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“TERRITORIA” E’ STATA L’AREA DI CONFINE DI UNA PARTE DI CITTA’ DIMENTICATA

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Focus Piacenza
Sandra Bozzarelli racconta l’esperienza dell’esposizione che ha animato l’ottobre piacentino. Nel cassetto un sogno
Portare l’arte nelle periferie in un container-galleria. Quella volta alla fiera di New York nel cuore di Chelsea…

Archiviare un’esperienza carica di emozioni, di novità e di contaminazioni culturali, artistiche e sociali come èstata Territoria non è facile. Oggi a qualche settimana dalla conclusione della rassegna Sandra Bozzarelli della Galleria Il Lepre che con il marito Marco Vegezzi èstata l’anima dell’iniziativa lo considera un capitolo archiviato che entra a far parte nel carnet della sua attività come gallerista ma anche di donna di cultura che a Piacenza – amandola profondamente – dedica la sua attenzione e la speranza di rinascita proprio attingendo dalle esperienze che ha maturato nella sua attività in giro per il mondo, dall’Europa agli States. “Vedere svuotare quello spazio eccezionale nel giro di 48 ore, rivederlo con le auto parcheggiate è un dolore ma va bene così. È stata un’esperienza che ci ha donato arte. E non è poco. La conclusione di quest’ultima non èvissuta come il vuoto”.

Ora la sua galleria di via Felice Frasi è tornata ad essere il cuore del suo lavoro, quello spazio di archeologia industriale scoperto per caso nel girovagare intorno alle periferie se ne sta dormiente tra viale Sant’Ambrogio e vicolo del Guazzo. Ma si èfatto conoscere e forse non sarà dimenticato dai tanti che sono passati in quell’angolo della vecchia Piacenza. Tanti che si sono rammaricati che quei luoghi appartenuti al passato con funzioni diverse avrebbero oggi molte cose da dire, molte nuove storie da narrare certamente su altri registri.

È STATO UN GRAN LAVORO
“Riguardando le foto delle fasi di preparazione di quello spazio – segnala Sandra – mi sono trovata tra le mani un materiale incredibile. Tantissime foto tanti momenti di cui non ho tenuto conto, un gran lavoro”.
Una vera e propria “fabbrica” ha ruotato intorno a “Territoria” PIACENZAe in quel capannone. “Di questo mi sono resa conto solo qualche giorno dopo la chiusura della mostra. Sai quando si èconvinti di fare una cosa, quando sai già prima di averlo realizzato come sarà, come si presenterà ecco, nonostante tutto il lavoro che è stato necessario per sistemare le cose nella mia mente già mi prefiguravo come sarebbe venuto. Del progetto che ha fatto Marco per l’esposizione delle opere abbiamo parlato all’inizio, una volta e in linee generali. Ho completa fiducia in quello che progetta e quindi non ho più interferito. Non interferisco mai perché so che le cose procederanno sempre per il meglio. Abbiamo avuto una sola discussione e ha riguardato la fila di neon parallela alla linea retta su cui erano posizionate le opere. La mia preoccupazione era legata al timore che potessero disturbare le opere. Non è stato così. Affatto.
Parla di normale e sana agitazione che si manifesta ogni volta che si deve partecipare a una fiera. “Il progetto di come disporre le opere che mette in esposizione è giàin testa e una volta che ho chiaro come fare il lavoro è quasi già fatto”.
Si può dire virtualmente fatto? “Sì, si può dire così” .
Per Territoria il lavoro non èstato indifferente. Oltre alla preparazione standard che si fa in galleria (di solito non c’è una persona sola a occuparsi di tutto) dai contatti con la stampa al rapporto con gli artisti “naturalmente quest’ultimo aspetto era stato attivato da molto tempo” dice Sandra.
PRIMA TI SPORCHI LE MANI, POI LA “VERNICE”
Quando si pensa di utilizzare uno spazio abbandonato si deve tenere conto che ci sono molte incombenze concrete e pratiche da mettere in atto. Nel capannone non c’era acqua, non c’era luce e quindi si è dovuto seguire anche la parte tecnica. “Anche questo èuna parte del lavoro che spetta al gallerista. Nell’immaginario di tutti si fissa l’immagine della “vernice” quando tutto è pronto e si apre il sipario sul vernissage – rivendica Sandra –  e allora tutto è lindo, pulito, ti presenti truccata ai visitatori e con l’abito dell’occasione. Per arrivare a questo momento, però, ce n’èvoluto di lavoro e te ne sei sobbarcata tanto. Comunque proprio perché questo progetto era tanto importante sarei stata disposta a fare anche di più, perfino a strappare l’erba nel cortile che sarebbe diventato l’ingresso alla mostra. Poi per fortuna la gentilezza del proprietario della struttura ha evitato questo lavoro e ha fatto portare qualche camion di ghiaia. Così il lavoro col badile ci è stato risparmiato”.
CHIESA DI SAN LORENZO, SOGNO INFRANTO
Sandra Bozzarelli un progetto per portare arte all’interno di un edificio abbandonato della città vecchia lo aveva già elaborato e presentato alle istituzioni. Ora vista la riuscita di “Territoria” può essere il momento per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Perché quell’altro progetto non andò in porto?
“Già. Brutta storia. Avevo avuto la quasi assicurazione che sarebbe stato possibile avere l’utilizzo per un’esposizione nella chiesa di San Lorenzo in via del Consiglio. Quello è un bene demaniale e avrei voluto dare il mio contributo per arricchire la proposta culturale e artistica di Piacenza in occasione della mostra del Guercino che si sarebbe aperta di lì a poco. Per una serie di oscure ragioni non se ne èfatto nulla. Come l’ho presa? Beh, non bene. Per nulla. Dopo un primo momento di delusione, incazzatura ho girato pagina. E mi sono detta bene, una mostra in città in una struttura abbandonata la faccio ugualmente anche senza il sostegno delle istituzioni. Ho girato pagina e alla prima occasione il progetto si èpotuto concretizzare”.
I luoghi della storia, grande o minore che siano hanno un fascino che completa il gesto e l’interpretazione artisitica anche moderna. “È qualcosa che va al di là della commercializzazione pura e semplice” dice.
E questo sempre e ovunque.
PROGETTO CONTAINER E PERIFERIE
Sandra ora ha in serbo un’altra idea che attende di concretizzarsi. Tempo fa avevo pensato che sarebbe stato importante portare l’arte dove non c’è. Nelle periferie, per esempio. Come? “Basterebbe avere un container da spostare ora al Peep, ora in una frazione ora alla Besurica e lì esporre come fosse una galleria.
Come farlo? Sono dettagli che non mi interessano. Hai presente che valore dirompente potrebbe avere questa cosa?”
Quando qualche anno fa l’ho proposta all’allora sindaco Dosi ha accolto la mia idea con favore e apprezzandola però l’unica cosa che mi ha sottolineato è il plateatico che avrei dovuto pagare (!!). Mentre mi spiegava tutto ciò mi guardava come se fossi fuori dal mondo e mi son detta: ‘penserà’ mica che son si quelli che vanno in giro a dire di sentirsi Napoleone’?”
Uno dei miei sogni ècreare eventi a vita breve, che ne so… di quattro ore. Esposizioni lampo in luoghi dove di arte non c’è mai traccia. Non penso a dei “flash-mob” artistici perché non dovrebbero avere l’effetto sorpresa, dovrebbero essere preparati e comunicati per tempo. Un concetto basato sul cogli l’attimo dell’arte, una strada attraverso cui creare stimoli e curiosità nelle persone nei confronti dell’espressione artistica. Non parlo di allestimenti folli ma di proposte assolutamente semplici. Tante volte in galleria arrivano persone che mi dicono “ah io della pittura concettuale non capisco nulla” e quindi l’idea di portare la galleria all’esterno è un tentativo per superare il timore che la gente ha di entrare in galleria. Quindi la galleria vada tra la gente.
PICCOLA GALLERIA NELLA GRANDE MELA
Sandra rievoca la prima volta a New York. Elettrizzante. E di quell’avventura che risale al 2012 parla ancora oggi con non poca emozione. La fiera si trovava a Chelsea zona di gallerie. “Avevo portato quattro artisti. Mi trovavo tra stand di tutto il mondo con la mia piccola galleria di una città di provincia aperta da soli sue anni. Terrore. E mi sono chiesta non appena ho messo piede in quel grande spazio: “che cosa ci faccio qui?” Poi mentre si stavano predisponendo gli spazi per i quadri passa una persona – ancora prima dell’inaugurazione – si ferma e mi dice: “Bello questo quadro, quanto costa?” In quel momento ogni timore èscomparso e mi sono detta: “Allora ci posso stare anch’io in questa grande fiera americana, ho qualcosa da dire anch’io”. Alla fine si sono rivelati quattro giorni bellissimi. Di New York ho visto niente, ma sono stati giorni fantistici. Nel 2014 ho replicato con New York e poi è venuta anche Amsterdam. Quando fai le fiere all’estero incontri tanti galleristi tante esperienze diverse. Ti si apre un mondo nel vero senso della parola. Esperienze importanti. Del resto però qualsiasi esposizione è una storia a sé ma al fondo – ricorda Sandra – in tutti i casi c’èlo sforzo di raggiungere equilibrio tra le opere degli artisti che proponi. Il mio lavoro è difficile in questo senso: non bisogna mai distogliersi dalla visione d’insieme della mostra. L’armonia che emana da un’esposizione è il primo passo della sua riuscita. Certo che prima di ottenere risultati di mostre ne devi aver viste molte. Tantissime. Il gusto, l’occhio, la visione, la capacità di comprensione ha bisogno di un grande allenamento.

Da tutto questo possono scaturire progetti importanti.
ANTONELLA LENTI
alenti92@gmail.com

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