Aspettativa di vita. Il mantra. Si vive più a lungo e niente pensione alle persone che la prenderebbero per più di 15 anni a partire dal momento del collocamento a riposo fino al giorno del de profundis. In questi giorni ho visto una tabella che mette a confronto la situazione in tutti i Paesi europei. L’Italia è la più spinta di tutti. Quindi tutti a riposo a 67 anni. Salvo eccezioni. Quali? Dipende da quale lobby sarà più forte nel braccio di ferro in corso.
Agghiacciante, durissimo, selettivo, discrimonatorio.
Necessario per i conti. Già. Conti di cui però nessuno ha tenuto nota nei tanti innumerevoli “aiutini” concessi a persone – sicuramente molto degne – che hanno avuto la pensione in altri tempi. Le regole erano diverse, si dirà. Il popolo dei lavoratori era ben più ampio, si dirà. I contratti di lavoro fino a una certa data erano a tempo determinato nella maggioranza dei casi, si dirà.
Si sta parlando di un passato remoto. Sepolto.
Da qualche tempo mi frulla in testa un interrogativo. Come viene calcolata l’aspettativa di vita? Si tiene conto del percorso sanitario che le persone hanno alle spalle? Ma che stranezza! Che cosa ha a che fare l’aspettativa di vita con il percorso sanitario di una persona? E il dubbio cresce perché si sa, la statistica fa mangiare il pollo anche a chi è vegano. “L’aspettativa di vita si allunga e quindi resterete a lavorare di più”. Ci dicono. In soldoni – così si traduca – non ci sono i soldi per darvi la pensione che comunque sarà sempre più bassa. Quindi lavorate ancora.
Sono tutti contenti che l’aspettativa di vita sia stimata più lunga, ci mancherebbe, chi non sogna di raggiungere l’immortalità? Una buona notizia per le persone che hanno avuto un lungo percorso di malattia alle spalle e che non hanno ancora l’età della pensione. Vorrà dire che se si ripresenta, guarda caso, una di quelle tegole che hanno già conosciuto da vicino ci sarà un argomento valido per dire alt! “Di qui non si passa: abbiamo la certificazione che la nostra aspettativa di vita è più lunga. Non c’è cancro, non c’è infarto, non c’è malattia che tenga. Qui si vive più a lungo, ècertificato. E basta”. Però, ne sono certa, se una persona che ha alle spalle una malattia grave come quelle menzionate si presentasse a un’assicurazione e volesse stipulare una polizza-vita a favore di qualcuno, quasi certamente riceverebbe un cortese e sorridente no come risposta. La sua aspettativa di vita verrebbe ritenuta compromessa, la polizza-vita verrebbe negata. Ergo -per un’assicurazione – le persone in questione non avrebbero un’aspettativa di vita tale da motivare un investimento. Per lo Stato non è così. La più lunga aspettativa di vita diventa il principio base del nuovo sistema pensionistico. Che principio è quello che cambia valore a seconda delle convenienze? Forse non è un principio ma una convenienza. Se il principio non regge cade anche il progetto? Infine un interrogativo: come la metteranno le persone che hanno un fardello di malattia sulle spalle con la loro aspettativa di vita? Qualcuno ci ha pensato?
Antonella Lenti
alenti92@gmail.com
(pubblicato su Liberta’ il 22 novembre 2017)