RUBRICA PERIODICA DI ANTONELLA LENTI PER IL BLOG www.lenticontatto.blogspot.com
PERCHE’ PARLARE DI #SINISTRA&SINISTRE- Perché una rubrica di politica, perché una rubrica su un blog sconosciuto, perché una rubrica dedicata a #Sinistra&Sinistre. Non è solo la sinistra ad attirare la mia attenzione. Ho intenzione, se troverò adesioni, di scandagliare anche altri mondi politici. Perché una rubrica su un mezzo, il blog, che pochi conoscono, che non ha mezzi, che viene fatto in modo volontario? Mi sono chiesta quali potrebbero essere i riferimenti del fare politica nel prossimo futuro considerato che, come per tutte le cose, arriva un punto in cui quello che è stato prima non può più essere valido per il dopo. E quindi ho iniziato senza molta puntualità nell’appuntamento e affidandomi a mezzi artigianali per farlo conoscere. Ho iniziato dalla sinistra per il fatto che la trasformazione del sistema politico in questo ultimo anno ha messo sotto i riflettori la confusione in cui si trova l’area del centrosinistra, sempre più spezzettata; ha messo in rilievo soprattutto la marginalità in cui gli elettori hanno spinto il Pd, principale partito dell’area di riferimento del centrosinistra passato dal governo a un’opposizione quasi inesistente. Tutto questo mi ha indotto ad aprire uno spazio di approfondimento in cui, di volta in volta, esponenti di varia estrazione politica vedono la prospettiva di una forma politica che si richiami alla sinistra o al centrosinistra. Gli interrogativi, che ciascuno declina a seconda della propria sensibilità politica, culturale e sociale, riguardano i contenuti, il profilo di una convivenza futura di cui la politica, volenti o nolenti fa sempre parte.
INCHIESTA (6) ROMANO REPETTI- Siamo alla sesta puntata. In questo caso le risposte sono state scritte direttamente dall’interlocutore sulla base di domande a lui inviate.
E’ con Romano Repetti, per anni dirigente del Pci di Piacenza, amministratore provinciale e successivamente dirigente del Pds e poi Ds (e aderente al Pd), in questi anni dirigente dell’Anpi che proseguo la tessitura di un canovaccio nel quale vorrei capire quali sono i passi che l’area della sinistra sta compiendo e su cui sta ragionando posto che siamo di fronte a un cambiamento e a una trasformazione sociale profonda a settant’anni dalla democrazia costruita nel dopoguerra.
Passaggi e mutazioni le cui avvisaglie si sono avvertire già nei decenni scorsi e che si son presentati con forza lo scorso anno con i risultati delle elezioni politiche del 4 marzo da cui è arrivato un durissimo colpo al partito di riferimento dell’area di centrosinistra, il Pd accusato di aver perso per strada “volutamente” secondo alcuni, il sentire e l’impegno di dare voce a un popolo di sinistra ormai disperso in mille rivoli. Accusa che ha prodotto anche una scissione con il distacco dei dirigenti più in vista che avevano fatto parte dei Ds. Gli interlocutori che fin qui ho interpellato hanno cercato di ragionare in termini di prospettiva disegnando un quadro di quello che dovrà avere il loro partito che, dopo l’anno di semi-agonia, ora in queste settimane, ha indicato un nuovo segretario, Zingaretti che si è dato come punto di partenza un recupero di dialogo con i cittadini accompagnando il Pd fuori dalle stanze riservate e privilegiate in cui si era rifugiato staccando completamente la spina dal pulsare del paese. Se questo è l’obiettivo del nuovo segretario del Pd, compatibilmente con i veti incrociati che dalla nascita hanno caratterizzato il partito dalle alte ambizioni andate fallite, allora il punto di vista delle persone che sui territori si impegnano e danno il loro contributo dovrebbe essere non trascurabile.
Partiamo da Renzi… la storia attuale del Pd che si dice abbia voltato pagina parte comunque da lì.
Renzi, con la sua gestione personalistica del partito e le sue politiche di governo, ha dato certamente un colpo all’identità di sinistra del Pd. Ma la caduta della sua credibilità e quella dei consensi al partito fanno parte di un più complesso processo politico in atto da anni non solo in Italia. Renzi, che aveva assistito all’affermarsi fra gli elettori del populismo demagogico, prima di Berlusconi poi di Grillo, contro le politiche ragionevoli del Pd di Prodi, di Veltroni e, da ultimo, di Bersani, si era messo anche lui un po’ sul terreno del populismo. Invece di misurarsi con i nuovi problemi del nostro tempo e con le storture economiche, sociali ed amministrative che sono andate crescendo e stanno togliendo il futuro a milioni d’italiani, i populisti creano dei capri espiatori su cui scaricare ogni colpa per gli aspetti negativi della società attuale e la rabbia dei cittadini, illudendo poi questi con le loro miracolose ricette. Finiscono sempre peraltro con l’aggravare i problemi e le storture, se non a portare il Paese sull’orlo del baratro (vedi Berlusconi nel 2011). Al giorno d’oggi però, masse di cittadini, quando viene alla luce l’inconsistenza del populista a cui avevano dato fiducia, invece di ascoltare chi è portatore di proposte ragionevoli finiscono per affidarsi a populisti ancora più estremi ed irresponsabili, quelli che fanno leva sui loro peggiori sentimenti.
E qual è la spiegazione di quanto sta avvenendo?
“Per capire occorre non guardare solo all’Italia. Pensiamo alla Francia. Nel 2007 era stato eletto presidente Sarkozy, un demagogo di destra che nel corso dei cinque anni di mandato cadde fra il popolo francese nel generale discredito. Nel 2013 fu cosi eletto un presidente di sinistra, il socialista Hollande. Dopo cinque anni il popolo seppellì anche lui e con lui lo stesso partito socialista. Quindi dal niente, senza un proprio partito di riferimento, con nuove grandi aspettative è stato eletto Macron, uomo di centro, brillante affabulatore. Dopo due soli anni anche Macron è già caduto al minimo nei sondaggi e la prossima volta potrebbe essere il turno della nostalgica di estrema destra Marine Le Pen. Eppure la Francia è un paese che non ha i gravi problemi dell’Italia, con una pubblica amministrazione ritenuta competente ed efficiente.
Questi umori nei confronti di chi governa e questi comportamenti elettorali sono la conseguenza del sommarsi nella società di un complesso di bisogni, di preoccupazioni per il futuro, di aspettative e di ambizioni, a cui la politica oggi non sa più dare risposta. Pensiamo alla precarietà lavorativa in cui versano milioni di lavoratori, al fatto – dati recenti – che nell’ultimo decennio in Italia l’importo annuo medio dei salari è arretrato di 5.000 euro, al fatto che molti giovani oggi rispetto alla condizione professionale dei loro genitori hanno una prospettiva di mobilità sociale all’indietro; pensiamo alla miriade dei dettaglianti del commercio usi a trarre un buon reddito dalla loro attività, oggi schiacciati dai centri commerciali e questi stessi già messi in difficoltà dalla vendita on-line di alcuni pochi gruppi multinazionali. Ma pensiamo anche alle aspettative e pretese nei confronti di chi governa da parte di chi non avrebbe motivo di essere scontento della propria condizione. Mentre cresceva e cresce il debito pubblico italiano oltre i 2.300 miliardi di euro, hanno continuato a crescere i “risparmi” privati di una parte degli italiani, in depositi bancari, in buoni del tesoro e in altri investimenti finanziari, per la cifra di oltre 4.400 miliardi: tuttavia anche chi dispone di alti redditi, di grande patrimoni, chi ha goduto e gode di grandi privilegi, ha spesso ancora nuove ambizioni, altre aspettative dalla politica. E i populisti rassicurano tutti, a tutti promettono, e illudono anche i più disagiati con gli slogan “prima gli italiani”, “via gli immigrati”.
Significa che il concetto di sinistra, il ruolo e lo spazio per la sinistra, appartengono al passato, è roba da novecentisti nostalgici?
“La sinistra, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, è stata l’organizzazione politica per il riscatto dei lavoratori dallo sfruttamento, è stata la forze del cambiamento verso una società migliore in termini di equità economica e sociale, e, in Italia, anche di libertà, democrazia, diritti civili. La sua azione sul terreno delle lotte sociali e politiche, ma anche nel governo di istituzioni pubbliche, ha prodotto grandi risultati. Oggi che la società sta regredendo per molti aspetti rispetto a quei risultati, il concetto di sinistra, il bisogno di un movimento e di una politica di sinistra per riproporre e perseguire i temi dell’equità, della dignità sociale per ogni uomo e ogni donna, per evitare la regressione anche sul terreno della democrazia, si pongono certamente più che mai. Nessun altro movimento politico – a suo tempo la stessa Democrazia Cristiana a suo modo perseguiva una emancipazione dei ceti popolari – neanche quello populista di 5Stelle, mostra la consapevolezza della frattura e dell’arretramento che la società italiana sta subendo. Il problema oggi è pero certamente quello di quale sinistra deve e può riproporsi ed imporsi nella società con azioni e risultati efficaci.”
Dunque un mondo che non esiste più. E, secondo te, oggi quali sono le strade da percorrere per cercare di tirare le fila di concetti riconducibili a un obiettivo di sinistra? A quale area rivolgersi in una società frastagliata e tanto puntiforme?
“Sì, la società oggi è molto più frastagliata di un tempo come condizione economico-sociale dei cittadini, non più solo borghesia agraria-industriale-professione da una parte e proletari dall’altra. Oggi gli stessi imprenditori sono costretti a navigare nella globalizzazione, a misurarsi in termini di costi di produzione con sempre nuovi concorrenti, o sono fagocitato dal dominio di grandi gruppi sovranazionali. Invece si sono costituite nella società molte posizioni di rendita, di alti redditi non legati necessariamente ad alte professionalità, sono stati accumulati grandi patrimoni finanziari tramite anche l’evasione fiscale. E negli stessi ceti popolari, nel modo del lavoro dipendente, si è creata la contraddizione fra chi ha un lavoro stabile a cui si applica ancora il vecchio Statuto dei diritti dei lavoratori, e chi invece ha un lavoro a tempo determinato, o addirittura intermittente e precario, intermediato dalle agenzie. Si è creata una sensibile divaricazione di condizione fra lavoro privato e pubblico impiego, per cui oggi il secondo appare rispetto al primo una situazione privilegiata con le 36 ore settimanali, alcuni pomeriggi liberi e più di un mese di ferie. E poi la profonda divaricazione nei trattamenti pensionistici, fra chi è andato in pensione fino a qualche tempo e chi vi andrà in futuro. E la differenzazione fra chi e proprietario della propria casa, ha accantonato un piccolo patrimonio, e chi ha come unica risorsa la propria forza lavoro. In questo contesto non si produce più quella naturale unità fra i lavoratori dipendenti, quella naturale solidarietà nel mondo popolare, che hanno costituito la base e la forza della sinistra nel Novecento. E non ci sono più quegli ambienti politici popolari, che si costituivano ad esempio attorno ai circoli cooperativi, sono scomparsi gli insediamenti sociali dei partiti di sinistra, le comuni culture politiche, è scomparso e non riuscirebbe più a vivere un giornale come l’Unità. E’ naturale che oggi ognuno si rapporti alla politica partendo dalla personale percezione della propria condizione sociale e con aspettative e valutazioni che sono veicolati dai grandi mezzi di comunicazione i quali, in cerca di audience, fanno leva sul clamore, sui facili sentimenti e non sui ragionamenti, mezzi di comunicazione che sono lo strumento particolarmente idoneo per veicolare il populismo.”
Quindi non ci sono molte prospettive oggi per la sinistra, è questo che stai dicendo?
“Il cammino dal Pci al Pd (e quello di una parte stessa della Dc) è avvenuto in qualche misura in parallelo al cammino percorso dalle generazioni di proletari che la sinistra ha rappresentato nel secondo dopoguerra lungo gli anni della crescita economica e dei cambiamenti sociali dell’Italia. Quegli specifici proletari, quegli uomini e quelle donne, attraverso il progresso del Paese e le conquiste sociale della seconda metà del Novecento, si sono in larga misura emancipati, hanno in genere conseguito redditi discreti e buone pensioni, i loro figli hanno spesso fatto studi superiori, possiamo dire che diversi sono arrivati ad inserirsi nelle categorie dei cosiddetti ceti medi. Ed il Pd in buona misura li rappresenta ancora e ne difende le posizioni. Quello che contemporaneamente il Pd non riesce a rappresentare sono però i nuovi proletari, i lavoratori con salari da anni bloccati, i precari, i giovani di oggi, pure diplomati e laureati, privi di adeguati sbocchi professionali, gli emarginati nelle periferie delle grandi città e i lavoratori immigrati. A determinare questo può avere concorso anche il fatto che, con la fine delle regole e del costume che vigevano nella vita del Pci, ad un certo punto anche il ceto politico della sinistra, i dirigenti ed esponenti pubblici del partito, si sono soprattutto preoccupati della propria sistemazione e hanno perso il contatto con il mondo popolare. Ma il problema di fondo è che ben difficile rappresentare e affermare assieme gli interessi dei nuovi proletari con quelli delle forze sociali che il Pd nel tempo è venuto a rappresentare. Mi pare che questa difficoltà la abbiano anche le forze politiche che si collocano a sinistra del Pd, lo stesso Potere al Popolo, che infatti non riescano ad affermarsi. Ciò detto, credo che non vada sminuita la funzione che in ogni caso continua ad assolvere e potrà svolgere, che è necessario svolga, un Pd rivitalizzato e aperto a recuperare quelli che se ne sono allontanati con la gestione Renzi. Far fronte alla nuova destra di Salvini che arriva a riproporre atteggiamenti caratteristici del passato fascismo, contrastare i processi regressivi che il populismo sta producendo nella nostra vita civile e l’avventurismo nelle gestione delle finanza pubbliche che può portarci alla destabilizzazione, difendere gli istituti democratici sanciti dalla nostra Costituzione, tener aperto la strada, con il pluralismo politico e le libertà sindacali, alla prospettiva di emancipazione anche del nuovo proletariato di oggi.”
L’immigrazione massiccia dall’Africa quali effetti ha prodotto sulla sinistra e sul Pd. Anche questo è un tassello fondamentale che deve essere aggiunto allo schema della società attuale…
“Va tenuto presente che i grandi processi migratori a partire dagli ultimi anni del Novecento hanno avuto due aspetti: quello dell’immigrazione regolare o regolarizzata con sanatorie di governi anche a presenza leghista, che ha determinato la quota maggiore di cittadini stranieri, o figli di stranieri, oggi in Italia, parte dei quali stanno ormai acquisendo il diritto alla cittadinanza italiana, e i flussi degli ultimi anni, di profughi e assimilati, sui barconi o le navi delle Ong attraverso il Mediterraneo o con altri percorsi. Le forze di destra e populiste, con la loro spregiudicatezza hanno avuto buon gioco a mettere sotto accusa il “buonismo” di quelle di sinistra, nella fase in cui il governo Renzi, lasciato solo dall’Europa, appariva incapace di gestire efficacemente o di arginare il fenomeno. A partire da quel momento critico, peraltro, i leghisti in particolare sono andati a prendere demagogicamente sotto tiro l’insieme del moderno fenomeno dell’immigrazione, suscitando prima e cavalcando poi un ampio movimento di opinione pubblica avverso agli immigrati. A partire da ciò la Lega, ora componente dominante del governo Salvini-Di Maio, sta sviluppando nel contempo politiche di governo e movimenti sociali anche violenti contro tutti i “diversi da noi”, che, incrociando e legittimando anche le posizioni e le azioni dei gruppi neofascisti, rischiano di portare il nostro Paese su una deriva molto grave, allarmante e imprevedibile.
E’ indubbio che la tradizione della sinistra, i suoi valori, ed elettoralmente il PD, hanno subito dei colpi da questa situazione. Anche perché, dobbiamo riconoscerlo, il fenomeno della immigrazione ha proposto un serio problema proprio alle forze di sinistra, perché ha aperto una contraddizione nei riguardi di quella che è stata la propria tradizionale base sociale: la classe operaia, il mondo del lavoro dipendente. L’arrivo in Italia da altri Paesi di centinaia di migliaia, di milioni di persone in età di lavoro, disponibili ad accettare condizioni di lavoro che gli italiani non avrebbero subito, ha coperto dei vuoti per i quali non esisteva in Italia una offerta adeguata – le “badanti”, manovali e muratori nell’edilizia, addetti alla stalla in agricoltura, manovali nella logistica, autisti nei trasporti – ma ha anche contribuito a mantenere bassi o addirittura a determinare una riduzione dei salari per quei settori e più in generale, almeno per le basse qualifiche, sia nei servizi che nell’industria. Ha concorso, possiamo dire, a mantenere competitivi certi settori dell’economia nazionale tenuto conto di quanto è avvenuto in campo internazionale con la globalizzazione, ma nel contempo ha reso possibile il contenimento dei salari anche per gli operai italiani. Pensiamo inoltre alla competitiva presenza di esercizi gestiti da immigrati nel campo del dettaglio commerciale. La lega e altri contestatori si guardano bene dall’evidenziare e denunciare questo aspetto – o lo fanno solo riguardo agli esercizi commerciali – e spostano attenzione ed invettive sui costi per la finanze pubbliche, sulle fatto che gli immigrati sono caratterizzati da culture e comportamenti diversi dai nostri, da altra religione, e agitano il tema della sicurezza. Le forze di sinistra sono in difficoltà a rispondere, ma l’aspetto strutturale su cui la sinistra tradizionale, il Pd, non riesce a misurarsi oggi è la nascita e crescita di questo nuovo proletariato, con bassi salari, lavoro intermittente e precario, deboli supporti previdenziali, future pensioni di sola sopravvivenza, di cui i lavoratori immigrati sono oggi una componente.”
Quindi torniamo al punto: a fronte di questa nuova inedita situazione è dunque finita la sinistra?
“La situazione oggi è tale che la destra populista potrebbe portarci ad una deriva autoritaria, nella mentalità e cultura di massa e nell’azione dei poteri pubblici, che renderebbe possibile il mantenimento di tutte le condizioni di scandalose privilegio presenti nella società italiana e il benessere si di una parte degli italiani, ma solo tramite il classico duro sfruttamento lavorativo del nuovo proletariato. Uno stato di cose dal quale, come sempre è avvenuto nella storia, alla lunga potrebbero però scaturire dei sollevamenti sociali dalle caratteristiche e conseguenze imprevedibili. Relativamente alla deriva di destra basti pensare alla possibile conquista, in ravvicinate elezioni politiche, da parte di una coalizione fra Lega di Salvini e di Fratelli d’Italia, del 40% più uno dei consensi elettorali, che assicurerebbe loro una solida maggioranza in Parlamento.
L’alternativa sarebbe rappresentata dal risorgere una nuova sinistra in grado di realizzare quello che la sinistra ha realizzato nel Novecento, cioè un processo di emancipazione ed integrazione di questo nuovo proletariato, disoccupati, precari e lavoratori sia autoctoni che di ascendenza straniera, nell’ambito di una società italiana più equa e che si mantenga all’interno dei valori, principi e diritti inscritti nella Costituzione frutto della Liberazione dal fascismo. Però dobbiamo avere chiaro che per poter assicurare a tutti i vecchi e nuovi italiani decenti condizioni di reddito e sicurezza sul loro avvenire, in una nazione complessivamente più civile, è necessario eliminare le storture e le iniquità che caratterizzano la società attuale: via le camorre; via gli incredibili privilegi reddituali e corporativi; via l’evasione fiscale, quella abnorme e quella diffusa; via la corruzione, le inefficienze ed inerzie della pubblica amministrazione e dei suoi addetti; un sistema fiscale progressivo che riguardi la somma dei redditi di ogni soggetto; almeno per una prima fase, una tassa sui patrimoni (si pensi a quali politiche previdenziali, a quali integrazioni di reddito si potrebbero realizzare per gli occupati ad intermittenza se lo Stato non dovesse pagare ogni anno 70 miliardi di euro per interessi sul debito pubblico!); uomini di governo responsabili, che si preoccupino anche del futuro della propria comunità; ma anche l’affermarsi fra i cittadini di un costume di responsabilità riguardo ai problemi comuni della società. Credo che la nostra non sia più l’epoca di una sinistra che pensi a socializzare i mezzi di produzione perché il mercato, la produzione dei beni e servizi in regime di concorrenza, ha surclassato altri assetti dell’economia, ma che la nostra possa ancora essere l’epoca di una moderna e autentica socialdemocrazia: basta guardare a quanto si è realizzato di positivo in altri Paesi europei e che tuttora li caratterizza.
Quindi è da un nuovo proletariato che deve ripartire la sinistra? Ma che cosa sa della gente che vive sulle proprie braccia una sinistra chiusa in se stessa e nei massimi sistemi?
“Io auspico che ci sia un sussulto, innanzitutto di consapevolezza sulla preoccupante prospettiva su cui l’Italia è oggi incamminata, anche nei ceti oggi benestanti, fra gli intellettuali, fra una parte almeno della classe dirigente, consapevolezza di conseguenza sulla necessità di mettere mano ad un vero anche se graduale processo di riordino dell’assetto sociale dell’Italia, che affronti storiche storture , con la disponibilità anche a rinunciare personalmente a qualcosa a favore di una nuova equità sociale. In questo contesto il Pd potrebbe diventare il perno di una riaggregazione delle forze che siano progressiste non solo nominalmente, il perno di un recupero di rapporti con quello che ho definito il nuovo proletariato, di nuovi processi, oltreché di organizzazione sindacale dei giovani disoccupati, lavoratori precari e lavoratori di origine straniera, anche di attivazione politica degli stessi in modo che possano diventare una componente sociale che pesa nella vita politica italiana, come è stata per la vecchia classe operaia nel Novecento. Sapendo peraltro che sarà un impegno ed un processo lungo e che i riscontri sul terreno elettorale potrebbero non arriverebbero a breve termine. Ma intanto il Pd sottrarrebbe almeno parte di quella realtà popolare all’estraneità alla vita politica e ai richiami strumentali della nuove destra e dei populisti. Ma, ripeto, per avviare un tale rapporto bisogna mettere in campo dei contenuti precisi ed essere disponibili anche a perdere qualche componente attuale del proprio elettorato, perché una forza di sinistra non può tenere assieme farsi interprete di tutte le pretese.”
E se il Pd non ce la fa ad assumere e a svolgere il compito della moderna vera sinistra, che cosa auspichi?
“Allora temo che vivremo innanzitutto tempi tristi, con il dilagare a tutti i livelli del populismo di destra. E penso comunque che, quando si sarà svelata la natura reazionaria del populismo salviniano, e sempre che il nostro ordinamento democratica non abbia subito nel frattempo una involuzione autoritaria, una nuova sinistra potrà scaturire a distanza direttamente da quel “nuovo proletariato”, anche tramite quadri intellettuali, omogenei ad esso per condizione sociale, che ne assumeranno la causa. Ma tale nuovo movimento di sinistra potrebbe scontare inesperienze, massimalismi, convulsioni di vario genere. Paragonabile ai primordi del movimento operaio italiano. Già gli ultimi anni, proprio a Piacenza, si è visto ad esempio che dove non arrivano i sindacati confederali ad organizzare e tutelare i lavoratori, come nel case dei lavoratori della logistica, arriva alla fine qualcun altro, anche se la sua inesperienza può generare anche forme di lotta avventurose.
Non ci sono anche temi nuovi che dovrebbero entrare nel quadro degli impegni di una rinnovata sinistra, quale quello dell’ambiente?
“Certo. E’comprensibile che la qualità ambientale, il futuro del nostro Pianeta, non entrassero nella sensibilità di movimenti di persone che dovevano ancora risolvere i problemi elementari della propria esistenza, ma oggi dovrebbero essere elemento fondamentale degli obiettivi e dell’azione di una moderna sinistra. Fra l’altro la natura reazionari della nuova destra populista italiana è evidenziata anche dalla negazione di queste problematiche.”
Insomma, per concludere, quello che tu delinei non è certo una prospettiva rassicurante. E tu personalmente come ti collochi a tale riguardo?
“Esprimendo le convinzioni che ora ho espresso a te, mi viene a volte il dubbio che sia la mia età avanzata a determinare queste valutazioni pessimistiche e preoccupate, come mi capitava in passato di constatare in certi anziani compagni. Ma tant’è, queste sono le mie valutazioni oggi. Quanto a me, da almeno dieci anni non sono più impegnato attivamente in termini politici-partitici. Do un mio abbastanza assiduo apporto all’attività dell’ANPI, nella convinzione che tener viva la memoria delle sofferenze e dei lutti che ha prodotto in Italia il fascismo e degli 850 nostri concittadini partigiani che, nella sola provincia di Piacenza, hanno pagato con la vita la liberazione del popolo italiano da quel regime, serva a far capire quanto sia doveroso e necessario difendere sempre, e contro tutti, i valori e i diritti che sono iscritti nella Costituzione nata da quel percorso di sofferenze e lutti. E da li ripartire quando avvertiamo che la situazione del Paese se ne è allontanata. Inoltre, come sai, mi sono dedicato ad approfondire e ricostruire storicamente certi passaggio della nostra storia piacentina nel Novecento perché hanno molto da insegnarci e stimolarci per il presente. Aggiungo che ultimamente non avevo più rinnovato la mia adesione al Pd, ma son tornato a farlo in questo 2019, non volendo far mancare la goccia del mio sostegno alla prospettiva di una inversione di rotta rispetto al recente passato, innanzitutto verso la riaggregazione di forze e di quadri che dal Pd si erano motivatamente allontanati.”
