Il Blog Il Taccuino a tu per tu su temi concreti e che riguardano la comunità. Terzo appuntamento del dialogo a distanza con Stefano Pareti dopo il confronto su partecipazione e democrazia di questo inizio di terzo millennio e la discussione sulla nuova fisionomia delle città sempre più necessaria oggi. Interrogativi dettati dai travolgenti cambiamenti climatici che ci stanno avvolgendo e che si sviluppano incessantemente ponendo interrogativi agli urbanisti e agli amministratori insieme.
Il terzo appuntamento con il dialogo a distanza riguarda la costruzione del nuovo ospedale a Piacenza. Su questo il dibattito pubblico è sostenuto da un’associazione Salviamospedale che, già dalle prime battute, ha messo in rilievo un’opzione diversa: mettere mano all’attuale “cittadella sanitaria” ampliandola e ammodernandola anziché costruire una nuova struttura.
La proposta di un nuovo ospedale per Piacenza era arrivata nel 2015 dall’allora assessore regionale alla salute Sergio Venturi mentre stava per inaugurare la nuova sede del day hospital oncologico nel corpo antico dell’ospedale che è affiancato dal Polichirurgico inaugurato una manciata di anni fa: nel 2024 ha compiuto 30 anni.
Perché un nuovo ospedale, si chiedono i rappresentanti di Salviamospedale e un nuovo consumo di suolo? Perché un nuovo ospedale fuori dal centro che, tra l’altro, indebolirebbe la zona ovest della città, le attività che vi si svolgono, gravando poi sui cittadini che dei servizi sanitari si devono avvalere… Domande. Saranno questi temi che svilupperemo questa volta partendo da considerazioni e punti di vista molto diversi. Da un lato Stefano Pareti – contrario a un nuovo ospedale e sostenitore della ristrutturazione del vecchio – e dall’altra il Blog Il Taccuino che invece esprime la convinzione che un nuovo ospedale si debba costruire. Un contraddittorio che spazia su varie argomentazioni a volte intersecate tra loro e tante volte molto distanti…


Si cercherà in questo spazio di evidenziare entrambe. Obiettivo contribuire ad arricchire il dibattito e fare chiarezza sulle prospettive che si apriranno… o non si apriranno sia per la qualità della sanità piacentina sia per il futuro utilizzo delle strutture che verranno svuotate cambiando funzione… E quindi chiediamoci: un nuovo ospedale sarà la strada per accrescere la qualità come sostiene il Blog il Taccuino oppure invece, come sottolinea con forza Stefano Pareti sarà una scatola vuota se gli investimenti non privilegeranno i contenuti…
(foto della home: “Reticolo urbano” 40x40cm lenti23)
Ospedale, perché ristrutturare il vecchio. Ospedale, perché serve una nuova struttura. Il tema oggetto del confronto




STEFANO PARETI – “Intervenire sull’ospedale esistente e dotarlo degli spazi e strutture necessari per potenziarne e migliorarne la funzionalità si può. Per esempio perché non pensare a una galleria coperta trasparente collegante corpi di fabbrica, tema che potrebbe stimolare la progettualità degli architetti. Senza voler insegnare niente a chi pianifica e progetta, cerco di suggerire un approccio più prudente e attento prima di decidere su ciò che interessa la città e i cittadini. La sequenza corretta del percorso amministrativo per arrivare a decisioni di quest’importanza sarebbe: pianificare – programmare – finanziare. Il tutto con la massima informazione, partecipazione e trasparenza”.
Blog Il Taccuino – “Interessante l’approccio di Pareti che concentra il suo argomentare sulla ristrutturazione del vecchio corpo ospedaliero formato da una struttura quattrocentesca e un’altra moderna la cui costruzione si è conclusa nel 1994 dopo lunghe vicissitudini che ne hanno rallentato i lavori. Tra l’altro già al tempo in cui si decise la costruzione del Polichirurgico ricordo che l’alternativa era un’altra: un nuovo ospedale alla Besurica. Un progetto datato tanti anni prima per il quale mancavano i finanziamenti. Quindi si decise di realizzare il Polichirurgico (che costituisce una parte dell’ospedale e non il tutto) affiancandolo al corpo antico. Intervenire sull’ospedale per adeguarlo alle nuove esigenze è la posizione che con chiarezza sostiene Pareti e l’associazione Salviamospedale. Ma l’ospedale è composto da vari corpi di fabbrica staccati l’uno dall’altro. Pareti propone la realizzazione di gallerie di collegamento. Probabilmente lo scoglio maggiore potrebbe essere il via libera dalla Soprintendenza come è già avvenuto… in altre circostanze. L’ospedale Guglielmo da Saliceto – non dimentichiamolo – trae le sue origini da una Bolla pontificia dell’8 ottobre 1471, con cui papa Sisto IV legittimò la fondazione dell'”Ospedale Grande”, la cui costruzione, sul terreno attiguo al monastero del Santo Sepolcro, ebbe inizio il 27 settembre del 1472″. Così recita la presentazione nel sito dell’Ausl di Piacenza.
Riguardo alla parte antica, dopo l’apertura del Polichirurgico, di anno in anno si sono fatti tanti interventi per adeguarla ai requisiti nuovi e necessari. Tra questi ricordo la ristrutturazione di una parte del corpo antico per “adattarvi” all’interno gli ambulatori del day hospital oncologico (prima di questa sede si trovavano in un’ala a destra all’ingresso in via Taverna del vecchio ospedale) molto distanti dal reparto di Oncologia e per questo affatto funzionale. Porto questo esempio per averlo vissuto da vicino come paziente. Nel periodo delle cure frequentavo gli ambulatori del vecchio day hospital. I pazienti oncologici – si sa – sono in costante aumento da anni. Le sale per le chemio erano tre a cui si aggiungeva qualche poltrona a disposizione dei pazienti, (si consideri che un’infusione di chemio, nel 2011 era ancora di circa tre ore). Per le visite, oltre a una sala d’attesa, ci si arrangiava nei corridoi angusti in prossimità dello studio del medico di riferimento. Tante volte ricordo che il professor Luigi Cavanna (allora direttore di oncologia) portava lui stesso sedie e sgabelli alle persone in attesa in piedi… Arrivato il nuovo day hospital ci sono stati non pochi vincoli della Soprintendenza che hanno impedito di “toccare” tutti gli spazi adeguandoli come necessario e come richiedevano gli operatori del reparto. Il risultato è stato uno spazio longitudinale (sicuramente meglio del precedente) con ambulatori molto ridotti e con tre-quattro sale d’attesa sparse sul lato lungo… Anche in questo caso per l’aumento dei pazienti gli spazi stanno diventando molto ridotti e poco funzionali. Basta parlare con gli operatori per avere una lunga lista di “ostacoli”. Come per esempio quando arriva dall’esterno un paziente in barella che deve essere accompagnato a fare un esame diagnostico importante per impostare le cure necessarie...”
“Dove e se fare l’ospedale sia una decisione collettiva…”
STEFANO PARETI- “Sono convinto che decidere se, dove e come fare l’ospedale ha conseguenze sull’intera città e sulla vita di tutti i cittadini. L’ospedale è un tassello fondamentale del tessuto urbano, specialmente in una città medio-piccola come Piacenza. Se l’obiettivo del Servizio Sanitario Nazionale è quello di offrire sempre migliori trattamenti di cura ai pazienti, allora è su questo aspetto che occorre concentrare prioritariamente l’attenzione e non sul tipo di edificio, che è solo una parte del problema e non necessariamente determina la qualità del servizio. Invece le valutazioni sullo stato di fatto e sui fabbisogni sanitari futuri contenuti nel documento programmatico dell’AUSL “Il nuovo ospedale di Piacenza”, hanno per oggetto principale l’aspetto strutturale:1) impiantistica del Polichirurgico, inaugurato nel 1994, 32 anni fa, da sostituire; 2) difficoltà di adeguamento degli edifici storici dell’ospedale sia alle nuove tecnologie, per l’insufficienza degli spazi necessari, sia all’esercizio delle attività ospedaliere in modo interdisciplinare, a causa della distribuzione dei reparti in corpi di fabbrica separati; 3) problemi di accessibilità e di parcheggio per la ristrettezza delle strade e delle aree di sosta”.
Blog Il Taccuino – “D’accordo con Pareti quando dice che la presenza di un ospedale investe direttamente la struttura della città che gravita intorno soprattutto quando, come a Piacenza, si trova in centro storico. Un luogo diventa sempre anche un “consueto urbano” che fa parte della vita dei cittadini del luogo. Però a mio avviso i punti che elenca ritenendoli come non significativi per motivare la realizzazione di un nuovo ospedale sono a mio avviso reali ostacoli che chi vive all’interno dell’ospedale incontra quotidianamente, non ultime le barriere fisiche di un ospedale tanto “sparso”. Vediamo le cose dal punto di vista dei pazienti (prima o poi lo siamo stati tutti). Ebbene, se proviamo per un momento a metterci al posto di chi momentaneamente è a contatto spesso con l’ospedale, questi elementi che rendono difficile la coesistenza tra il paziente e la struttura tante volte possono condizionare e incrinare perfino quel concetto di “presa in carico” che è alla base (non si sa fino a quando) del nostro sistema sanitario pubblico. La presa in carico è fondamentale sia per la cura costante di chi porta patologie gravi e anche per il sistema di rete che coinvolge tanti professionisti nella discussione sulla cura al paziente (per quanto riguarda il tumore al seno che conosco da vicino per esempio c’è un’équipe multidisciplinare che si chiama breast unit). Si esorta spesso chi deve decidere di puntare più al “software” e non tanto “all’hardware” (contenuti vs struttura) ma per chi tratta il tema salute questi due elementi considerati paralleli ed estranei l’uno all’altro devono quasi coincidere. La qualità di una struttura, la capacità di avere al proprio interno macchinari di ultima generazione, di saper applicare e intervenire in situazioni complesse determina di fatto un’attenzione maggiore da parte dei professionisti che vedono quell’ospedale come punto di approdo oppure al contrario come un luogo da non tenere in considerazione. Non è cosa da poco. Altro elemento che non va mai messo in secondo piano è il paziente e riguardo a questo è fondamentale il processo di umanizzazione degli spazi ospedalieri. Mai dimenticare che oltre ai professionisti, macchinari, agli operatori, ai tecnici in quelle stanze si soffre. Ci sono persone malate quindi fragili e deboli. Persone, non malati. Si dice sempre ‘la persona non è la sua malattia’ e questo assunto deve essere applicato ogni momento. La valenza di una struttura ospedaliera si misura anche su questo terreno. Ora mi chiedo, rispetto alle esigenze di oggi dettate anche dalla demografia e dall’invecchiamento delle persone e quindi alle cronicità che si determinano come conseguenza, un ospedale può restare come era stato concepito 40-50 anni fa (o su un impianto di secoli fa) e ancora può essere adeguato perché sia all’altezza e attrattivo in un contesto di grande competizione non solo territoriale ma anche privata?”.
“Serve una riflessione sulla politica sanitaria”
STEFANO PARETI – “In realtà abbiamo bisogno di una riflessione sulla politica sanitaria, che non può avere al centro un ospedale iper specializzato, ma che sia invece diffusa sul territorio, attraverso presidi poli-ambulatoriali di quartiere e di vallata. Ciò per mantenere i degenti vicini al loro luogo di residenza e per assicurare un intervento medico il più possibile tempestivo. Un ospedale, i cittadini lo sanno, si qualifica in primo luogo per i servizi che eroga, prima ancora del contenitore in cui opera. E allora si punti decisamente in questa direzione, e magari si conterranno i fenomeni di pendolarismo verso altre province e regioni. Chi ci garantisce infatti che l’investimento migliori nettamente le prestazioni ospedaliere e riduca drasticamente i tempi di attesa? Ribadisco quindi che siano i contenuti a fare il contenitore e non viceversa”.
Blog Il Taccuino – “Sono d’accordo sul tema dei servizi territoriali. Ci si è resi conto della loro funzione indispensabile soprattutto negli anni del Covid. Quando si è toccato con mano un problema imprevisto: una pandemia sconosciuta di cui non si conosceva la cura. Chi ha avuto attenzione a quello che succedeva in quel periodo si è reso conto da vicino che non c’erano più spazi in ospedale per curare altre malattie se non i pazienti con Covid, il contagio era tanto alto che entrare in ospedale a un certo punto era pensato come un alto rischio. Tutto l’ospedale (o quasi) era diventato reparto Covid, anche le sale operatorie (poche) presenti nel Polichirurgico. Dovremmo ricordare che quel periodo che ci ha anche insegnato come gli spazi, in una struttura di cura, non siano affatto secondari. Devono essere in grado di diventare flessibili per poter convertirsi ad eventuali emergenze. Come può essere possibile questo di fronte a una struttura così rigida con spazi definiti e non collegati tra loro?Riprendo poi quello che ho segnalato sopra. Un ospedale non è un corpo di fabbrica qualsiasi fatto per contenere macchine specializzate, personale preparato ecc. E’ qualcosa di più: vi arrivano persone che soffrono che ripongono speranza in chi li cura, in chi li assiste. Ma c’è anche un altro aspetto: come e dove si viene curati. Tanti anni fa (era l’inizio degli anni ’90) mi è capitato un incidente e sono stata portata nel vecchio pronto soccorso dell’ospedale di Piacenza (a quel tempo quasi quotidianamente i giornali se ne occupavano per le condizioni in cui si trovava chi entrava e chi vi lavorava). In quel pronto soccorso sono rimasta per una notte. Non c’erano letti a disposizione e mi hanno “abbandonata” per tante ore su una barella scomodissima. Ero lì, nei corridoi angusti di quello spazio tra scatoloni e passaggi continui di personale (indaffaratissimo forse era una nottata estremamente difficile) che per farsi spazio, spostavano la barella su cui stavo io. In quella situazione non ho avuto alcuna percezione di attenzione, di rispetto verso la mia persona. Stavo male e dovevo attendere, in quelle condizioni… che arrivasse il mio turno.. Cose di questo genere non dovrebbero mai succedere. Ecco perché trattandosi di sanità e di prestazioni di cure e quindi di prendersi cura delle persone contenuti e contenitori sono due elementi che devono stare insieme. Non c’è altra soluzione”.
“C’è timore a dire no al nuovo ospedale?”
STEFANO PARETI – “Il dibattito pubblico in questo arco di tempo è stato contrassegnato dal timore che dichiarandosi contrari al nuovo, si perdesse una significativa opera di miglioramento della nostra sanità provinciale. In realtà questo leitmotiv non è in contrasto con l’assegnazione dei fondi statali né regionali. Solo che gli stanziamenti vanno destinati diversamente: non per costruire ex novo, ma per migliorare in tutti i sensi l’esistente. Ma il confronto tra nuovo e ristrutturazione dell’esistente – che doveva essere preliminare ad ogni scelta di politica sanitaria – non è mai stato varato, perché si è partiti stabilendo a priori che comunque il nuovo è più vantaggioso dell’esistente, senza che nessuno ne spiegasse le ragioni”.
Blog Il Taccuino – “Non so se si possa dire che c’è un timore (reverenziale?) a dirsi contro il nuovo ospedale. Non penso visto che si mobilitano tante persone e che non si lesinano le critiche da varie parti. Voglio però partire dal tema della ristrutturazione dell’esistente che, come dici “doveva essere preliminare a ogni scelta di politica sanitaria“. Forse è così. Però credo che non sia del tutto giusto affermare che “si sia stabilito a priori che il nuovo fosse più vantaggioso dell’esistente“. Infatti – direttamente e anche per lavoro – ho seguito negli anni i cambiamenti introdotti nel vecchio ospedale su cui sono stati investiti tantissimi fondi per adeguarlo, modernizzarlo e anche realizzare strutture ‘più a misura d’uomo’. Si ricorderanno le camerate con uno o due bagni nel corridoio… Diversi direttori generali dell’Ausl hanno insistito su questo lavoro di ristrutturazione. Oggi 2026, mi sento di osservare che tutto quello che il nucleo storico dell’ospedale poteva dare ha dato. Non dimentichiamolo che è parte integrante della cittadella ospedaliera e l’ospedale in senso generale è dato dall’insieme di questo nucleo storico e dal Polichirurgico. Ampliamenti per soluzioni tecnologiche nuove, nuovi spazi per i pazienti, nuove sale operatorie… (necessarie a quanto pare e viene ripetutamente detto) non sono possibili. Inoltre c’è un’altra considerazione di prospettiva che vorrei fare. A Piacenza sono avviati corsi di istruzione universitaria di medicina. Si sforneranno medici e specialisti – questo è l’auspicio di tutti – e l’università ha anche uno scopo positivo per poter migliorare il territorio dando una formazione specialistica a tanti giovani. La speranza è che tanti di questi – sono già cominciati i tirocini in corsia dei primi studenti iscritti al corso – possano decidere di fare esperienza nel territorio che li ha formati… Illusione?”
Il punto è che tanti si curano fuori provincia…
STEFANO PARETI – “E’ chiaro comunque a chiunque che è indispensabile migliorare la nostra offerta sanitaria (accantonando ogni ipotesi di costruzione di un nuovo nosocomio), soprattutto con specialità sanitarie di elevata superiorità, una nostra carenza che è la causa principale delle migrazioni verso Cremona, Parma, Fidenza, Pavia, Milano, eccetera. Basti pensare che da noi, tutti i ricoverati seri vengono trasferiti a Parma! Ci mancano infatti reparti qualificati, con posti letto di Dermatologia, Oculistica e Neurochirurgia. Solo con una migliore qualificazione di personale e delle strumentazioni tecnologiche si potrà favorire la migrazione verso di noi, da altre città della regione Emilia Romagna o da altre regioni”.
Blog Il Taccuino – “Quello dell’emigrazione sanitaria è un elemento di debolezza per tutti i territori di confine. Per quanto riguarda il nostro territorio oltre il confine ci sono per la maggior parte ospedali universitari riconosciuti eccellenze pubbliche e private. Davide contro Golia, si potrebbe dire. Come fare per affermare una presenza competente e competitiva? Rendersi capaci di stare al passo con la modernità della ricerca e delle competenze sanitarie? Va segnalato che anche qui da noi talvolta, a proposito di mobilità sanitaria si parla di mobilità attiva e riguarda alcune specialità in particolare. Tra queste ematologia, con la “Medicina di Laboratorio e Trapianti: il Servizio Immuno-Trasfusionale dell’Ausl locale vanta standard europei certificati per i programmi di manipolazione e trapianto cellulare”. Viene segnalata anche “Otorinolaringoiatria Pubblica: l’Unità Operativa dell’Ospedale Guglielmo da Saliceto è un punto di riferimento nazionale per gli impianti cocleari e la gestione clinica audiologica”. Creare un sistema sanitario capace di dare sicurezza al territorio è necessario. Certo che la tendenza alla privatizzazione della cura a cui si assiste da tempo fa pensare che quel ragionamento che faceva Pareti sulla necessità di avviare un discorso approfondito di politica sanitaria sia già avviato sulla strada della privatizzazione. Perché? Si possono elencare solo supposizioni. Tra queste la regionalizzazione della sanità sancita nel referendum costituzionale del 2001 con la riforma del titolo V ha dato una grossa mano (erano gli anni in cui si parlava tanto-tanto di federalismo, autonomie ecc). Mi sembra inoltre che tra i cittadini si sia radicata la convinzione che difendere il sistema pubblico della sanità sia una battaglia persa. Senti parlare sempre di più di assicurazioni private sanitarie che possono abbattere i costi dell’accesso ai servizi privati. Credo che questo meccanismo sia stato introdotto anche nei contratti di lavoro stabile… Insomma verrebbe da chiedersi: quando e chi ha sancito che il sistema pubblico è troppo costoso e per giunta malfunzionante che quasi non varrebbe la pena sostenerlo? Non so, siamo arrivato a questo punto forse con il concorso di tanti… Ma avverto che è la china su cui ci stiamo muovendo. E’ giusto? No. Per niente. Ecco quindi che un ospedale nuovo apre uno spiraglio di resistenza a una tendenza che forse è irreversibile o forse no. Teniamo conto del fatto a cui accennavo prima: la demografia. Ebbene la cronicizzazione di molte malattie fa lievitare i costi dell’assistenza e della cura insieme. Un sistema sanitario del tutto privato, come può permettersi questo scenario che si delinea nel futuro? Sarebbe bene analizzare tutte le sfaccettature di un tema difficile da valutare nel suo complesso”.
E poi ci sarà il vuoto nella zona centrale di via Taverna…

“Cartoline dl passato” acrilico su tela con tecnica mista (80x60cm) lenti23
STEFANO PARETI – “Però non si esclude fin d’ora che – a nuovo ospedale costruito – il Polichirurgico di via Taverna possa essere demolito. Fu inaugurato nel 1994 e dunque compie 32 anni. Si intende partire verso il nuovo senza dire chiaramente cosa si vuole fare di una struttura nella quale ad oggi vengono curati il 70% dei ricoverati. Una demolizione è all’orizzonte. Nulla invece si dice della parte monumentale, tutelata dalla Soprintendenza ai Beni Culturali: si vuole ripetere forse l’esperienza dell’ospedale Militare di viale Beverora?! E che dire infine del fatto di dover reperire – con una gara pubblica – 160 milioni di euro (rispetto a 296 milioni di costo complessivo) per finanziare l’opera con il partenariato pubblico-privato? L’opinione pubblica piacentina cosa ne pensa? E’ la stessa cosa rispetto ad un finanziamento interamente pubblico? E le ragioni del privato saranno preponderanti o assoggettate a quelle dell’amministrazione pubblica?“
Blog Il Taccuino – “Qui si apre un problema urbanistico che investe tanti comparti della città. Si è parlato anche di impoverimento della zona perché oggi attorno all’ospedale approdano tante persone. Se tutto questo improvvisamente cessasse potrebbero insorgere ripercussioni molto negative tra cui il timore dell’abbandono è al primo posto. Ma qui sta la capacità di visione di chi amministra da un lato e dall’altro progettuale rivolto a chi pensa alla forma delle città di domani con meno giovani, più anziani, tanti spazi da rivitalizzare con servizi moderni e curati. Questo è un problema che va oltre il tema ospedale nuovo. Investe tanti altri luoghi… Come tu citi giace inutilizzata una ex struttura sanitaria militare che per la quale si pensavano prospettive importanti cadute nel vuoto. Piacenza in tante sue parti è un mondo da inventare per tutte le aree militari esistenti e dismesse o in dismissione (a meno che, in tempo di guerre e di riarmo tutto questo tema venga rivisto). Ecco allora che è necessario pensare, analizzare e misurarsi con scommesse sul futuro. Ma saremo in grado di farlo? Non vorrei che la paura a cimentarsi su questo tema (può essere anche molto scivoloso) ci inducesse a fermarci e restare come siamo. Non sarebbe la scelta migliore. Quanto ai finanziamenti non sono preparata su questo argomento. Certo che di tempo ne è passato quando si era detto che il nuovo ospedale sarebbe stato finanziato totalmente dalla Regione… da allora quando ne parlò l’assessore Venturi sono passati 11 anni. Le cose sono cambiate, i soldi a disposizione – dovevano essere fondi regionali – mancano e quella del rapporto pubblico-privato è stata presentata come l’unica soluzione possibile per realizzare l’ospedale. Certo, anche durante l’audizione in consiglio comunale della dirigenza dell’Ausl, è stato sottolineato più volte che il rapporto pubblico-privato non investe l’aspetto medico sanitario, riguarda i muri. Ma certamente è uno scenario molto diverso da come si era presentato all’inizio. Anche la società di oggi è molto diversa da allora abbiamo visto una pandemia con tanti morti, una prima guerra che va verso i 5 anni e poi un’altra ancora più recente che ha sbarellato i costi .. sembra che tutto intorno a noi stia im(e)plodendo…”
Ospedale, contenuti vs muri? O un valore entrambi?

STEFANO PARETI – Tutto questo equivale a costruire scatole vuote, pur sapendo che con minor spesa e finanziamenti interamente pubblici, si potrebbe migliorare la struttura esistente, che va certamente potenziata ma anche avviata verso una politica di rigorosa selezione dei futuri primari come in passato avveniva. Al momento non abbiamo nessuna eccellenza specialistica ed è in questo campo che vanno investiti i finanziamenti, non in un nuovo ospedale. Per il quale mancano tuttora adeguate valutazioni, approfondimenti e verifiche sui bisogni, sugli obiettivi e sulle finalità.
Blog Il Taccuino – “Sarebbe interessante sapere quanta ricerca si fa a Piacenza. Quali sono gli spazi dedicati a questo? Dove possono essere trovati giostrando su una struttura pensate per altri tempi? Non so rispondere, non so spiegarlo ma forse serve altro. Le specialità che citavo prima sono riconosciute. Ematologia che conosco di più da tempo svolge un lavoro enorme con le cellule staminali, forse non se ne conoscono abbastanza le caratteristiche. Il fatto è che la medicina è una scienza fluida, cambia in continuazione e di conseguenza anche le competenze degli operatori, dei professionisti devono adeguarsi. Parli di primari. Non conosco a fondo il problema ma so che ora per essere primario occorre essere professore ordinario o associato. A Piacenza ce ne sono alcuni. Ora la gestione di questa partita è tenuta dalla collaborazione tra l’Università di Parma, Ausl piacentina. Una garanzia sufficiente per scelte adeguate? O come pensano alcuni una strada che ci lascerà nelle retrovie degli interessi di Parma? Non lo so. Forse sta anche un po’ a noi credere di più in noi stessi, nei passi avanti che possiamo fare… Ingenuità?”
“Intervenire sull’esistente… anche per l’ambiente”
STEFANO PARETI – Ricordo ancora che intervenire sull’ospedale esistente conviene perché -non determina l’interruzione di alcuna attività sanitaria; -mantiene in funzione un’attrezzatura pubblica storica ancora efficiente e le altrettanto storiche attività commerciali di via Taverna e dintorni, che integrano i servizi offerti dall’ospedale; -è meno costoso della costruzione di un nuovo ospedale e permette agli utenti di arrivare con qualunque mezzo, anche a piedi; -può cominciare da subito, senza varianti urbanistiche né acquisizioni di grandi aree, e terminare in molto meno degli 8 anni previsti per l’ospedale nuovo; -infine non comporta l’urbanizzazione di terreni ora agricoli. Ho ritrovato in un mio scritto a Libertà questa normativa bellamente ignorata dai nostri amministratori locali, sanitari e regionali: “Non ci si dimentichi, infine, che con decreto 11 ottobre 2017 del ministro Gian Luca Galletti (ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare, dapprima nel governo Renzi e poi nel governo Gentiloni), venivano stabiliti “Criteri ambientali minimi per l’affidamento di servizi di Progettazione e lavori per la nuova costruzione, ristrutturazione e manutenzione di edifici pubblici”, nel quale si rilevano alcuni aspetti normativi che devono quindi applicarsi anche al caso di un nuovo ospedale. In particolare al punto1 – Premessa – si dice: “Prima della definizione di un appalto la stazione appaltante deve effettuare un’attenta analisi…valutando la reale esigenza di costruire nuovi edifici, a fronte della possibilità di adeguare quelli esistenti”. Al punto 1.3 – Tutela del suolo e degli habitat naturali, si dice:” Prima di procedere a un appalto di lavori pubblici, al fine di contenere il consumo di suolo, l’impermeabilizzazione del suolo…è necessario verificare se non sia possibile recuperare edifici esistenti”.
Blog Il Taccuino – “Può essere che sia così. Non ho gli strumenti per saperlo. Credo però che nella partita bisogna mettere anche il livello di cura che i cittadini di domani potranno avere aa disposizione sul territorio piacentino. Proprio in questi giorni ho sentito la notizia che sarebbe stato messo a punto un farmaco, non ancora in produzione, che contrasta il melanoma, un tumore della pelle. Un vaccino elaborato sul principio di quello per il Covid che interviene sulla struttura personale di ciascun paziente ed è stato scoperto attraverso le nuove tecnologie… a questa sperimentazione hanno collaborato – così la notizia che ho sentito – diverse strutture ospedaliere italiane. Ecco questa è la frontiera che si apre. Migliorare, migliorare, migliorare. Sia nelle strutture sia nelle capacità di curare. Ripeto a mio modo di vedere le due cose stanno insieme… E mi chiedo, si può scommettere su questo futuro prossimo (in certi casi è già oggi) senza migliorarsi? Potrei sembrare un’illusa, ma sono convinta che stare fermi quando c’è un mondo che evolve non conviene e non giova. In tanti settori è così. Certo può essere una scelta. L’altra questione che hai sollevato riguarda il consumo di suolo. Già se ne è fatto troppo e di questo abbiamo parlato in un dialogo specifico sull’urbanistica. Certo per fare un ospedale ci vuole l’area, si devono fare le strade di adduzione, i parcheggi ecc… ma ciò non toglie che il verde che verrebbe meno può essere impiantato in qualsiasi altro luogo intorno alla città. E se il destino del Polichirurgico sarà l’abbattimento perché non creare lì un parco? Non sarebbe male l’idea di un parco delle mura… perché no?”
Il territorio è centrale: qui ci vogliono i servizi ai cittadini
STEFANO PARETI – Una sanità territoriale potenziata ed efficiente, che dreni una serie di attività che oggi impropriamente gravano sull’ospedale centrale, un ospedale riportato al suo ruolo specialistico di cura degli acuti e che quindi veda ridursi il numero degli accessi a quelli oggettivamente riconducibili all’ospedale, assieme alla constatazione che la rete ospedaliera esistente nella provincia di Piacenza è collocata in un territorio dove nel raggio di 50 km si trovano si trovano ospedali Universitari (Parma, Pavia, Milano), non ritiene debba portare alla riconsiderazione delle scelte fin qui operate, e virare decisamente verso la rigenerazione dell’attuale ospedale?
Blog Il Taccuino – “Sono d’accordo che per curare degnamente un ospedale – seppure tecnologico e avanzato – deve essere capace di avere eccellenze tali da diventare centrale nella politica sanitaria non solo provinciale. Non basta. Ci sono le cure di ogni giorno, la presa in carico dei pazienti anziani e cronici (sempre di più coincidono) che oggi, anche in virtù della ricerca che ha fatto passi da gigante i pochi anni, si sopravvive più a lungo anche in presenza di malattie gravi come i tumori. Il tumore in molti casi si è cronicizzato e si cura anche per molto tempo. E’ un risultato enorme. E per questo le strutture territoriali sono importanti. In questo caso porto un esempio concreto che riguarda ancora Oncologia. Anni fa a Bettola fu aperta la Casa della salute (oggi Casa di comunità) nella quale si è deciso che si sarebbe anche somministrata la chemio. Per alcuni giorni alla settimana un medico di Oncologia è presente nella struttura per seguire i pazienti che provengono dall’alta Val Nure e nei dintorni evitando loro un lungo viaggio da casa all’ospedale di Piacenza, condizione pesante anche per i familiari… Ecco questo piccolo esempio funziona. Il malato è coinvolto nei prelievi fatti nella Casa della salute, vengono elaborati e sulla base dei valori riscontrati nella farmacia dell’ospedale vengono composte le cure che saranno somministrate il giorno dopo in loco, a Bettola, non a Piacenza. Un grande risultato. Garantisco. Sempre in questo ambito la stessa cosa funziona così anche nei paesi con ospedali: Castel San Giovanni, Fiorenzuola e Bobbio. Ma come siamo messi in fatto di servizi territoriali? Questo è il quadro che descrive l’Ausl nel suo sito. Le Case di comunità sono presenti a Castel San Giovanni, Piacenza, Podenzano, Monticelli, Carpaneto-Gropparello. Di recente a Piacenza è stata inaugurato l’ospedale di comunità nell’ex clinica Belvedere che oltre a funzionare come Casa di comunità ha a disposizione posti letto per accogliere le persone che necessitano delle dimissioni assistite… Ci sono poi i ‘Centri di assistenza urgenza (Cau) con lo scopo – dichiara l’Ausl – di ridurre il sovraffollamento del Pronto soccorso a cui arriveranno i casi gravi. I Cau, presenti in Valtidone, Piacenza, Fiorenzuola e Bobbio si occuperanno di problemi urgenti, ma meno gravi. Ci sono poi strutture di ‘continuità assistenziale’ (ex guardie mediche) presenti a Pianello, San Nicolò, Monticelli, Podenzano, Bettola, Morfasso, Ferriere, Ottone’. Che dire, spero che tutto questo funzioni. Dobbiamo sperarlo”.
A Parma nessun spostamento per l’ospedale. Perché?
STEFANO PARETI – “Lo studio di fattibilità da cui si è partiti dopo le dichiarazioni dell’allora assessore alla Sanità, Venturi, denuncia una serie di difficoltà operative ed organizzative riconducibili alla configurazione a padiglioni dell’attuale complesso. Tacendo del fatto (pur già di per sé tale da indebolire la tesi dei redattori dello studio), che il Polichirurgico assorbe da solo oltre il 70% dei posti letto complessivi, va osservato che la ormai secolare letteratura tecnica in fatto di edilizia ospedaliera, ha assunto in proposto posizioni nel tempo diverse sulla questione degli ospedali a padiglioni o a monoblocco o, come ora sembra propendersi, a comparti/blocchi fra loro interconnessi da percorsi comunque coperti. L’Ospedale di Parma è un grande ospedale universitario interamente a padiglioni e, né nel corso degli ultimi decenni né ora, si è ritenuto che i “benefici” della costruzione fuori città di un nuovo ospedale di sostituzione dell’esistente, pur modernamente configurato sotto il profilo architettonico, fossero superiori ai “costi” che l’operazione avrebbe comportato”.
Blog Il Taccuino – “Su questo ammetto di non conoscere le ragioni di questa scelta. L’ospedale di Parma è di fatto una città nella città. Spostarlo all’esterno del tessuto urbano forse avrebbe dovuto comportare un’impresa mastodontica insostenibile… ma ammetto la mia totale ignoranza“.
Ospedale nuovo fotocopia del vecchio… se non fosse così?
STEFANO PARETI – Il bacino naturale dell’ospedale di Piacenza è la propria provincia, anche se la collocazione geografica del nostro capoluogo e la storia delle relazioni tra il piacentino e le province confinanti, fanno dei Piacentini una popolazione “naturalmente” proclive a lavorare, studiare, acquistare, fruire di servizi vari, e quindi all’occorrenza curarsi, anche fuori dai confini provinciali, verso le tre direttrici di Parma, Pavia e Milano, quando non Cremona e Brescia. In ogni caso l’attrattività di un Ospedale è condizionata da alcuni fattori. Si tratta cioè della presenza o meno nell’ospedale delle specialità mediche che per loro natura debbono avere un bacino d’utenza sovraprovinciale: cardiochirurgia e neurochirurgia per citare le più note, ma non solo. Che a Piacenza non vi sono e non vi saranno, anche nell’eventuale nuovo ospedale, già di per sè previsto in “sostituzione” dell’esistente. Non si può dunque sostenere – né in teoria né sulla base dell’esperienza – che la presenza o meno di tali specialità possa essere determinata o condizionata semplicemente dalle caratteristiche dell’edificio ospedaliero!
Blog Il Taccuino – “Sono convinta, come ho già spiegato, che le specialità si formano dalle persone e dagli spazi capaci di rendere le condizioni possibili e agibili. Credo che tutto questo manchi. Prendiamo ad esempio le sale operatorie. Attualmente sono 8 quelle presenti a Piacenza. Sono stati decentrati a Castel San Giovanni gli interventi programmabili tra cui il tumore alla mammella e le protesi all’anca (presente per quest’ultima patologia l’équipe del Rizzoli di Bologna). Questa è la situazione su questo tema come si presenta oggi. Piacenza: 8 sale operatorie attive per le emergenze e la chirurgia generale o specialistica. Castel San Giovanni: 4 sale operatorie dedicate prevalentemente alla chirurgia programmata. Nuovo Ospedale (Progetto): 14 sale operatorie previste. Secondo quanto annunciato rispetto al nuovo ospedale inoltre si parla della possibilità di incrementare i posti letto fino al 16% in caso di bisogno, arrivando a garantirne fino a 601 (“lezione appresa dall’esperienza nel Covid”). Non credo che l’ospedale sarà la fotocopia del vecchio. Il consolidamento delle esperienze professionali che vi si svolgeranno, la loro valorizzazione, la nascita di nuove specialità è la sfida sullo sfondo. E credo che l’opinione pubblica piacentina su questo argomento non debba mai dismettere l’attenzione. Se così non fosse sarebbe una sfida perduta. Per tutti!”
Romano Prodi scrisse: la sanità pubblica è a rischio
STEFANO PARETI – Chiudo con le lungimiranti parole che rilasciò Romano Prodi in un’intervista a la Repubblica edizione di Bologna: “Tantissime imprese leader italiane stanno investendo in sanità, dopodiché il gioco è fatto. E’ davvero in atto una spinta molto forte a lasciare al sistema sanitario pubblico un ruolo residuale” (30 aprile 2024).
Blog Il Taccuino: “Chi può negarlo? Parole sacrosante. Ce ne accorgiamo ogni giorno. Ma come dicevo prima la cosa che reputo grave è che gli stessi cittadini-pazienti valutano che la strada di ricorrere al privato per qualsiasi questione di salute che li investa è il primo pensiero che li muove. Complici le liste d’attesa, ma anche altro come un “comune sentire che si diffonde”… Un fatto che è molto più difficile e complicato da confutare. Che nel settore privato sia garantita la qualità mentre nel sistema pubblico non si sa mai… Questo è un sentire che si sedimenta. In origine i due sistemi privati e pubblici marciavano per integrarsi. Negli anni le cose sono cambiate. Oggi se guardiamo la fotografia generale i sistemi pubblici sembrano all’angolo (ha fatto molto anche la regionalizzazione della sanità come si diceva prima) manca personale, gli stipendi non sono competitivi. Molti medici giovani se ne vanno via all’estero magari dove, anche a 30 anni, si sentono maggiormente valorizzati sia sul piano economico sia in quello professionale c’è chi già a 40 anni diventa primario… dove è possibile questo in Italia? Tutto ciò, è vero, non si aggiusta con un ospedale nuovo. Ci vuole una volontà politica che vedo mancare sempre di più. Il disinteresse verso la sanità pubblica parte dagli anni ’90 almeno. Ma curare i cittadini nel modo migliore resta un dovere di uno stato civile. E senza esibire carte di credito… ma tutti sappiamo che se fosse così si racconterebbe un’altra storia. Non la nostra storia.”
Dialogo tra il blog e Stefano Pareti curato da Antonella Lenti
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Ospedale sì Ospedale no, gli interventi
La conversazione sul nuovo ospedale si allarga a un intervento esterno pervenuto al Blog – Il Taccuino attraverso Stefano Pareti. E’ scritto dall’ingegner Nanni Monti componente del gruppo Salviamospedale di cui fa parte lo stesso Pareti. L’intervento porta all’attenzione ulteriori ragioni per sostenere la necessità del recupero della vecchia struttura aggiungendo e integrando la posizione che già espresse con estrema chiarezza nella conversazione oggetto di questo post.
“Il problema principale della Sanità a PC, come nel resto d’Italia, è la mancanza di medici e paramedici ospedalieri e, in parecchi casi, anche di moderne attrezzature. Quindi fare fabbricati nuovi, con galleria per lo shopping, ecc. non serve a rimediare la situazione. Se ci sono fondi a disposizione, utilizziamoli per pagare meglio la classe medica e infermieristica, che, attualmente è attratta dal privato se non, addirittura, dall’estero Per dimensionare correttamente il nuovo ospedale (o, come noi auspichiamo, l’adeguamento dell’esistente) si sarebbe dovuto avviare o, meglio, completare l’organizzazione della Sanità periferica con i vari OSCO, Case della Salute, ecc. per i quali sono state realizzate le strutture che li dovrebbero ospitare, ma il cui funzionamento risulta tutt’altro che ottimale, visto quanto si legge assai spesso su Libertà nelle interviste a Sindaci e semplici cittadini. Per stabilire il numero di posti letto e di altre attività ricettive, si sarebbe dovuto appurare quanti pazienti avrebbero potuto essere “intercettati” da queste strutture periferiche (a Fiorenzuola, Bobbio, Bettola, Castel S.G., ecc.) e che adesso confluiscono inevitabilmente sull’ ospedale di via Taverna
Sono stati commissionati (e pagati!) ben tre studi di fattibilità per un nuovo ospedale, ma non ne è mai stato commissionato uno specifico per verificare se, come noi sosteniamo, l’attuale è, o meno, adeguabile. E questo studio avrebbe dovuto, a rigor di logica, precedere gli studi relativi a un ospedale nuovo
Non è vero quanto è stato più volte affermato che se non si costruisce un ospedale nuovo si perdono i finanziamenti pubblici, perché l’art. 20 della legge 67/1968, dice chiaramente che detti finanziamento sono, in primis, destinati alla ristrutturazione e ammodernamento delle strutture esistenti. Si afferma che l’ospedale di v. Taverna è “vecchio”, ma non si tiene presente che ca. il 70% dei posti letto sono all’interno del Polichirurgico, che è stato ultimato 32 anni fa! Se gli ospedali fossero da rifare per questo livello di anzianità, penso che in tutta Italia si dovrebbero operare in continuo demolizioni e ricostruzioni
Se necessitano maggiori spazi, ad esempio per sale operatorie attrezzate per l’uso di robot chirurgici, si deve considerare che, a Nord del suddetto Polichirurgico, c’è una superficie, attualmente utilizzata come parcheggio, che, unitamente ad altre aree vicine, consentirebbe la costruzione di un edificio multipiano di parecchie migliaia di mq, che potrebbe ampiamente soddisfare ogni esigenza di maggiori superfici operative. Da notare che la scelta di eseguire ristrutturazioni all’interno di unità ospedaliere esistenti, anziché realizzarne di nuove, è la via seguita a Parma, Milano, Bologna, Genova, ecc. Anche perché, così facendo, le spese da sostenere sono molto inferiori e i tempi di realizzazione più ristretti. Nel nostro caso il finanziamento pubblico sarebbe sufficiente, senza dover ricorre al PPP.
Anche per gi spazi da destinare a parcheggio per dipendenti e, in parte, utenti dell’ospedale, quello contiguo di via XXI Aprile. In alternativa a questo, per i residenti in zona, si può costruire un parcheggio multipiano da realizzare all’inizio di via Anguissola. Si deve poi considerare il parcheggio in via di realizzazione sull’area ex ACNA. Altre aree si possono prevedere in futuro sulla parte Ovest dell’Arsenale Militare, che risulta non utilizzata da molti anni.
A fronte di un cambiamento climatico ormai irreversibile si prevede di andare a impermeabilizzare un’area (così detta “5”) di ca. 150.000 mq, che attualmente è destinata ad uso agricolo. Alla faccia di tutti i buoni propositi frequentemente sbandierati!
Il possibile riutilizzo dei fabbricato di via Taverna e di via Anguissola, dopo il trasferimento dell’ospedale, è sempre citato in maniera vaga e, soprattutto, non viene mai indicata la possibile via da seguire per il finanziamento che consenta di realizzare la variazione di destinazione d’uso degli immobili stessi, che non sarà di poco conto
La previsione di spesa per costruire il (non auspicabile!) nuovo ospedale è sempre riportata nei documenti ufficiali, come pari a 296 milioni di euro. Questa è la cifra che compare nel terzo “studio di fattibilità”, ma non è basata su un “progetto definitivo”, inoltre si tratta di una valutazione basata su costi di costruzione risalenti al 2022. Da allora ci sono stati di mezzo (e ci sono tutt’ora): la guerra fra Ucraina e Russia e la guerra fra USA e IRAN, con relativo blocco “energetico” dello stretto di Hormuz, con conseguente incremento di ogni tipo di costo (materiali, attrezzature, trasporti, ecc.). Quindi sono passati 4 anni (e che anni!) e la cifra indicata è sempre quella. Inoltre, dato che si prevede di assegnare l’ordine per la realizzazione nel 2029, sorprende non poco che i 296 milioni di euro siano sempre quelli, dopo ben 7 anni”.