Antonella Lenti
Con la cultura non si mangia. Poi è stato dimostrato che no, invece di cultura si può vivere. Ma si continua a non tenerne conto. Piu’ lo si sente ripetere e meno si vedono i contenuti realizzati. Anzi si vedono gli effetti opposti. Oltre ai ponti crollano anche le chiese. E giù a chiedersi chi, cosa, perche’. Senza arrivare mai a un vero cambio di rotta. Chiusi i riflettori si torna all’antico. Fino al prossimo crollo.
“Lo sviluppo del paese ha bisogno di infrastrutture” ci si riempie la bocca cosi’. Si fanno largo grandi progetti che guardano al futuro, si mettono in campo tanti soldi e intanto che si pensa al “sol dell’avvenire” sotto i nostri piedi crollano le cose che già abbiamo. Su che cosa costruire se del patrimonio collettivo via via si fa tabula rasa? I ponti, le strade, le autostrade le opere d’arte non sono per sempre. Non sono diamanti, se non le curi si disfano. E dopo aver riempito il mondo di cemento come si può pensare che questo possa reggere al ritmo adrenalinico del vivere quotidiano senza che ci curiamo delle strutture realizzate, senza che si mettano da parte i soldi per riparare i guasti quando necessario? Una vita vissuta con l’ansia dell’annuncio non riesce piu’ a rapportarsi con la banale normalità di una manutenzione dell’esistente. Ci vuole il fisico per prendersi cura delle cose, per amarle, curarle e cercare di mantenerle. È quello che in Italia non sappiamo fare. Si crea sempre l’intreccio perverso e crudele che rende marginale tutto quello che non si merita, grandi illusori salti nel progresso di là da venire. Questo vizio credo sia arrivato a maturazione e produce i suoi frutti. Capire che cosa abbia portato a tanto non è facile e da cittadina non ho le competenze e la preparazione per indicare la lunga lista di “bachi” che hanno insidiato il rapporto tra le cose, le strutture, la cultura le opere d’arte del paese, tra chi ha la responsabilità di conservarle per il dopo e gli stessi cittadini che distrattamente guardano il bello intorno a loro, vedono ma non ammirano e non si accorgono che di punto in bianco quel bello può volgere all’orrore. E con l’orrore dei morti, della perdita della bellezza, si aggiunge anche la perdita di un diritto-dovere di cittadinanza. Siamo abituati ogni dieci o vent’anni a cambiare registro alle cose. Quello che ieri era il toccasana oggi improvvisamente diventa il peggio. Una grande spinta popolare ormai piu’ di vent’anni fa si era aggregata per gettare giù la statua di uno Stato oppressore che occupava spazi nei quali il privato avrebbe potuto dare tanto e di piu’. Era la coda di una spinta liberista che arrivava dagli Stati Uniti e che l’area di una nuova sinistra ha sposato vestendosi cosi’ un abito nuovo cercando di essere ben accolta al tavolo dei grandi. Cosi’ via libera alle privatizzazioni (di quasi tutto). Come in una grande svendita totale si è dismesso il piu’ possibile e il pubblico (anche i comuni hanno disinvestito in personale e affidato all’esterno dalle biblioteche ai servizi sociali) si è spogliato di tante funzioni pensando di aver risolto ogni difficolta’, di aver pacificato l’opinione pubblica, di aver dato fiato alle imprese e non si e’ accorto che quel “tana liberi tutti” ha dato il via alla creazione di tanti poteri nuovi e aggregati tra loro diventando molto ingombranti e incontrollabili. Ora, passati vent’anni, analoghe spinte di ancor piu’ forte pressione rimpiangono il passato sepolto sotto tanti improperi. Che dire? Italia 2018.