outfit di strada. Rubrica del lunedì su Libertà. Pubblicato il 20 giugno 2016
L’importante è stupire. L’importante è mischiare. L’importante
è osare. Difficile capire che cosa sia la moda, quali siano i canoni che
reggono il business che ha fatto conoscere l’Italia nel mondo insieme all’altro
capitolo della creatività nostrana il design. Stupire, mischiare, portare
in giro nelle strade sulla propria persona quel caleidoscopio che sono
le esistenze di una città, di una periferia di una parte del mondo che
non è più staccata dal resto nel recinto delle proprie tradizioni è anche
altro. Aree del mondo sempre più sovrapposte, sempre più interdipendenti.
Non è questa la cifra globale che tiene in piedi il senso di un mondo connesso?
Credo di sì. L’importanza di come ti mostri è tale che è salita anche nelle
nuvole. Fa notizia infatti la nuova divisa per le hostess Alitalia presentata
di recente e che affonda le radici, come per rinnovarne i fasti, negli
anni Cinquanta e Sessanta.
Decenni in cui ha preso avvio il culto del
gusto e dell’armonia nel vestire. Ispirare il vestiario a quegli anni così
cruciali e importanti per il nostro paese è un messaggio chiaro che viene
lanciato al mondo. Non è un caso probabilmente il fatto che Alitalia, pur
con colori italiani, sia di proprietà araba. Un rilancio della Compagnia
che negli ultimi anni ha avuto i suoi bei problemi, insieme certo agli
italiani tutti che hanno dato un buon contributo di tasca propria. Ma questa
è un’altra storia.
Le divise sono diventate oggetto di discussione “perché
calze verdi, chi le porterebbe mai?” “perché un abbigliamento che non lascia
nessun centimetro di pelle scoperta?” Sono le obiezioni che hanno impegnato
fior fiore di commentatori quotidiani. Che dire: gli anni ¿50 – a parte
Anita Ekberg della Dolce vita – lasciava pochi spazi aperti sui corpi delle
donne. Chi ha superato gli anta può frugare nella memoria e ricordare quante
delle loro mamme, zie e amiche delle stesse si portassero a spasso ogni
giorno mostrando qualcosa di più di un polpaccio, qualcosa di più di una
scollatura che lasciasse spazio a qualcosa in più di un filo di perle (per
chi poteva permetterselo). Se troppo giovani per ricordare la vita vissuta,
basta dare uno sguardo ai costumi da bagno dell’epoca che si trovano spesso
anche sui mercatini del vintage-antiquariato. Veri e propri scafandri di
tessuto elastico con relativo grembiulino all’inguine per coprire il lato
A. Insomma non si può certo dire che gli anni Cinquanta fossero tempi di
apertura dei costumi… Ennnooooo. Tutt’altro. Il via libera a tutto prese
quota negli anni Sessanta, passati alla storia grazie a Mary Quant l’inglese
che inventò la minigonna, lo stile sprint per le ragazze. Un vero e proprio
calcio nel lato B di una tradizione ottocentesca che pensava a donne certamente
eleganti, ma senza dubbio castigate. Eccome, castigate all’ennesima!!!
Quindi se anni Cinquanta sono, anni Cinquanta siano, hanno certamente pensato
i dirigenti della nuova Compagnia. Forse il fatto che siano arabi in questo
caso poco importa. Eppoi, più delle calze verdi incuriosisce il cappellino.
Stilisticamente bellissimo. Ma tanto appoggiato sulla cocuzza che potrebbe
perdere l’equilibrio e finire in grembo a qualche passeggero. Insomma anche
Alitalia per ridare un’immagine alla compagnia che esce da lunghi anni
di traversie usa l’abito, usa il look per comunicare: eccoci mondo, noi
siamo qui, belli, eleganti, stilosi e armonici… prendiamo il volo.
Se
gli arabi pensano all’abito dell’Alitalia puntando sull’orgoglio nazionale
– i colori della bandiera – e il look dell’avvio del boom gli stilisti
italiani iniziano a osare guardando alle donne arabe. Viste lo scorso inverno
proposte bellissime di abiti col velo che hanno rotto gli indugi e si son
detti: “Là fuori c’è un mondo che ci aspetta, perché non osare?”. La parola
chiave: osare sia per chi fa sia per chi indossa. Osare è certamente il
motore che traina le collezioni, le idee e le proposte che attingono dalla
stratificazione di ieri e la proiettano nelle nuove forme dell’oggi.
Quando
i canoni del vivere alla moda diventano anch’essi liquidi e quindi perdono
i contorni del canone che ha in sè un concetto di rigidità assoluta, tutto
è possibile. Dalla sovrapposizione dei colori: bellissimi gli accostamenti
del viola e del rosso che farebbe rabbrividere gli stilisti che andavano
per la maggiore proprio in quegli anni Cinquanta in cui si sono prodotte
forme di abiti e accessori da incantare, ma appunto troppo incanalati nella
loro forma. Del resto non si può pretendere che in una fase di passaggio
si dia il via al tutto e subito. Ci vuole gradualità, lenta gradualità
poi ti accorgi che tutto ad un tratto è tutto cambiato. Del resto c’è voluto
un soffio per passare dalle gonne sotto al ginocchio a quelle inguinali.
Nessuna fretta. Infine una domanda. Quando vestiremo di carta prodotta
in laboratorio. Carta amica degli alberi. Appuntamento nel 2050? Noi la
pazienza ce la mettiamo… il resto spetta al caso e alla scienza.