SALUTE - SERPE IN SENO

Contrordine, ora è di fusioni. Federalismo, chi lo conosce?

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Fusione: riflessioni pubblicate su Libertà il 2 marzo 2016
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Leopoldo Fregoli impallidirebbe di fronte alla capacità
di cambiar d’abito che negli ultimi vent’anni hanno mostrato i politici
proponendo un susseguirsi di riforme l’una opposta all’altra. Fregoli,
il re dei trasformisti, si farebbe da parte. Il nuovo totem di questa stagione
sono le fusioni. Fusioni su, fusioni giù. Evvai.
Fusioni. La tensione
ideale batte oggi su questo tasto. Sembra essere la nuova frontiera e si
promettono cambiamenti mirabolanti, opportunità eccezionali e mai viste
sulla scena italiana. Oggi è la fusione il ponte levatoio necessario per
traghettarci verso una modernità rimasta finora al palo. I Comuni sono
spinti a unirsi seguendo il criterio in base al quale l’allargamento dei
confini creerà un peso specifico tale da garantire opportunità di finanziamenti,
di gestione dei servizi che, se accentrati, possono offrire ai cittadini
una migliore risposta. Bene. Tutto questo s’inquadra in una nuova filosofia
istituzionale che punta al “grosso è bello”.
Stagioni nuove, tempi nuovi. E si guarda all’Europa dove ci sono Regioni
larghe, con milioni di abitanti, che quindi hanno un peso notevole nelle
scelte dell’Unione.
La spinta a unirsi è la nuova via maestra, il nuovo
abito.
Se cambiano gli abiti, però, restano gli incentivi. Sulla leva
monetaria poggiava anche il primo amore di questi ultimi vent’anni: erano
i tempi del federalismo che ha lasciato il posto alle nuove forme basate,
queste, sulla ricentralizzazione del sistema. La terminologia è composita
perché la società moderna non è lineare come quella arcaica e quindi il
nuovo abito tagliato su misura procede a tappe: Unioni, Fusioni, Aree vaste.
Tutto fa pensare a un ritorno di gigantismo e proprio di quel vituperato
centralismo che dagli anni Ottanta in poi si è considerato la madre e il
padre di tutti i mali. E’ da quel momento che è scattato l’imperativo:
“Contrordine si cambia”
Il percorso per arrivare fino a qui è stato lungo.
Qualcuno si ricorda più il tempo del federalismo spinto che poi portò alla
riforma costituzionale chiamata Bassanini? Qualcuno si ricorda della politica
di allora stretta tra le richieste della piazza (“i soldi di casa nostra
restino a casa nostra”, “ognuno padrone a casa propria”) e uno Stato centrale
ormai inviso e considerato rapace? Per sedare la piazza arrivò in quel
momento la ricetta dolce di un federalismo – o regionalismo – che ingrossò
il moloch Regione al punto di creare decine di piccoli stati nel governo
di sanità, urbanistica eccetera. Tanto che se ti ammali in Friuli la tua
Regione paga a caro prezzo la prestazione là offerta, la stessa cosa vale
tra Emilia Romagna e Lombardia…
Passati una quindicina d’anni il tema
del federalismo sembra scomparso. Nessuna traccia. Chi se lo ricorda più?
Mandato al macero, come gli abiti portati e riportati fino a venti chili
prima e poi, dopo il dimagrimento, zac, piazza pulita e non se ne parla
più. Stessa cosa col federalismo. Alzi la mano chi se lo ricorda più. Nessuno.
Nessuno. Nessuno
Dal modello “piccolo è bello” si è passati a “grosso
è bello” con uno stacco deciso. Con un avvitamento azzardato e senza rete
sono arrivate nuove riforme.
A questo punto dal valore che per anni è
stato attribuito al piccolo paese si è arrivati a pensare che sono le Unioni
a dare forza e carattere ai territori. Quindi dalle Regioni, facendo tintinnare
sullo sfondo profumati finanziamenti, è venuto l’imput ai piccoli Comuni
a unire a mettere insieme le forze. Da un certo punto di vista il vantaggio
prospettato è sempre lo stesso: una migliore funzionalità. In realtà l’era
delle Unioni è coincisa con gravi segnali di crisi dettati dall’indebitamento
e dopo anni di ristrettezze imposte alla spesa pubblica dei Comuni. Ora
anche le Unioni (che non hanno mai avuto l’exploit sperato) sembrano superate
perché, con lo scioglimento delle Province, è diventato necessario creare
roccheforti territoriali, da qui il nuovo imperativo: “Contrordine, si
cambia, facciamo le fusioni”. Delle Province non si sa cosa fare, ma si
ha già l’abito pronto da indossare: è tagliato sull’Area vasta.
Non se
ne sa nulla, ma è una cosa nuova. E’ la molla dei soldi a spingere verso
le nuove forme. Ancora non è spenta l’eco delle mirabolanti promesse federaliste
che si è fatto strada un nuovo mantra: “grosso è bello”.
Si resta disorientati,
come di fronte alla giostra con i seggiolini volanti, volgarmente dette
“calcinculo”, per la frenesia del nuovo che seppellisce il vecchio. Nulla
impedisce che tra una decina d’anni, o forse meno, si torni a puntare su
“piccolo è bello”, in fondo il municipalismo è nel nostro dna. E, se così
fosse, il disorientamento sarebbe completo. Come quando scendi dal calcinculo.

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