Ultimo weekend per TERRITORIA, l’esposizione organizzata dalla galleria IL LEPRE di Sandra Bozzarelli Vegezzi. Venerdì 3 novembre riapre i battenti la vecchia officina dei tram in vicolo del Guazzo, una preziosa testimonianza dell’archeologia industriale piacentina che ospita quattro artisti di grande talento. Brunivo Buttarelli, Gianni Lucchesi, Roberto Boaiardi e Marco Rigamonti. espressioni d’arte diverse tra loro: scultura, pittura e fotografia che si integrano esaltandosi a vicenda a traendo anche forza e sapore dall’ambientazione in cui si trova. Il sapore che emana quel vecchio luogo di lavoro che nei materiali e nei segni del passaggio operoso dell’uomo ci rimanda al nostro passato che appare tanto più remoto ai nostri occhi tesi a inseguire la velocità dello snocciolarsi di una vita sempre più virtuale. In tutti i sensi e nel vero senso della parola. Territoria ci fa pensare e ci interroga su alcuni punti fondamentali della nostra vita quotidiana sugli affanni che spesso mettono in ombra quello che abbiamo sotto agli occhi tutti i giorni. Il riuso di questo luogo in chiave arstistica apprezzato tantissimo dalle innumerevoli persone che sono passate a visitare la mostra ora che sta per tornare nel sonno profondo del passato, si accinge a rientrare nella dimenticanza urbana come se, allo scoccare della mezzanotte del 5 novembre, dovesse cadere di nuovo nel letargo in cui e’ stato per tanti anni. Ma è un canovaccio proprio scritto in questi termini? Niente è scritto se non lo si vuole davvero. Nell’ultima fine settimana di TERRITORIA la vecchia officina ospiterà un convegno dedicato al tema del riutilizzo degli spazi urbani abbandonati. Un modo per lanciare un appello a chi pianifica la città a chi ha gli strumenti per incidere – e non è certo una questione di soldi, ma di volontà a fare – su questo tema che spesso riempie la bocca nei convegni, ma non i progetti degli stessi urbanisti. Sandra Bozzarelli con TERRITORIA ha mostrato quanta bellezza, quanto progetto può scaturire da aree cittadine dismesse dalla loro funzione è ormai incanalate sul binario morto. Territoria ha preso vita in una veccia officina di tram. Da quelle rotaie ora soltanto simboliche che erano contenuto in quello spazio di lavoro si facciano partire nuovi progetti. La visione non può finire .
************************************
Territoria, la mostra organizzata dalla galleria Il Lepre di Sandra Bozzarelli Vegezzi e’ decollata. Non solo. Venerdi’ 20 ottobre con l’apertura si e’ svelato alla citta’ uno spazio celato e dimenticato per lungo tempo. Una vecchia officina per la manutenzione dei tram in vicolo del Guazzo a Piacenza, nella parte antica che sente da vicino il fiato grosso del Po, ne ha vissuto, sentito e sofferto le intemperanze e accanto al grande fiume ha cambiato volto. Qui sono rimasti angoli “congelati” perche’ non intaccati dal divenire del tempo. Luoghi nascosti, discreti che chiedono solo di riavere una nuova vita. Con l’esposizione della Galleria Il Lepre progettata magistralmente da Marco Vegezzi la vecchia Piacenza, quella degli opifici solidi e parlanti si e’ mostrata sulla scena. Il suo ruschello ghiacciato che crepita sotto il peso delle persone che passeggiano lentamente di fronte alle opere illuminate da sotto crea esso stresso un effetto d’arte in movimento. Effetto incredibile ottenuto posando a terra vecchi parabrezza di auto scheggiati che ancora portano i segni del loro precedente lavoro (dalle ombre dello specchietto retrovisore a quello del telepass o anche gli adesivi acquistati prima dell’ingresso in Svizzera). La rete “canneto” su cui sono appese le opere fa un tutt’uno con un ambiente naturale ricreato all’interno dello spazio meraviglioso dell’officina. Citazioni su citazioni si rincorrono come i neon a terra a richiamare la vecchia illuminazione dello spazio d’atmosfera che ospita l’esposizione.
Le bellissime opere che qui hanno trovato spazio ci offrono uno spunto, un esempio di come la stratificazione della storia urbana possa rappresentare un trampolino per un nuovo capitolo di citta’ moderna che sa da dove viene e non lo vuole nascondere ne cancellare. Buttarelli, Lucchesi, Boiardi e Rigamonti con i loro lavori, con la materia che cambia ruolo, aspetto e significato nella loro interpretazione ci accompagnano in una nuova avventura che apre anche lo spiraglio per una riconciliazione con la natura. Viviamo troppo spesso sospinti dall’arroganza di supremazia su una natura ferita e prostrata alle nostre volonta’. Attenzione, non puo’ essere cosi’, non puo’ essere cosi’, lo sappiamo bene, ma lo neghiamo a noi stessi.
LUCCHESI – Fanno riflettere i lavori di Lucchesi che sceglie per la sua comunicazione due livelli paralleli. Il dentro e il fuori dell’essere. Una forma umana appena tratteggiata con la grafite sotto cui si allargano gli spazi interiori talvolta gravidi di angoscia da venire rappresentati col nero; talvolta appesantiti da una lunga storia personale composta dal vissuto familiare rappresentato da segmenti paralleli in rilievo. Cio’ che sembra non e’ mai. Cio’ che mostriamo nasconde sempre una forma diversa. L’espressione, il modo con cui ci presentiamo al mondo e’ una facciata ritoccata abbellita, lisciata, ma… scava, scava le rughe le voragini, le paure il terrore della vita vissuta si fanno largo e sopravanza, sempre, il tratteggio di grafite, la figura umana che scompare di fronte al premere del suo io interiore. Qualunque sia il suo modo di porsi: lo spavaldo, il timido, l’arrogante, tutti scompaiono di fronte all’ingombrante bagaglio del vissuto che si porta dentro.
E poi i luoghi rivisti di Boiardi e Rigamonti. Due strumenti diversi di mostrare i luoghi: la pittura di Boiardi e la fotografia di Rigamonti.
BOIARDI – Paesaggi urbani segnati dalle rughe del tempo e dell’incuria quelli raffigurati da Boiardi. Immagini ragginate di periferie, case popolari, vecchie fabbriche con un grande futuro davanti che sono state lasciate ai margini travolte dal dilagare di un cemento senza forma che soffoca le citta’ e soprattutto le campagne facendo scomparire le “terre di mezzo” e creando un grande cratere cementato che soffoca e stringe alla gola. Toglie il respiro. Colori bruciati, colori dell’abbandono. Da leggere come una denuncia chiara, netta, per ripensare uno spazio non illimitato che stiamo distruggendo: mattone su mattone. Lavori che catturano per quella patina di cui sembrano coperti. Patina che fa scorrere, come lancette dell’orologio, il tempo che ha lasciato i suoi segni. Immagini che arrivano certamente nitide ma pervase da colori impastati di polvere, la polvere che se si e’ posata sulle cose si e’ insinuata anche nella nostra capacita’ di vedere con nitidezza contorni urbani che ci vanno via via togliendo il respiro. Nel vero senso della parola.
RIGAMONTI – Rigamonti punta l’obiettivo su luoghi marini. Ma dagli sfondo pastello ora la tonalita’ si fa ocra. Una visione filtrata che sfuma i contorni, uniforma i colori e azzera quasi i contrasti. Immagini che ci offrono paesaggi marini come proiettati dal film della memoria. Un effetto straordinario ottenuto con uno strumento antico: la vecchia Polaroid. Ma non solo. Rigamonti compie un’altra operazione manuale: tratta le foto con l’aceto balsamico e sull’immagine cala il sipario del tempo esaltando ancora di piu’ quel vuoto, quell’abbandono di luoghi inutilmente antropizzati e poi abbandonati quando non servono piu’. Tutto si esaurisce, anche i luoghi prima eletti luoghi del cuore (o meglio del consumo) poi bruciati dalle mode e dalla migrazione improvvisa delle masse. Parlano le foto di Rigamonti e ci raccontano tanto. Molto piu’ di un dialogo di parole. Quello di Rigamonti e’ un dialogo con la memoria, con il sentire e con vissuto di ciascuno. Su quello sfondo ognuno puo’ raccontare la sua storia, il suo sentire, il suo vissuto. Puo’ sentire le onde col loro ritmo oscillante infrangersi sul muretto del molo, puo’ sentire il vento che s’infila nello spazio tra due costruzioni e finisce nelle fronde di una pianta a riparo per l’inverno… sotto la patina del tempo e dell’abbandono sente scorrere la vita che fu.
BUTTARELLI – Buttarelli incanta con la trasformazione di materiali poveri. Materiali che ti trovi abbandonati su una spiaggia quando d’inverno il mare trasporta i giacimenti naturali scovati chissa’ dove, levitagati dall’acqua e dal tempo. Sono la pietra o il legno, quello che per curiosita’ indifferente maneggi per caso quando li trovi. Osservi, prendi, getti via non curandoti della poesia che hanno in sé. Come la carta trattata, pressata, sovrapposta che diventa un paradigma dell’evoluzione della terra ed e’ la meravigliosa libreria che domina la parete di fondo della vecchia officina che ospita Territoria. Una preziosita’ manuale e una filosofia concettuale. La osservi, la guardi, la riguardi e ogni volta scopri qualcosa di nuovo, di incredibile di sorprendente. È sempre alle grandi dimensione che Buttarelli lancia la sfida come la figura alata (asessuata), ne angelo, ne donna, ne vestale. Figura alata che accoglie il visitatore dall’ingresso alla mostra in vicolo del Guazzo. Figura alata di ferro e marmo. Contrasti cromatici e contrasti di “valore materiale” che mai penseresti di accostare con tanta armonia estetica di forme. Si stempera con la sua mano la ruvidita’ rugginosa del ferro da cui escono bianche e gentili, eleganti le ali di marmo di Carrara. Ali di marmo che sembrano leggere come piume. E’ una sfida coi materiali, e’ una sfida per la ricerca dell’armonia che, a valutare le sue opere, ha come obiettivo un semplice quanto alto punto d’arrivo: armonizzare tra loro la crudità della pietra e del metallo con la leggerezza e la fragilità della carta. La rappresentazione della citta’ che espone a Piacenza e’ un cangiare di luce effetto dalla lastra di metallo che si opacizza che, come la citta’ sotto i nostri piedi cambia luce ad ogni ora del giorno. E’ una citta’ fredda quasi morta che ci si mostra davanti. E’, quello di Buttarelli sono una visione onirica o non e’ forse la rappresentazione di un destino verso cui corriamo talvolta negandoci l’evidenza?
Antonella Lenti
alenti92@gmail.com