischio della provincia per la presenza di una portata torrentizia che, in presenza di copiose precipitazioni, può creare una certa preoccupazione e quindi in quel caso, per questo territorio, l’allerta non sarà più attenzione, ma diventerà di pre-allarme. In quasi tutti i Comuni sarà un lavoro da fare e tanto più sarà ragionato sulle situazioni locali tanto più sarà efficace.
Marchi mette ancora al centro il ruolo dei territori indispensabili in certe fasi di emergenza. Va considerato il fatto – dice – che se la popolazione non ha punti di riferimento certi anche sul come avere le informazioni necessarie si trova spaesata. Da qui la necessità di individuare zone idonee che possano diventare immediatamente operative in caso di calamità. Solitamente si individua come Centro operativo comunale la sede del municipio, ma sarebbe bene indicare anche un luogo alternativo nel caso in cui, per il particolare tipo di calamità, l’edificio non fosse fruibile. Ma deve essere valutato territorio per territorio. Perché solo chi vive nei luoghi conosce da vicino i problemi.
Facciamo il caso di un’emergenza per ricerca di dispersi: è importantissimo che ci siano persone che conoscono da vicino i posti. Si possono indirizzare i soccorsi senza spreco di tempo ed energie. Altrettanto importante è attivare l’informazione delle persone e formare personale sul territorio oltre a tenere vivo il principio di sussidiarietà tra i Comuni. Vale soprattutto per i mezzi a disposizione ed è per questo che dovrebbe essere costruita una mappa delle disponibilità delle risorse.
a.le.

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Allerta meteo-Er
Possibile informare online
Solo Piozzano ha aderito
È recente la possibilità da parte dei comuni di inserire, dopo una convenzione con la Regione, il proprio piano e gli aggiornamenti conseguenti nel portale partito a inizio maggio “Allerta meteo-Er”. Ma sono pochi quelli che lo hanno fatto. Nel Piacentino solo un comune, Piozzano, ha utilizzato questa possibilità che “porta in casa” dei cittadini di quella zona le informazioni che permettono di sapere che cosa si deve fare se scatta un’emergenza. Per il resto c’è chi lo ha nel proprio sito comunale, c’è chi lo ha illustrato in una seduta pubblica, ma nessun vademecum con la sintesi delle informazioni base. Forse arriverà con una crescente sensibilità verso questi temi indotti anche dai fenomeni meteorologici che improvvisamente si scatenano e devastano un territorio. Il pensiero va all’alluvione del 2015 che ha sconquassato l’intera Valnure dai monti alla pianura.

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